28 luglio 2026 – ore 14:00 – Premessa – Mentre il presidente ucraino Zelensky e il primo ministro israeliano Netanyahu sono giunti in queste ore negli Stati Uniti, dove nei prossimi giorni avranno colloqui con il presidente Trump, non si placa l’irritazione di Teheran per l’attacco ucraino condotto lo scorso 25 luglio contro una nave mercantile iraniana nel mar Caspio. In tale cornice, la Russia appare in attesa di conoscere l’esito degli incontri di Washington sull’Ucraina, manifesta formale solidarietà a Teheran e continua ad avanzare nella regione del Donbass. I bombardamenti continuano a scuotere in profondità sia la Russia sia l’Ucraina, mentre Zelensky incontra il nuovo premier britannico in Inghilterra, riscuotendo il pieno appoggio di Londra a Kiev. La Polonia, nel frattempo, ribadisce che l’attuale atteggiamento dell’Ucraina nei confronti della propria storia rischia seriamente di diventare un ostacolo nel suo percorso verso l’Unione europea.
Bruxelles tace!
I colloqui tra Israele e Libano, sostenuti dagli Stati Uniti, proseguiranno nella prima settimana di agosto a Roma, evidenziando la volontà delle parti di individuare una soluzione alla devastante crisi che attanaglia il Paese dei Cedri. Contestualmente, Egitto, Pakistan e Turchia intensificano la collaborazione militare.
Infine, mentre le delegazioni di Cina e Stati Uniti stanno organizzando meticolosamente l’agenda della prossima visita di Xi Jinping negli Stati Uniti, la guerra sull’intelligenza artificiale alimenta le frizioni tra Washington e Pechino.
Queste poche righe dipingono una situazione globale particolarmente complessa, caratterizzata da un disordine mondiale conclamato. I conflitti non si placano; si assiste a continue accelerazioni, accompagnate da brusche frenate; si tentano nuove alleanze; si percepisce una diffusa crisi di fiducia nei confronti dei partner tradizionali; si naviga a vista, senza conoscere l’approdo finale.
L’Europa soffre, attanagliata da una crisi energetica che non sembra avere fine.
Oggi cercheremo di evidenziare alcuni frammenti di queste criticità, nel tentativo di comprendere le diverse posizioni e con la speranza che i conflitti possano placarsi in tempi ragionevoli, restituendo unicamente alla diplomazia il suo ruolo principale di mediazione delle controversie internazionali. Confidiamo che nei decisori politici vi sia davvero la volontà di giungere alla pace.
L’irritazione di Teheran nei confronti di Kiev
Vi propongo la nota ufficiale del ministero degli Esteri iraniano, nella quale viene condannato l’attacco ucraino, senza escludere possibili ritorsioni. Si tratta, come vedremo, di una nota formale, ma, pur nella sua gravità, i toni utilizzati rientrano nel linguaggio diplomatico, seppure aspro.
Leggiamo insieme:
«Il ministero degli Affari Esteri della Repubblica islamica dell’Iran condanna fermamente l’attacco del regime ucraino contro una nave mercantile iraniana nel mar Caspio, avvenuto nelle prime ore di sabato 25 luglio, che ha provocato un’esplosione a bordo, causando la morte di un marinaio e il ferimento di un altro.
Tale atto costituisce una violazione dell’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite e rappresenta un atto di aggressione che potrebbe ulteriormente esacerbare ed estendere il conflitto in corso.
L’attacco del regime ucraino contro una nave mercantile iraniana nel mar Caspio – un’azione esplicitamente riconosciuta dal capo di tale regime – dimostra la persistenza del suo approccio irrazionale e ostile nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran.
Ribadendo di non essere mai intervenuta nel conflitto tra Russia e Ucraina, la Repubblica islamica dell’Iran richiama l’attenzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dei Paesi europei e di tutti gli Stati membri dell’ONU sul fatto evidente che, attaccando una nave mercantile iraniana, il regime ucraino non solo ha commesso un atto internazionalmente illecito, ma ha anche cercato, in modo pericoloso, di ampliare la portata della guerra e dell’insicurezza.
