Le proiezioni su quattro lavoratori di età diversa mostrano che il tasso di sostituzione scende al 63% per i giovani con carriere moderate e al 26% per chi ha redditi elevati. Il metodo contributivo e il massimale di reddito pensionabile allargano il divario tra ultima retribuzione e assegno INPS.
Un lavoratore di 27 anni con una carriera retributiva moderata — retribuzione finale reale di 30.000 euro — può aspettarsi una pensione pari al 63% dell’ultimo stipendio. Lo stesso lavoratore, se la sua carriera porta a una retribuzione finale di 75.000 euro, scenderà intorno al 45%. Se arriva a 150.000 euro, la pensione coprirà il 26% dell’ultimo reddito.
I numeri sono di un’analisi condotta su quattro lavoratori con età diverse — 27, 37, 47 e 57 anni a gennaio 2026 — che mette a confronto le proiezioni previdenziali a parità di ipotesi di base. Quanto sarà la mia pensione rispetto all’ultimo stipendio? La risposta dipende dall’età, dal metodo di calcolo applicato e dal livello del reddito. E per i più giovani, il divario con l’ultima retribuzione è destinato ad essere molto più ampio di quanto molti si aspettino.
Il tasso di sostituzione: cosa misura e perché conta
Il tasso di sostituzione è il rapporto tra il primo assegno pensionistico e l’ultima retribuzione percepita. È la misura più immediata per capire quanto si “perde” economicamente passando dal lavoro alla pensione.
Con il vecchio metodo retributivo — ancora applicato a chi aveva almeno 18 anni di contributi prima del 1996 — il tasso di sostituzione era tipicamente del 70-80%. Con il metodo contributivo puro, applicato a chi ha iniziato a versare dopo il 31 dicembre 1995, quella garanzia non c’è più. Il tasso dipende da quanti contributi si sono versati, su quale base imponibile, per quanti anni, e da quale sarà la crescita del PIL nel frattempo.
I dati per fascia di età e livello di reddito
Le proiezioni mostrano differenze significative tra le generazioni.
Il lavoratore di 57 anni, che ha maturato contributi prima del 1996 ma per meno di 18 anni, è soggetto al metodo misto previsto dalla riforma Dini. Con una retribuzione finale reale di 30.000 euro, può attendersi una copertura del 79,4%. Con una retribuzione di 75.000 euro scende al 57,9%. Con una carriera dirigenziale a 150.000 euro si ferma al 47,6%.
Il lavoratore di 27 anni, interamente nel sistema contributivo, parte già da una base più bassa. Con una retribuzione finale di 30.000 euro, il tasso di sostituzione atteso è del 63,0%. Con 75.000 euro scende intorno al 45%. Con 150.000 euro arriva al 26,0% — meno di un quarto dell’ultimo stipendio.
I lavoratori di 37 e 47 anni si collocano in posizioni intermedie, con risultati progressivamente peggiori all’avvicinarsi della coorte più giovane.
Perché i redditi alti perdono di più
Il metodo contributivo produce un effetto controintuitivo: più è alta la retribuzione finale, più basso è il tasso di sostituzione. La ragione è strutturale.
Il sistema contributivo calcola la pensione sul montante accumulato nel corso dell’intera carriera lavorativa, rivalutato in base al PIL. Ma c’è un tetto: i contributi vengono versati solo fino a 122.295 euro annui di reddito (soglia 2026). La parte di reddito che supera quella soglia non genera contribuzione e non produce pensione futura.
Chi guadagna 150.000 euro versa contributi come se ne guadagnasse 122.295. La pensione sarà calcolata su quella base ridotta. Il divario tra reddito effettivo e pensione attesa si allarga proporzionalmente al di sopra della soglia.
Questo non riguarda solo i dirigenti. Anche nella fascia intermedia — retribuzione finale di 75.000 euro — la copertura pubblica risulta già sensibilmente più contenuta rispetto alle carriere moderate, con tassi attorno al 45-57% a seconda dell’età.
Il cambiamento strutturale: non conta più l’ultima parte della carriera
Il passaggio dal metodo retributivo al contributivo ha modificato in profondità la logica previdenziale. Con il retributivo, erano gli ultimi anni di lavoro — quelli con i redditi più alti — a pesare in misura decisiva sul calcolo della pensione. Una promozione o un aumento negli ultimi anni prima del pensionamento migliorava significativamente l’assegno.
Con il contributivo, conta l’intera storia contributiva: ogni anno di contributi versati, ogni periodo di disoccupazione, ogni anno di part-time, ogni discontinuità nella carriera. Chi ha avuto una carriera irregolare — periodi di lavoro autonomo, collaborazioni, interruzioni — accumula un montante inferiore rispetto a chi ha avuto una carriera lineare e continua, anche a parità di reddito negli ultimi anni.
Quando calcolare il gap previdenziale
La misura del divario tra pensione attesa e ultimo reddito non dovrebbe essere rinviata agli ultimi anni di carriera. È un esercizio che ha senso fare periodicamente — ogni cinque o dieci anni — aggiornandolo in funzione dell’evoluzione del reddito, delle scelte lavorative e dell’eventuale adesione a forme di previdenza complementare.
L’INPS mette a disposizione strumenti di simulazione — tra cui il servizio “La mia pensione” sul portale myINPS — che consentono di ottenere una proiezione personalizzata sulla base della propria storia contributiva. Il punto di partenza è capire a quale tasso di sostituzione ci si può ragionevolmente aspettare, e da lì valutare se e quanto è necessario integrare con strumenti complementari.
Cosa fare per colmare il divario
Per i lavoratori più giovani — quelli per cui il divario sarà più ampio — l’unico strumento efficace per ridurlo è la previdenza complementare. I fondi pensione consentono di accumulare un capitale separato da quello previdenziale obbligatorio, investito sui mercati finanziari nel lungo periodo, che al momento della pensione può essere convertito in rendita mensile aggiuntiva o ricevuto in parte come capitale.
Il TFR — il trattamento di fine rapporto — è la fonte principale di finanziamento della previdenza complementare per i lavoratori dipendenti. Anziché restare accantonato in azienda o presso l’INPS, può essere destinato a un fondo pensione, dove viene investito e rivalutato nel tempo. Il vantaggio fiscale è significativo: i rendimenti del fondo sono tassati al 20% invece che al 26%, e le prestazioni finali godono di una tassazione agevolata rispetto all’IRPEF ordinaria.
Più si comincia giovani, maggiore è l’effetto della capitalizzazione composta nel tempo. Un lavoratore che aderisce a un fondo pensione a 27 anni e versa anche solo il TFR per quarant’anni accumula un capitale molto più consistente di chi inizia a 47 anni con versamenti doppi. Il tempo è la variabile più preziosa — e quella che non si può recuperare.
Il messaggio per aziende e consulenti
Le proiezioni analizzate hanno implicazioni che vanno oltre la sfera individuale. Per le aziende, il divario previdenziale è diventato un elemento rilevante nella gestione delle risorse umane: i piani di welfare aziendale, le polizze di previdenza complementare collettiva e i fondi pensione di categoria sono strumenti che incidono sull’attrattività del pacchetto retributivo, soprattutto per i profili con redditi medio-alti per i quali il tasso di sostituzione pubblico è più basso.
Per i consulenti — finanziari, del lavoro, tributari — il tema dell’adeguatezza della prestazione pensionistica futura è destinato a diventare sempre più centrale nella relazione con i clienti lavoratori. Sapere quando si potrà andare in pensione è importante. Sapere con quale livello di reddito lo è ancora di più.
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Paolo Florio
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