Piazza Affari continua a macinare record di valore, ma perde progressivamente uno dei suoi asset più importanti: le imprese quotate. È il paradosso che emerge dalla Relazione annuale 2026 della Consob e che, quasi in contemporanea, trova una possibile risposta strategica nel progetto su cui sta lavorando Euronext, la holding che controlla anche Borsa Italiana. Da una parte il mercato regolamentato si restringe, dall’altra prende forma una nuova infrastruttura europea dedicata alle società non quotate, segno che il baricentro della finanza continentale si sta spostando sempre più verso il private capital.
Il progetto allo studio di Euronext punta infatti a creare una piattaforma paneuropea per la negoziazione delle azioni di società private, riservata agli investitori istituzionali. L’iniziativa, anticipata da Bloomberg e confermata da fonti finanziarie, è ancora nelle fasi iniziali e coinvolge tutte le piazze del gruppo: Milano, Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Lisbona, Dublino, Oslo e Atene. L’obiettivo, tuttavia, va oltre i confini delle Borse oggi gestite da Euronext. La futura infrastruttura dovrebbe essere aperta alle società per azioni di tutta Europa, anche dei Paesi dove il gruppo non gestisce un mercato regolamentato, creando un vero ecosistema continentale per lo scambio di partecipazioni nelle imprese private.
L’idea nasce dalla constatazione che il mercato dei capitali sta cambiando molto più rapidamente delle Borse tradizionali. Secondo le stime del settore, oltre l’80% dei capitali raccolti dalle imprese arriva ormai attraverso i mercati privati, grazie ai fondi di private equity, venture capital e agli investitori istituzionali, mentre le offerte pubbliche iniziali rappresentano una quota sempre più ridotta del finanziamento delle aziende. Sempre più imprese scelgono infatti di restare private più a lungo, sostenute da una disponibilità di capitali che consente di rinviare o addirittura evitare la quotazione.
È proprio questo flusso di investimenti che Euronext intende intercettare. La piattaforma non dovrebbe limitarsi alla compravendita di azioni già esistenti tra investitori, ma consentirebbe anche alle società di raccogliere nuovi capitali attraverso aumenti di capitale. Una differenza sostanziale rispetto a Pisces, il mercato sviluppato dal London Stock Exchange Group, oggi focalizzato esclusivamente sullo scambio di partecipazioni già emesse.
Il nuovo mercato sarebbe riservato esclusivamente agli investitori professionali. Le società presenti non sarebbero infatti quotate su un mercato regolamentato e non sarebbero soggette agli obblighi informativi previsti per gli emittenti quotati, come la pubblicazione del prospetto o la vigilanza continuativa esercitata da Consob ed Esma. Sarebbe quindi un’infrastruttura dedicata a operatori in grado di valutare autonomamente rischi, governance e prospettive di crescita di aziende ancora nella fase privata del loro sviluppo.
La tempistica del progetto non è ancora stata definita, ma il tema potrebbe emergere già in occasione della presentazione dei risultati del secondo trimestre di Euronext, prevista il 30 luglio. Finora il gruppo guidato dall’amministratore delegato Stéphane Boujnah non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, anche se la proposta si inserisce perfettamente nel dibattito europeo sulla Capital Markets Union. Nei mesi scorsi la Commissione europea ha avviato una consultazione per favorire la liquidità degli investimenti nel private equity e accompagnare le imprese nel percorso che conduce dal capitale privato ai mercati pubblici. Tra i contributi presentati figurava anche quello di Euronext, che proponeva proprio la realizzazione di una piattaforma paneuropea dedicata ai mercati privati.
Il progetto assume un significato ancora più rilevante se letto insieme ai dati diffusi dalla Consob sullo stato di salute della Borsa italiana. A prima vista Piazza Affari appare più forte che mai. Alla fine di giugno 2026 la capitalizzazione complessiva del mercato ha raggiunto 1.209 miliardi di euro, nuovo massimo storico dopo il record di 1.077 miliardi registrato alla fine del 2025. In appena sei mesi il valore complessivo del listino è aumentato di oltre 130 miliardi di euro, trainato soprattutto dall’apprezzamento dei corsi azionari.