Qualsiasi parte che abbia a cuore la pace e la sicurezza nell’Europa orientale e nelle regioni circostanti dovrebbe assumere una posizione responsabile riguardo a questo pericoloso atto del regime ucraino e ritenere responsabile l’establishment al potere in Ucraina di questa azione criminale e provocatoria.
In conformità con i principi e le norme fondamentali del diritto internazionale, in particolare con il diritto intrinseco all’autodifesa, la Repubblica islamica dell’Iran non esiterà a difendere i propri interessi nazionali e la propria sicurezza.
È evidente che la responsabilità delle conseguenze derivanti dall’avventurismo del capo del regime ucraino ricade sul regime stesso, sui suoi sostenitori e sui suoi istigatori».
https://en.mfa.ir/portal/NewsView/791876
Comunicato stampa sulla conversazione telefonica tra il ministro degli Esteri Sergey Lavrov e il ministro degli Esteri della Repubblica islamica dell’Iran, Abbas Araghchi
La nota del ministero degli Affari Esteri russo appare cauta e si limita a utilizzare un attento linguaggio diplomatico, evitando accuratamente di esasperare una situazione potenzialmente esplosiva.
Leggiamo insieme:
«Il 26 luglio, su iniziativa dell’Iran, si è svolta una conversazione telefonica tra il ministro degli Esteri Sergey Lavrov e il ministro degli Affari Esteri della Repubblica islamica dell’Iran, Abbas Araghchi».
Sergey Lavrov ha espresso le sue sincere condoglianze per la morte di un marinaio iraniano a seguito dell’attacco condotto il 25 luglio da droni ucraini contro la nave mercantile Ana, battente bandiera iraniana, mentre salpava da Astrakhan con un carico civile. Il ministro russo ha quindi chiesto al suo omologo di trasmettere parole di cordoglio e sostegno alla famiglia e agli amici della vittima, augurando una pronta guarigione a coloro che sono rimasti coinvolti nell’incidente.
Abbas Araghchi ha ringraziato le autorità di Astrakhan per l’aiuto e l’assistenza forniti all’equipaggio della nave colpita, sottolineando, al contempo, la necessità di impedire al regime di Kiev di intraprendere azioni sconsiderate di questo tipo.
Il ministro degli Esteri iraniano ha informato Sergey Lavrov degli sforzi diplomatici in corso per allentare la tensione in Medio Oriente, in seguito agli attacchi degli Stati Uniti contro la Repubblica islamica».
https://mid.ru/en/press_service/telefonnye-razgovory-ministra/2129047/
Zelensky sulle minacce iraniane: «Hanno già attaccato l’Ucraina»
Con questo titolo, il 27 luglio, la stampa ucraina ha introdotto la replica di Zelensky alle ventilate minacce iraniane di ritorsione. Come vedremo, il presidente ucraino cerca di giustificare l’attacco compiuto contro il mercantile iraniano, evitando tuttavia di esasperare il dibattito.
L’ardita decisione assunta da Zelensky contro l’Iran, che ha sorpreso la diplomazia internazionale suscitando anche forti perplessità, ha immediatamente provocato la dura irritazione di Washington, impegnata a individuare una difficile soluzione negoziale a un conflitto, decisamente folle, scatenato contro Teheran.
Leggiamo insieme:
Il presidente Volodymyr Zelensky, in un’intervista a Sky News, ha sottolineato che l’Iran e la Corea del Nord hanno già attaccato l’Ucraina, fornendo alla Russia armi, tecnologia militare e truppe.
«Dobbiamo essere cauti. Dobbiamo fare tutto il possibile per non aprire in alcun modo un nuovo fronte. Ma dobbiamo essere onesti: l’Iran e i nordcoreani ci hanno già attaccato. Spero che non intensifichino questi attacchi, ma dobbiamo essere pronti a tutto e sapere che non possiamo fidarci di queste persone perché, fin dall’inizio, senza alcun messaggio e senza alcuna escalation da parte nostra, gli iraniani hanno fornito armi e i nordcoreani hanno fornito armi: droni, missili, proiettili di artiglieria calibro 155 e uomini, diecimila nordcoreani».
