AI e digitalizzazione di imprese e PA


O&DS intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è sulla bocca di tutti. La cybersecurity è diventata una priorità. La digitalizzazione della Pubblica Amministrazione assorbe miliardi di investimenti. Ma c’è una questione ancora più sottile e basilare, che va oltre la tecnologia in sé, e riguarda la capacità di ripensare i processi da parte delle organizzazioni italiane.

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È il punto di partenza della nostra conversazione con Clay Audino, fondatore e Ceo di Betacom, innovativa realtà che da oltre vent’anni affianca imprese e Pubblica Amministrazione nella trasformazione digitale, sviluppando soluzioni che spaziano dall’AI all’automazione industriale, dalla gestione dei dati alla sicurezza informatica. Oggi il gruppo conta oltre 600 professionisti, sedi in Italia e all’estero e continua a crescere, come dimostra la recente apertura della nuova sede di Cagliari. Conb Audino abbiamo parlato anche degli scenari futuro e dei più comuni errori che frenano la competitività delle aziende italiane e quali priorità imprese e istituzioni non possono più permettersi di rimandare.

Carlo Clay Audino, Ceo di BetacomCarlo Clay Audino, Ceo di Betacom
Clay Audino, Ceo di Betacom

Betacom lavora con imprese e Pubblica Amministrazione da oltre vent’anni. Qual è oggi il principale fattore che limita la competitività delle organizzazioni italiane: mancanza di tecnologia, carenza di competenze o difficoltà nel ripensare i processi?

Il limite principale è la difficoltà nel ripensare i processi. La tecnologia oggi c’è. Il problema è capire come usarla per lavorare meglio. Molte volte si prende un processo vecchio, già complicato, e gli si mette sopra un nuovo strumento. Ma così non si risolve il problema: lo si rende soltanto digitale. Noi partiamo sempre dal lavoro reale. Dove si perde tempo? Dove si creano gli errori? Quali informazioni non arrivano? Cosa può essere semplificato? Poi servono le competenze. Non soltanto persone capaci di utilizzare una tecnologia, ma professionisti che conoscano il funzionamento dell’impresa e sappiano trasformare un problema concreto in una soluzione concreta.

L’intelligenza artificiale è entrata in tutte le agende aziendali, ma spesso resta un tema più comunicato che applicato. Quali sono oggi i casi concreti in cui l’IA sta già generando valore misurabile per imprese e organizzazioni?

La prima cosa che dico sempre è che non tutto deve diventare intelligenza artificiale. L’IA serve quando risolve davvero un problema. Nel settore assicurativo, per esempio, può leggere e confrontare documenti, verificare le coperture di una polizza, individuare anomalie e aiutare l’operatore nella gestione di un sinistro. In questo modo si riducono attività manuali e tempi di risposta. Nell’industria può analizzare i dati raccolti dalle macchine, riconoscere comportamenti anomali e aiutare a intervenire prima che un problema provochi uno scarto o un fermo produttivo. Il valore si misura in modo semplice: meno errori, meno tempo perso, decisioni più rapide. Se questi risultati non ci sono, probabilmente l’AI non era necessaria.

Negli ultimi anni gli attacchi informatici hanno colpito aziende, ospedali e amministrazioni pubbliche. La cybersecurity è ancora percepita come un costo o sta finalmente diventando una leva strategica per la continuità operativa e la competitività?

Sta finalmente cambiando la percezione, anche perché abbiamo visto cosa succede quando un sistema si ferma. Un attacco informatico non colpisce soltanto il reparto tecnico. Può bloccare una fabbrica, un ospedale, un Comune, compromettere dati e interrompere servizi essenziali. La sicurezza, quindi, non è un costo accessorio. È una condizione per continuare a lavorare. Non basta acquistare un programma. Bisogna conoscere i propri punti deboli, controllare i sistemi, formare le persone e sapere come reagire quando accade qualcosa. Oggi un’organizzazione sicura è anche un’organizzazione più credibile, più affidabile e più pronta ad affrontare gli imprevisti.

Le imprese parlano di innovazione, ma spesso faticano a trovare professionalità adeguate. Dal vostro osservatorio, quali competenze saranno più richieste nei prossimi anni e quanto pesa oggi il mismatch tra domanda e offerta di talenti digitali?

