Cosenza, elisoccorso all’Annunziata: ma li avete visti i ciucci che volano? Vi spieghiamo perché ci stanno prendendo in giro



L’ELISOCCORSO DELL’AUTOINCENSAZIONE. QUANDO A DECOLLARE NON SONO I SOCCORSI, MA GLI EGO

Non importa se il sistema dell’emergenza-urgenza continui a collezionare criticità, che i tempi di intervento facciano discutere da anni o che gli operatori debbano inventarsi ogni giorno soluzioni degne di MacGyver per sopperire alle carenze organizzative. L’importante è trovare un nastro da tagliare, una telecamera da inquadrare e un elicottero su cui salire per immortalare l’ennesimo momento storico.

La notizia: “Cosenza: riattivata dopo 30 anni l’elibase dell’Annunziata”.

Lavori di riattivazione presentati come una necessità dopo circa trent’anni, resa possibile attraverso un percorso autorizzativo che avrebbe coinvolto l’Azienda ospedaliera, il Ministero e l’Aeronautica Militare. Le comunicazioni ufficiali parlano anche di un risparmio stimato di 20-30 minuti (sulla carta…) nei trasferimenti rispetto all’utilizzo della base delle Cannuzze.

Abbiamo cercato di trovare delibere e atti tecnici sui lavori eseguiti. Ma, nelle fonti pubblicamente reperibili, si parla genericamente di lavori di riattivazione, ma non di quali lavori si tratti e che costi abbiano avuto. Sperando non ci si sia limitati a na pittàta e quàttru lampadine… Ma chi te lo dice… “l’erba voglio” non esiste neanche del giardino del Re, figuriamoci nel palazzo Asp di Via degli Alimena.

I “TOP GUN” DELLA SANITÀ COSENTINA

Ed eccoli i nostri novelli Top Gun della burocrazia sanitaria: Vitaliano De Salazar, Pino Pasqua, Roberto Ricchio, Eva De Rose, il professoricchio Andrea Bruni e tutta la corte dei miracoli composta da fotografi, giornalisti compiacenti, portaborse, cortigiani e professionisti dell’applauso preventivo.

Tronfi, impettiti, padreterni senza arte né parte. Malati di protagonismo, superbi. Incapaci di ricambiare un saluto… tanto si sentono in alto e protetti.

Di primo mattino si ritrovano alle Cannuzze, attendono l’arrivo dell’elicottero con la stessa emozione di un bambino davanti alle giostre, indossano le cuffie da volo come se stessero partendo per una missione della NASA e decollano sorridenti verso l’Annunziata. Selfie, sorrisi, pose studiate e quell’aria soddisfatta di chi è convinto di aver appena risolto il problema della sanità mondiale.

L’INAUGURAZIONE DEL NULLA VENDUTA COME LA SCOPERTA DELLA PENICILLINA

L’oggetto di tanta esaltazione è appunto la riapertura dell’elisuperficie dell’Annunziata, raccontata come una rivoluzione epocale capace di cambiare il destino dell’emergenza-urgenza cosentina. Una struttura che, secondo la narrazione ufficiale, sarebbe rimasta inutilizzata per circa trent’anni. Peccato che, scavando appena sotto la superficie della propaganda, emergano fotografie che documenterebbero atterraggi anche nel 2018. Ma vabbè…

IL CAPOLAVORO DELL’INGEGNERIA AL CONTRARIO

La vera domanda, tuttavia, non è quando sia stata utilizzata per l’ultima volta quella piazzola. La domanda è molto più semplice.

Chi l’ha progettata ha mai visto una barella?

Sicuramente non la hanno vista i cinque dirigenti di cui sopra. Perché basta osservare la struttura, le manovre degli operatori e il percorso, per capire che qualcuno deve aver pensato prima all’estetica della fotografia inaugurale e solo molto dopo al trasporto di un paziente in codice rosso.

Ma vediamo di capirci… Chi possiede ancora una buona memoria ricorderà benissimo che quella piazzola non nacque lì per caso. Quando fu progettata, aveva una sua logica: il Pronto Soccorso dell’epoca si trovava praticamente a due passi.

L’elicottero atterrava, il paziente veniva trasferito e in pochi istanti si era già dentro il reparto. Era il principio stesso dell’elisoccorso: eliminare ogni metro inutile, combattere il tempo, perché in emergenza ogni secondo può fare la differenza.

Poi, però, gli anni sono passati, l’ospedale è cambiato, il Pronto Soccorso è stato trasferito e oggi si trova praticamente dalla parte opposta (su via Zara) rispetto all’elisuperficie.

E qui arriva il colpo di genio. L’elicottero arriva velocissimo, atterra perfettamente… e poi il paziente deve comunque essere caricato su un’ambulanza per attraversare tutto l’ospedale prima di raggiungere il Pronto Soccorso. A questo punto qualcuno potrebbe ingenuamente domandare: “Scusate… ma se oggi il Pronto Soccorso è dall’altra parte, non sarebbe stato più logico progettare una nuova elisuperficie in prossimità dell’attuale area di emergenza?”

Domanda pericolosissima. Per favore, non fatela. Non pretendete troppo da menti così raffinate e superbe. Rischiereste di incrinare decenni di equilibrismi burocratici e di mettere in difficoltà autentici fuoriclasse della progettazione amministrativa.