L’intervistatore di Sky News, riferisce ancora la stampa ucraina, ha chiesto a Zelensky se fosse preoccupato per un potenziale attacco a seguito delle nuove minacce provenienti dall’Iran, scatenate dal recente attacco ucraino contro una nave mercantile nel mar Caspio.
Il presidente ha risposto che l’Iran aveva attaccato l’Ucraina molto tempo prima, fornendo alla Russia droni Shahed e licenze di produzione.
«Hanno fornito migliaia di questi droni nel primo anno di guerra. Poi hanno concesso le licenze. Cosa ne hanno fatto? Ci hanno attaccato? Credo di sì. Quindi lo hanno già fatto».
https://www.youtube.com/watch?v=-HypRv9GHuI
https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/07/27/8046080/
https://www.kyivpost.com/post/81139
«Vi sosteniamo»: il nuovo primo ministro britannico Burnham accoglie Zelensky nella sua prima visita da leader e promette a Kiev la tecnologia di difesa Stone Cloak
Con questo titolo, il 27 luglio scorso, i media ucraini hanno descritto l’incontro avvenuto a Londra tra Zelensky e il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham.
L’incontro, leggiamo, segna il primo confronto diretto tra i due leader e si svolge a pochi giorni dall’insediamento di Burnham, avvenuto in seguito alle dimissioni dell’ex primo ministro Keir Starmer.
«Personalmente, signor Presidente, la sostengo al cento per cento. Onorerò pienamente ogni impegno assunto dal Regno Unito nei confronti dell’Ucraina. Voglio che sappia che la sosteniamo», ha dichiarato Burnham, annunciando inoltre che Londra condividerà con l’Ucraina la proprietà intellettuale della propria tecnologia di difesa Stone Cloak, dando a Kiev la possibilità di produrre in serie i sistemi.
I media ucraini ricordano che Stone Cloak è un sistema di guerra elettronica composto da dispositivi compatti, simili a tablet, progettati per essere installati direttamente sui droni. Secondo Downing Street, questi dispositivi di disturbo hanno le dimensioni di un tablet e impediscono ai sistemi di difesa aerea russi di tracciare e colpire i droni sui quali sono montati.
È opportuno precisare che il Regno Unito ha già fornito all’Ucraina migliaia di questi disturbatori di segnale e che, concedendo a Kiev una licenza di produzione autonoma, consentirà all’industria della difesa ucraina di fabbricare i dispositivi su larga scala.
«Il nostro rapporto con il Regno Unito è più forte che mai e ringrazio Andy per il suo impegno in questa partnership e per la grande attenzione che dedica alla nostra difesa e sicurezza. Le priorità principali sono la difesa aerea, la sicurezza marittima e la produzione congiunta nel settore della difesa: una cooperazione che rafforza entrambi i Paesi», ha affermato Zelensky.
https://kyivindependent.com/zelensky-arrives-in-uk-for-1st-meeting-with-new-prime-minister-burnham/
Il ministro della Difesa polacco ribadisce che l’Ucraina non entrerà nell’Unione europea «sotto la bandiera di Bandera»
I media polacchi, ripresi successivamente da quelli ucraini, il 27 luglio scorso hanno riportato con grande enfasi le dichiarazioni sferzanti pronunciate dal ministro della Difesa polacco, Władysław Kosiniak-Kamysz, secondo il quale l’Ucraina non entrerà a far parte dell’Unione europea se continuerà a glorificare l’ultranazionalista Stepan Bandera.
È opportuno evidenziare che, tra le righe delle parole pronunciate dal ministro, emerge il fondato timore di una crescita delle tensioni tra le due popolazioni nelle aree di confine, con il rischio di possibili incidenti e turbative dell’ordine pubblico nel breve periodo.
Il ministro ha dichiarato testualmente:
«L’Ucraina non entrerà nell’Unione europea con Bandera sulla propria bandiera. Se i croati glorificassero gli ustascia, neppure loro entrerebbero nell’Unione europea. Oggi, in Germania, non si glorificano i comandanti della Seconda guerra mondiale, nemmeno quelli che furono soldati e non criminali. In Francia non si erigono monumenti al maresciallo Pétain».
