Il Governo blocca i buoni pasto e le indennità durante le ferie dei dipendenti pubblici. In arrivo un decreto per evitare un buco da due miliardi.
Il Consiglio dei Ministri prepara una stretta definitiva sulle buste paga dei dipendenti della pubblica amministrazione. Un nuovo decreto, in arrivo sul tavolo del Governo martedì prossimo, blocca il pagamento dei buoni pasto e delle indennità accessorie durante i giorni di ferie. L’esecutivo interviene con urgenza per disinnescare una vera e propria mina finanziaria. Le Regioni stimano infatti un buco potenziale di due miliardi di euro per le casse dello Stato. L’obiettivo primario del provvedimento mira a fermare la pioggia di ricorsi nati dopo alcune recenti sentenze dei tribunali italiani ed europei.
Il nodo dei buoni pasto e il peso sui conti pubblici
La questione dei buoni pasto nel pubblico impiego rappresenta un tema delicato per via dei numeri imponenti. I dati del conto annuale del personale, elaborati dalla Ragioneria generale dello Stato, parlano chiaro: i dipendenti pubblici maturano e utilizzano oltre 65 milioni di giorni di ferie in un solo anno, con una media di 21 giorni a testa.
Il problema nasce dal silenzio della normativa nazionale su questo specifico aspetto. A riempire il vuoto ci hanno pensato i giudici. Diverse sentenze, partite dal settore privato dei trasporti e arrivate al pubblico impiego, hanno stabilito il diritto del lavoratore a percepire queste voci retributive anche nei giorni di riposo. I tribunali italiani hanno recepito un principio sancito dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea (con le sentenze della serie Robinson-Steele, Schultz-Hoff, Williams, Torsten Hein e Koch). Secondo i giudici europei, in applicazione della Direttiva 2003/88/CE, il lavoratore in ferie deve mantenere una retribuzione equivalente a quella dei giorni di attività. Il taglio di voci accessorie potrebbe disincentivare il dipendente dal godere del proprio diritto al riposo.
Da questa interpretazione giuridica deriva il rischio di un esborso miliardario per lo Stato, qualora i dipendenti richiedessero il pagamento generalizzato degli arretrati. Il decreto in cantiere serve esattamente a mettere in sicurezza il passato, inibendo le richieste retroattive di risarcimento.
Il paradosso normativo e l’esempio pratico
Il riconoscimento del buono pasto in ferie genera inoltre cortocircuiti logici e normativi all’interno degli uffici pubblici. La regola generale attuale subordina l’erogazione del ticket a una presenza lavorativa di almeno 7,2 ore giornaliere.
Per tradurre la teoria in realtà, analizziamo la situazione di un dipendente comunale. Se il lavoratore si reca in ufficio ma usufruisce di un permesso di due ore, la sua prestazione scende a 5,2 ore. In questo caso, l’amministrazione gli nega il buono pasto. Con l’applicazione delle recenti sentenze, si arriverebbe al paradosso per cui lo stesso dipendente incasserebbe il ticket ristorante per una intera settimana trascorsa in villeggiatura, a fronte di zero ore lavorate.
Il Governo cancella questa anomalia. Per il futuro, la disciplina passa nelle mani dei nuovi contratti collettivi nazionali appena rinnovati. I sindacati e l’Aran hanno stabilito un confine netto: i buoni pasto spettano in via esclusiva per le giornate di effettivo lavoro, sia in presenza in ufficio sia in modalità agile (smart working). Le indennità per lavoro su turno, disagio o servizio esterno seguiranno invece le specifiche regole dettate sempre dai nuovi contratti nazionali.
Fondi alle Università e titoli accademici equiparati
Il provvedimento non si limita a blindare le finanze statali, ma contiene un ampio pacchetto di misure per il Ministero dell’Università e della Ricerca (Mur). Il testo prevede uno stanziamento di 60 milioni di euro per il sistema universitario. Di questi, 50 milioni aggiuntivi confluiscono nel Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) per l’anno 2026.
Questa iniezione di liquidità serve a proteggere i bilanci degli atenei durante il passaggio al nuovo sistema di Valutazione della qualità della ricerca (Vqr 2020-2024). Senza questi fondi, molte università avrebbero subito tagli severi. Il decreto impone invece di mantenere le variazioni dei finanziamenti in un perimetro di sicurezza compreso tra lo zero e il +5 per cento rispetto al 2025. Nessuna università incasserà meno fondi statali rispetto all’anno precedente, mentre gli atenei più virtuosi vedranno premiare i propri sforzi con risorse aggiuntive.
Il decreto parifica inoltre, a tutti gli effetti di legge, i diplomi rilasciati dalle istituzioni Afam (Conservatori, Accademie di belle arti e Istituti di design) alle lauree universitarie tradizionali. Il Consiglio universitario nazionale (Cun) ottiene infine una proroga per la sua attuale composizione fino al 31 dicembre 2026, in attesa del varo della riforma complessiva attualmente all’esame della commissione Cultura del Senato.
Scuole paritarie, docenti e telecamere di sicurezza
L’ultima parte del decreto ospita le richieste del Ministero dell’Istruzione e del Merito (Mim). Il pacchetto mira a garantire un avvio regolare del prossimo anno scolastico, con un’attenzione speciale agli istituti privati e alla sicurezza. Le misure prevedono interventi mirati:
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estensione al biennio scolastico 2026/2027 e 2027/2028 della deroga per le scuole paritarie, le quali potranno mantenere lo status di parità impiegando docenti privi di abilitazione formale, a patto che questi abbiano insegnato per almeno tre anni, anche non continuativi, nell’ultimo decennio;
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mantenimento formale nelle graduatorie dei concorsi ordinari per i docenti in grado di superare con successo l’anno di formazione e di prova;
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stanziamento di fondi speciali, in accordo con il Ministero dell’Interno, per finanziare l’installazione di sistemi di videosorveglianza nei pressi degli edifici scolastici.
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Raffaella Mari
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