Scopri come funziona il riconoscimento dell’anzianità lavorativa nelle progressioni di carriera e quando il nuovo datore può valorizzare l’esperienza interna.
Molti lavoratori della pubblica amministrazione credono che gli anni di lavoro accumulati siano un tesoro intoccabile, capace di garantire vantaggi automatici anche in caso di trasferimento. Spesso si pensa che ogni giorno passato in ufficio pesi allo stesso modo, a prescindere dall’ente in cui si presta servizio. Tuttavia, la realtà giuridica è più sfaccettata e richiede una analisi attenta delle norme che regolano il pubblico impiego. Una recente pronuncia della magistratura ha chiarito i dubbi su una domanda molto comune tra i dipendenti: si può perdere l’anzianità di servizio se si cambia ente pubblico? La risposta non è univoca e dipende dall’obiettivo che il lavoratore intende raggiungere. Se lo scopo è proteggere lo stipendio base, la legge offre tutele forti. Se invece l’obiettivo è scalare le graduatorie per ottenere una promozione economica o professionale nel nuovo ente, le regole cambiano radicalmente e premiano chi ha maturato esperienza specifica presso l’ultimo datore di lavoro.
Come funziona l’anzianità di servizio nei passaggi tra enti?
L’anzianità di servizio rappresenta il tempo durante il quale un dipendente ha prestato la propria attività lavorativa. Nel settore pubblico, questo dato ha una importanza rilevante, ma non agisce come un diritto assoluto che si sposta sempre insieme al lavoratore. Quando un dipendente si trasferisce da un ente a un altro, il rapporto di lavoro prosegue sotto il profilo giuridico, ma ciò non cancella la distinzione tra le diverse fasi della carriera. La Cassazione ha stabilito un principio chiaro (Cass. ord. n. 351 del 7 gennaio). L’anzianità maturata non è un credito che il lavoratore può spendere per forza con il nuovo datore per ottenere scatti di carriera automatici.
Il datore di lavoro ha il potere di premiare l’esperienza che il dipendente acquisisce direttamente nella sua struttura. Questo significa che, se un impiegato passa da un Comune a una Azienda Sanitaria, quest’ultima può decidere di valutare maggiormente gli anni trascorsi nei propri uffici rispetto a quelli passati nell’amministrazione precedente. L’ordinamento protegge ciò che il lavoratore ha già incassato, non ciò che spera di ottenere in futuro. L’anzianità deve essere difesa solo se il suo mancato riconoscimento causa un calo dello stipendio che il lavoratore riceveva prima del trasferimento. In tutti gli altri casi, l’amministrazione che riceve il dipendente può dettare regole diverse per chi vuole avanzare di grado.
Cosa sono le progressioni economiche orizzontali e chi le decide?
Le progressioni economiche orizzontali, spesso indicate con la sigla Peo, sono procedure che permettono al dipendente di ottenere un aumento dello stipendio senza cambiare le proprie mansioni. Si tratta di passaggi interni alla stessa area o fascia professionale. Nel sistema del pubblico impiego privatizzato, queste procedure non seguono più vecchie leggi rigide, ma sono affidate alla contrattazione collettiva. I sindacati e i rappresentanti delle amministrazioni firmano accordi che stabiliscono i criteri per decidere chi merita l’aumento.
Questi accordi devono rispettare il principio di selettività. Ciò significa che i benefici non possono andare a pioggia a tutti, ma solo a chi dimostra determinati requisiti. La legge permette ai contratti collettivi di derogare alle norme generali (Dpr 497/1994). Ad esempio, un accordo sindacale può stabilire che, per partecipare a una selezione interna, sia necessario aver lavorato almeno un certo numero di anni presso quell’ente specifico. Se un lavoratore viene escluso perché la sua anzianità precedente non viene contata, non può gridare alla discriminazione. Il nuovo datore di lavoro ha infatti il diritto di dare valore alla professionalità specifica e alla conoscenza dei processi interni che solo chi lavora da tempo nella stessa struttura può vantare.
Perché l’esperienza maturata in altri uffici non sempre conta?
Il punto centrale della questione riguarda la differenza tra le fasi del rapporto di lavoro. Anche se il contratto prosegue, il cambio di ente segna una discontinuità. La magistratura spiega che il nuovo datore di lavoro è un soggetto distinto, con la propria autonomia imprenditoriale e personalità giuridica. Questo è evidente soprattutto nel settore della sanità. In passato, il personale sanitario faceva parte di ruoli regionali unitari. Con le riforme degli anni novanta (Dlgs 502/1992), le aziende ospedaliere hanno ottenuto una propria indipendenza.
Questo cambiamento ha trasformato il modo in cui si valuta il servizio. Non esiste più un unico grande calderone in cui tutti gli anni di lavoro pesano uguale. Per fare un esempio pratico:
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un infermiere lavora per dieci anni nella Azienda A;
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si trasferisce nella Azienda B tramite un concorso o una mobilità;
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l’Azienda B bandisce una gara per una progressione economica riservata a chi ha tre anni di servizio interno;
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l’infermiere non può sommare i dieci anni passati nella Azienda A per superare i colleghi della Azienda B.