Sempre il ministro, successivamente, ha voluto precisare:
«La comunità europea non può essere costruita su una memoria storica che contraddice i valori di quella stessa comunità. Affinché la situazione si calmi, gli ucraini devono comprendere che, oggettivamente, ciò che accadde nella cosiddetta Piccola Polonia orientale e nella Galizia orientale nel biennio 1943-1944 fu un genocidio. Persone innocenti – bambini, madri e anziani – furono uccise semplicemente perché erano polacche. Furono assassinate in modo brutale. Il secondo punto riguarda la necessità di onorare la loro memoria, mentre il terzo riguarda il perdono. In Polonia, alcuni preferirebbero non arrivare a questo terzo punto. Ciò mi preoccupa, perché si tratta di un appello rivolto non solo agli ucraini, ma anche ai polacchi».
https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/07/27/8046103/
https://www.instagram.com/p/DbS39YIF7Xa/
Il prossimo round di colloqui tra Israele e Libano si terrà all’inizio di agosto a Roma
I media israeliani, libanesi e americani riportano l’imminente ripresa dei colloqui tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, che dovrebbero avere luogo a Roma dal 4 al 6 agosto prossimo.
Secondo il Jerusalem Post, i colloqui si concentreranno sull’attuazione del quadro trilaterale, sulla risoluzione delle questioni di confine e sull’espansione delle aree pilota nel Libano meridionale, dove le truppe libanesi verificheranno che le zone siano state bonificate dalla presenza dei terroristi di Hezbollah e delle armi in loro possesso.
La prima zona pilota rappresenta una concreta opportunità per compiere progressi sul campo, ripristinando l’autorità dello Stato libanese attraverso il disarmo verificato delle organizzazioni terroristiche e costruendo la fiducia necessaria per i passi successivi. L’esperienza acquisita nelle prime zone pilota contribuirà a migliorare l’attuazione del modello, consentendone una graduale espansione per fasi.
In particolare, i negoziatori intendono lavorare anche per raggiungere un accordo globale sulla pace e sulla sicurezza, tenendo conto degli esiti dell’incontro della scorsa settimana tra il presidente libanese Joseph Aoun e il presidente statunitense Donald Trump.
L’amministrazione Trump è impegnata nei colloqui, ha osservato il funzionario, aggiungendo che tutte le parti stanno affrontando i negoziati con «notevole slancio», in seguito ai colloqui tra i presidenti e alla graduale attuazione delle zone pilota.
https://www.jpost.com/middle-east/article-903849
Egitto, Turchia e Pakistan forgiano un nuovo asse politico e di sicurezza
Desidero proporvi brevi stralci di un lungo editoriale di Yoni Ben Menachem, noto analista del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, perché dalla lettura di questo estratto emerge, in tutta la sua evidenza, la fragilità degli attuali equilibri geostrategici e la contemporanea ricerca di nuove alleanze e nuovi assetti.
Si tratta, pertanto, di una situazione estremamente volubile, delicata e potenzialmente prodromica a nuove fibrillazioni, qualora non si riuscisse a incanalarla verso obiettivi comuni di pacificazione, fiducia e rispetto reciproco.
Leggiamo insieme:
«Il quotidiano londinese Asharq Al-Awsat ha riportato, il 19 luglio, che l’Egitto ha concluso un’esercitazione militare congiunta con la Turchia, incentrata sul contrasto ai sistemi aerei senza pilota (UAS) e sullo svolgimento di esercitazioni a fuoco vivo in scenari di combattimento non convenzionali. All’esercitazione hanno partecipato unità aviotrasportate e reparti di commando egiziani, insieme alle forze speciali turche.
Secondo il rapporto, l’esercitazione faceva parte di un processo di accelerazione del riavvicinamento militare tra Il Cairo e Ankara.
Questa tendenza si è riflessa in un numero crescente di esercitazioni congiunte da quando i due Paesi hanno firmato un accordo quadro sulla cooperazione militare, circa cinque mesi fa, durante la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan al Cairo, avvenuta a febbraio.