Dietro questo primato, però, si nasconde una fragilità strutturale. Mentre le valutazioni delle società quotate continuano a crescere, il numero delle aziende presenti sul listino diminuisce anno dopo anno. Nel solo 2025 sono uscite dalla Borsa italiana 30 società, con una riduzione della capitalizzazione pari a circa 2,5 miliardi di euro.
Sul mercato principale Euronext Milan si sono registrati 11 delisting, nove dei quali conseguenti a offerte pubbliche di acquisto o di scambio, per una capitalizzazione complessiva pari a 1,75 miliardi di euro. Sul listino dedicato alle piccole e medie imprese, Euronext Growth Milan, le uscite sono state invece 19, undici delle quali sempre attraverso operazioni di Opa, con una perdita di capitalizzazione di circa 570 milioni di euro.
Il dato del 2025 rappresenta soltanto l’ultimo capitolo di una trasformazione che dura ormai da oltre un decennio. Tra il 2010 e il 2025 il valore della Borsa italiana è aumentato di circa 750 miliardi di euro grazie alla crescita delle quotazioni, ma nello stesso periodo il saldo tra nuove quotazioni e uscite è rimasto costantemente negativo. I delisting hanno infatti sottratto al mercato società per una capitalizzazione complessiva di 187 miliardi di euro, mentre le nuove Ipo hanno portato sul listino appena 91 miliardi. Il risultato è un saldo negativo di 96 miliardi di euro.
La tendenza si è accentuata soprattutto negli ultimi cinque anni. Dal 2021 il differenziale tra capitalizzazione persa attraverso i delisting e quella acquisita con le nuove quotazioni ha raggiunto i 69 miliardi di euro, confermando le difficoltà del mercato italiano nell’attrarre nuove matricole e nel rinnovare il proprio tessuto industriale quotato.
Ancora più significativo è il fatto che nell’ultimo anno non si sia registrata nemmeno una nuova quotazione sul mercato regolamentato Euronext Milan. Un dato che fotografa la crescente difficoltà del listino principale nell’attrarre aziende di medie e grandi dimensioni, mentre le poche operazioni continuano a concentrarsi prevalentemente sul mercato dedicato alle Pmi.
Secondo la Consob, una delle principali cause di questa dinamica è il crescente ricorso alle offerte pubbliche di acquisto promosse dai fondi di private equity o dagli stessi azionisti di controllo, che decidono di ritirare le società dalla Borsa per proseguirne lo sviluppo lontano dai vincoli del mercato regolamentato. È un fenomeno che negli ultimi anni ha interessato numerosi gruppi italiani e che riflette un cambiamento più profondo: oggi il capitale privato offre alle imprese risorse abbondanti, tempi più rapidi e una maggiore flessibilità rispetto alla quotazione.
È proprio qui che i due fenomeni si incontrano. Il progetto di Euronext rappresenta infatti la presa d’atto di una trasformazione già in corso. Se le aziende scelgono sempre più spesso di crescere fuori dai mercati regolamentati, allora anche le infrastrutture finanziarie devono adattarsi a questa nuova realtà, offrendo strumenti di raccolta e di scambio pensati per il mondo delle imprese non quotate.
La sfida, tuttavia, resta aperta. Per il sistema economico italiano una Borsa con meno società significa minori opportunità di finanziamento per le imprese, minore diversificazione per gli investitori e un ruolo sempre più limitato del mercato azionario come motore dell’economia reale. La piattaforma europea allo studio di Euronext potrebbe rappresentare un ponte tra capitale privato e mercati pubblici, accompagnando le aziende lungo il percorso della crescita senza costringerle a scegliere subito la quotazione.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Cristina Giua
Source link