La distanza pesa molto e la vediamo ogni giorno quando cerchiamo nuove persone o costruiamo un gruppo di lavoro. Continueranno a servire competenze nell’intelligenza artificiale, nei dati, nella sicurezza, nel cloud, nello sviluppo software e nell’automazione industriale. Ma le persone più preziose saranno quelle capaci di mettere insieme tecnologia e conoscenza del lavoro. Non basta saper usare uno strumento: bisogna comprendere il problema del cliente e sapere come risolverlo. Le imprese non possono più aspettare di trovare sul mercato persone già perfettamente formate. Devono contribuire alla loro crescita, lavorando con università, ITS e territori e investendo direttamente nella formazione. È anche la logica delle nostre Academy.

Voi come Betacom cosa offrite e qual è il vostro valore aggiunto? Cosa fa insomma la differenza con la concorrenza?

Noi non partiamo dalla tecnologia che vogliamo vendere. Partiamo dal problema che dobbiamo risolvere. Nel mondo peritale, per esempio, abbiamo realizzato una piattaforma che raccoglie incarichi, documenti, sopralluoghi e pratiche in un unico sistema, riducendo quasi della metà i tempi di gestione. Per una realtà del settore lattiero-caseario abbiamo digitalizzato la tracciabilità dell’intera lavorazione: dall’ingresso del prodotto al taglio, dal confezionamento fino alla gestione degli scarti e alla spedizione. Per una grande azienda automotive abbiamo costruito un sistema che collega macchine, sensori e robot, raccoglie i dati della produzione in tempo reale e permette di controllare e tracciare da un unico punto ciò che accade nello stabilimento. Questa per noi è innovazione: qualcosa che entra nel lavoro quotidiano e lo migliora.

Avete appena aperto una nuova sede a Cagliari. In un mercato che tende a concentrare investimenti e competenze nelle grandi città, perché avete scelto di investire in un territorio come la Sardegna?

Betacom è una realtà in espansione e ha sempre scelto di crescere anche attraverso i territori. Accanto a grandi centri come Torino, Milano e Roma, siamo presenti a Padova, Treviso e Bari. Adesso abbiamo aperto anche a Cagliari. Non pensiamo che competenze e opportunità esistano soltanto nelle città tradizionalmente considerate centrali. Ci interessano i territori nei quali possiamo trovare persone preparate e costruire rapporti con università, imprese e istituzioni. Non apriamo una sede per mettere una bandierina sulla cartina. Vogliamo creare un presidio vero, far crescere competenze e sviluppare attività. Un ecosistema nasce quando imprese, università e Pubblica Amministrazione lavorano insieme su formazione, ricerca e progetti concreti. La Sardegna, da questo punto di vista, può offrire molto.

Il Pnrr ha destinato risorse significative alla trasformazione digitale della PA. Quali risultati concreti vede e quali sono invece i principali ostacoli che continuano a rallentare il cambiamento?

Il Pnrr ha dato una spinta importante e ha permesso di avviare investimenti che non potevano più essere rimandati. Sono migliorati diversi servizi e si è lavorato sul cloud, sui dati e sul rapporto tra amministrazioni, cittadini e imprese. Ma acquistare una piattaforma non significa aver trasformato un’amministrazione. Bisogna cambiare il modo di lavorare, semplificare i processi, collegare sistemi diversi e formare le persone. I problemi principali restano la frammentazione, le infrastrutture vecchie e la mancanza di competenze interne. La vera prova arriverà dopo il Pnrr: mantenere e migliorare quello che è stato realizzato. La trasformazione digitale deve diventare il modo normale di lavorare della PA, non un progetto straordinario.

Tra intelligenza artificiale, automazione, dati, sicurezza e nuove tensioni geopolitiche, quali saranno secondo lei le priorità strategiche che imprese e Pubblica Amministrazione non possono più permettersi di rimandare?

Prima di tutto bisogna proteggere dati, sistemi e continuità del lavoro. Subito dopo bisogna mettere ordine nei dati e nei processi. Se queste basi non esistono, parlare di intelligenza artificiale serve a poco. Le tensioni internazionali ci hanno anche ricordato quanto sia importante conoscere le proprie dipendenze tecnologiche, proteggere le infrastrutture essenziali e scegliere partner affidabili. Poi si può lavorare su automazione e AI, ma senza inseguire ogni novità. È meglio scegliere pochi progetti realmente utili, realizzarli bene e misurarne i risultati. Infine ci sono le persone. La tecnologia può aiutare e accelerare il lavoro, ma deve esserci sempre qualcuno capace di comprenderla, governarla e assumersi la responsabilità delle decisioni.

Vincenzo Petraglia


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