Alti funzionari della sicurezza israeliana hanno osservato che le capacità militari dimostrate durante l’esercitazione sono tipiche di forze armate che si preparano ad affrontare le minacce future, piuttosto che le guerre del passato.
Hanno aggiunto che, parallelamente all’esercitazione con la Turchia, l’Egitto ha tenuto anche una serie di incontri operativi con la Marina pakistana, a dimostrazione del fatto che Il Cairo sta contemporaneamente ampliando le proprie collaborazioni militari nell’Asia meridionale.
Secondo alti funzionari diplomatici, quest’ultima esercitazione rappresenta la diretta prosecuzione del netto miglioramento delle relazioni tra Egitto e Turchia, dopo oltre un decennio di forti tensioni, iniziate con la destituzione, nel 2013, del presidente egiziano Mohamed Morsi, figura di spicco dei Fratelli Musulmani.
Dalla visita del presidente Erdoğan al Cairo, avvenuta a febbraio, e dalla firma dell’accordo quadro militare, la cooperazione in materia di sicurezza tra i due Paesi ha subito una significativa accelerazione. Nel giro di pochi mesi, i due eserciti hanno condotto diverse esercitazioni congiunte in ambito aereo, terrestre e marittimo, tra cui l’esercitazione aerea Anatolian Eagle 2026, che ha visto la partecipazione di caccia F-16 egiziani, impiegati al fianco di velivoli turchi e azeri.
Per entrambi i governi, il ripristino delle relazioni bilaterali è motivato non soltanto da considerazioni politiche, ma anche dalla consapevolezza che il panorama strategico, in continua evoluzione, del Medio Oriente richiede una maggiore cooperazione tra le principali potenze della regione».
https://jcfa.org/egypt-turkey-and-pakistan-forge-a-new-political-security-axis/
L’aspro confronto tra Pechino e Washington sull’intelligenza artificiale al centro del prossimo incontro tra i due presidenti
Desidero infine proporvi questo editoriale, redatto da Evelyn Cheng, nota corrispondente senior della CNBC da Pechino, perché ci aiuta a comprendere aspetti poco conosciuti delle attuali dinamiche e degli odierni confronti strategici tra imperi.
Pechino sembra essere in vantaggio, mentre Washington confida nella propria capacità scientifica. Si discute, mentre una «guerra» sotterranea e silenziosa sull’intelligenza artificiale non accenna a placarsi.
Leggiamo insieme.
Principali indicatori
- Pechino sta utilizzando sempre di più le proprie capacità nel campo dell’intelligenza artificiale per consolidare la sua influenza all’estero.
- Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che a settembre discuterà di intelligenza artificiale con il presidente cinese Xi Jinping.
- Le nuove versioni open source dei modelli di intelligenza artificiale cinesi continuano a risentire dei limiti alla potenza di calcolo imposti dagli Stati Uniti.
Il ruolo della Cina nel settore dell’intelligenza artificiale si sta trasformando rapidamente.
Il discorso sull’IA pronunciato dal presidente Xi Jinping il 17 luglio e la contemporanea uscita di Kimi K3, rivale di Claude Fable 5, sono stati soltanto l’inizio. La raffica di pressioni esercitate dal governo statunitense sui modelli open source cinesi ha provocato appelli contro le «restrizioni premature», contenuti in una lettera aperta pubblicata venerdì e sottoscritta da Jensen Huang di Nvidia e da oltre venti altre aziende tecnologiche.
«A mio avviso, il lancio di Kimi K3 ha scatenato un acceso dibattito a Washington su cosa fare riguardo ai modelli cinesi a pesi variabili», ha affermato Ryan Fedasiuk, ricercatore presso l’American Enterprise Institute.
Il dibattito sarà presto messo alla prova ad alto livello.
In alcune dichiarazioni rilasciate alla fine della scorsa settimana in merito alla politica statunitense sui data center, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato di voler discutere di intelligenza artificiale con Xi Jinping durante una visita negli Stati Uniti prevista per la fine di settembre. Il ministero degli Esteri cinese ha risposto dichiarando che Pechino è pronta a collaborare con gli Stati Uniti sull’intelligenza artificiale.