L’ente che paga lo stipendio vuole incentivare chi contribuisce alla sua crescita specifica. La conoscenza delle attrezzature, dei protocolli interni e dei colleghi di una particolare struttura è considerata un valore aggiunto che il datore può decidere di premiare in modo esclusivo.
Quando il datore di lavoro deve garantire lo stipendio precedente?
Esiste un limite invalicabile al potere del datore di lavoro di ignorare gli anni passati. Questo limite scatta quando il mancato riconoscimento dell’anzianità tocca direttamente il portafoglio del dipendente in modo peggiorativo. Il principio cardine è la salvaguardia del trattamento retributivo goduto in precedenza. Se un lavoratore ha raggiunto un certo livello di stipendio grazie alla sua anzianità, il nuovo ente non può riportarlo alla paga base di un neoassunto.
L’anzianità di servizio deve essere salvaguardata in modo assoluto solo quando è legata a benefici economici già entrati nel patrimonio del lavoratore. In questo caso, il diritto è acquisito e non può essere cancellato. Tuttavia, questa protezione serve solo a non far perdere soldi a chi si trasferisce. Non serve a dare una spinta verso l’alto. La regola generale è che il lavoratore ha diritto a conservare ciò che ha, ma non ha il diritto di usare il passato per pretendere di più rispetto alle regole del nuovo ufficio. La giurisprudenza sottolinea che l’ordinamento garantisce la conservazione dei diritti, ma non quella delle semplici speranze di miglioramento futuro.
Quali sono le differenze tra diritti acquisiti e semplici aspettative?
Per capire bene la regola, bisogna distinguere tra due concetti legali: il diritto acquisito e l’aspettativa. Un diritto acquisito è qualcosa che fa già parte del patrimonio del dipendente, come lo stipendio mensile stabilito dal contratto. L’aspettativa è invece la possibilità di ottenere un vantaggio in futuro, come una promozione o un premio di produzione.
Nelle controversie sul lavoro pubblico, i giudici ricordano spesso che:
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l’anzianità non è un bene della vita che il dipendente possiede in modo autonomo;
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gli anni di servizio sono solo un elemento che serve a calcolare altri benefici;
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il nuovo datore non è obbligato a applicare le stesse regole del vecchio datore per le carriere.
È quindi legittimo un accordo tra sindacati e azienda che decide di premiare la professionalità e le competenze nate dall’esperienza diretta nell’ente. Queste conoscenze sono un patrimonio individuale che l’amministrazione valuta in modo unitario. Se un accordo integrativo stabilisce criteri che valorizzano solo chi è già presente in azienda da tempo, non sta violando la legge. Al contrario, sta esercitando la propria autonomia per migliorare l’efficienza degli uffici. Per spiegare meglio questo concetto, si può immaginare un ufficio tecnico che deve promuovere un supervisore. L’ufficio preferirà premiare chi conosce già tutti i progetti in corso da anni in quella sede, piuttosto che un nuovo arrivato che ha lavorato venti anni in un altro settore o in un’altra città.
In che modo gli accordi sindacali influenzano la carriera?
Gli accordi sindacali integrativi sono lo strumento principale che decide come si sale di livello. Questi testi possono contenere clausole specifiche che definiscono chi può partecipare alle selezioni per le progressioni economiche. La Cassazione ha confermato che queste clausole sono valide anche quando sembrano penalizzare chi viene da fuori. Il motivo è che la contrattazione collettiva ha il compito di gestire il personale nel modo più utile per l’ente.
Valorizzare l’arricchimento professionale che nasce operando per anni nello stesso ente non è un atto ingiusto. Serve a creare un legame tra il dipendente e la struttura, incentivando la continuità. Chi cambia ente deve quindi mettere in conto che, sotto il profilo della carriera, potrebbe dover ricominciare a accumulare i requisiti necessari per le selezioni interne. La sua vecchia anzianità gli servirà a mantenere lo stipendio che aveva, ma non gli darà una corsia preferenziale per i nuovi aumenti economici previsti dal contratto del nuovo datore di lavoro. Questa distinzione è fondamentale per evitare ricorsi che, alla luce degli orientamenti attuali (Cass. n. 351 del 7 gennaio), hanno pochissime probabilità di successo.
Per concludere, chi decide di cambiare amministrazione dovrebbe valutare non solo lo stipendio immediato, ma anche le regole interne del nuovo ente per quanto riguarda:
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la durata minima della permanenza per accedere ai premi;
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i criteri di valutazione dell’esperienza pregressa;
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la presenza di accordi sindacali che blindano le carriere interne;
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la struttura delle fasce retributive orizzontali.
Solo con questa consapevolezza si può affrontare un trasferimento pubblico senza brutte sorprese sul proprio percorso di crescita professionale.
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Raffaella Mari
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