Del resto, quando si parla di emergenza, il cittadino pensa ingenuamente che il criterio fondamentale sia il tempo necessario per portare il paziente nelle mani dei medici del Pronto Soccorso. Che visione limitata. Qui siamo su un altro livello. Qui si ragiona in quattro dimensioni, con geometrie che probabilmente neppure Einstein avrebbe avuto il coraggio di affrontare. L’importante è che l’elicottero atterri. Se poi il paziente deve ancora affrontare un altro viaggio in ambulanza per raggiungere il reparto che dovrebbe riceverlo, quello è solo un dettaglio logistico. Perché il vero traguardo non dovrebbe essere far atterrare un elicottero vicino a un ospedale, ma far arrivare un paziente il più rapidamente possibile nelle mani di chi deve salvarlo.

LA GENIALATA URBANISTICA CHE SFIDA LA LOGICA

Ma non finisce mica qui. Sto benedetto elicottero, insomma, atterra. Ma non atterra a terra… ma su una piattaforma rialzata rispetto al punto in cui può arrivare l’ambulanza. Gli operatori di quest’ultima, dopo essere entrati da via Migliori, devono fermarsi, aprire le porte posteriori e, con queste aperte, effettuare una retromarcia in uno spazio ristretto e posizionarsi con precisione millimetrica accanto a una rampa che sembra progettata da chi, probabilmente, le emergenze le ha viste soltanto nelle fiction televisive. A quel punto inizia lo spettacolo. Gli operatori devono cimentarsi in una manovra resa inevitabilmente più complessa, proprio dalla differenza di quota tra elicottero e ambulanza. Con seri rischi per pazienti ed operatori. Così, quello che dovrebbe essere un trasferimento rapido diventa una specie di coreografia acrobatica nella quale ogni movimento richiede cautela, forza fisica e personale aggiuntivo.

L’ELICOTTERO GUADAGNA MINUTI. LA RAMPA LI RESTITUISCE TUTTI

La genialità del progetto dei cinque dirigenti (de sticazzi) raggiunge il suo apice quando si scopre che, per una manovra che normalmente potrebbe essere svolta da due operatori, spesso richieda necessariamente l’intervento di tre o quattro persone per garantire sicurezza al paziente e agli stessi operatori.

IL GRAN PREMIO DELL’IGNORANZA

Ma il viaggio non è ancora finito. Una volta completato il trasbordo, l’ambulanza deve immettersi di nuovo su via Migliori, raggiungere via Vittorio Veneto, risalire da via Zara ed entrare finalmente nella zona emergenza-urgenza. Tra traffico urbano, autobus di linea, automobili parcheggiate ovunque, restringimento, assenza totale di controlli e di corsie dedicate. Chiunque conosca quella zona sa perfettamente che specie nelle ore di punta basta un furgone in doppia fila per trasformare cento metri in cinque interminabili minuti. Cinque minuti che, quando un cuore smette di battere o un cervello è colpito da un ictus, valgono infinitamente più di cento conferenze stampa.

IL SELFIE PIÙ COSTOSO DELLA CALABRIA

Ma la parte più divertente dell’intera vicenda non sono nemmeno la rampa e il percorso. Sono loro. I sorrisi. Le pose. Le cuffie. I selfie. L’aria soddisfatta. La pigliàta per il culo… Sembravano influencer alla presentazione di un nuovo smartphone, non dirigenti chiamati a gestire uno dei servizi più delicati della sanità pubblica. C’è chi, davanti a un elicottero, pensa immediatamente al paziente che dovrà essere salvato. E poi c’è chi pensa alla foto profilo.

LA DOMANDA CHE NESSUNO HA AVUTO IL CORAGGIO DI FARE

Mentre tutti sorridevano davanti all’obiettivo, una domanda avrebbe meritato almeno un microfono. Ma qualcuno si è chiesto se tutti quelli che sono saliti a bordo possedessero realmente i requisiti previsti per volare su un elisoccorso? Domanda tutt’altro che peregrina, soprattutto alla luce delle polemiche che hanno accompagnato le recenti selezioni nel settore dell’emergenza-urgenza. Perché il paradosso raccontato da molti addetti ai lavori è degno di una commedia all’italiana: c’è chi sostiene di possedere tutti i requisiti richiesti ed essere rimasto a terra, mentre altri avrebbero ottenuto incarichi operativi tra le nuvole.

LA CALABRIA DOVE TUTTI SI PREMIANO DA SOLI

Alla fine della giornata resta una fotografia destinata probabilmente a diventare il simbolo perfetto della sanità calabrese. Vitaliano De Salazar, Pino Pasqua, Roberto Ricchio, Eva De Rose e il professoricchio Andrea Bruni, cinque dirigenti sorridenti che sorvolano Cosenza, si immortalano in elicottero, celebrano una struttura presentata come rivoluzionaria mentre chi lavora ogni giorno sulle ambulanze continua a fare i conti con percorsi tortuosi, manovre complicate, traffico cittadino e problemi pratici che nessun volo inaugurale potrà mai cancellare. Una sanità dove si inaugurano le passerelle prima di verificare se funzionano davvero, dove il taglio del nastro sembra più importante del taglio dei tempi di soccorso e dove il protagonista della giornata non è il paziente, ma il dirigente che sorride davanti alla fotocamera. Il problema è una cultura amministrativa che continua a confondere la propaganda con l’efficienza, il marketing con la medicina e il selfie con il soccorso.

 


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