Il fatto che i due Paesi finiscano per collaborare maggiormente o per entrare in conflitto in ambito tecnologico sarà «di grande importanza», ha affermato Lex Zhao, investitore di capitale di rischio di origine cinese che, in qualità di socio amministratore di One Way Ventures, società con sede a Boston, gestisce asset per 150 milioni di dollari.
«La realtà è che molte startup americane utilizzano modelli di intelligenza artificiale cinesi», ha affermato. «Molte delle aziende nelle quali investiamo si basano su questi modelli».
Zhao ritiene che gli Stati Uniti e la Cina esercitino entrambi una «forte influenza» l’uno sull’altra, limitando reciprocamente le azioni che potranno intraprendere in materia di intelligenza artificiale.
Questa interdipendenza commerciale sta trasformando una sfida tecnologica per Washington in una sfida diplomatica.
Questo mese la Cina non solo ha ospitato la Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale a Shanghai, ma anche le Settimane digitali dell’APEC a Chengdu, dove si sono riuniti quasi due dozzine di alti funzionari del settore tecnologico, compresi alcuni rappresentanti degli Stati Uniti.
George Chen, partner e responsabile della divisione digitale presso la società di consulenza The Asia Group, ha partecipato a entrambi gli eventi.
«Ora anche Pechino considera l’intelligenza artificiale una nuova forma di diplomazia attraverso la quale conquistare un numero maggiore di alleati e partner», ha affermato, aggiungendo che il prossimo vertice tra Trump e Xi, previsto a Washington a settembre, sarà la prima occasione nella quale i due leader potranno affrontare le questioni relative alla diplomazia dell’IA.
Una domanda schiacciante
I progressi tecnologici della Cina si sono verificati nonostante quattro anni di restrizioni statunitensi all’accesso ai semiconduttori avanzati necessari per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale. L’entusiasmo per i nuovi e potenti modelli continua, tuttavia, a essere limitato dalla potenza di calcolo disponibile.
All’inizio di questo mese, il consulente di intelligenza artificiale Shu Weibing ha dichiarato di aver visitato Z.ai, scoprendo però che le aziende intenzionate a utilizzare gli strumenti di programmazione più avanzati di GLM 5.2, rilasciati a metà giugno, dovevano affrontare una lista d’attesa di tre mesi.
Pochi giorni dopo il lancio di Kimi K3 da parte di Moonshot, la startup ha annunciato la sospensione dei nuovi abbonamenti a causa dei limiti della potenza di calcolo. La Cina sta investendo ingenti risorse nelle capacità informatiche interne. Z.ai sta potenziando un gigantesco data center da un gigawatt, come confermato alla CNBC da una fonte a conoscenza dei fatti.
Tuttavia, secondo un sondaggio del Pew Research Center, il ritmo con il quale la Cina sta diffondendo nuove tecnologie di intelligenza artificiale, anche alla fine di giugno, ha convinto un numero leggermente maggiore di americani che il Paese asiatico sia più avanzato degli Stati Uniti nello sviluppo dell’IA. Un altro studio del Pew Research Center, condotto all’inizio di luglio, ha rilevato che circa la metà degli americani non condivideva le politiche sull’intelligenza artificiale né dei Democratici né dei Repubblicani.
L’azienda statunitense Hugging Face ha addirittura dichiarato di aver dovuto utilizzare GLM 5.2 di Z.ai per contrastare un attacco informatico proveniente da un modello OpenAI non autorizzato.
«L’incidente sottolinea chiaramente perché l’open source sia così necessario per le imprese americane e perché sarebbe sciocco limitarlo», ha affermato Fedasiuk, aggiungendo: «Credo che sia possibile trovare un punto d’incontro».
Mentre le aziende statunitensi affermano che gli sviluppatori cinesi abbiano sottratto funzionalità di intelligenza artificiale, il più avanzato modello open source statunitense sviluppato fino a oggi dalla startup Thinking Machines Lab ha rivelato di aver utilizzato DeepSeek e Kimi durante il proprio processo di sviluppo.
Altri Paesi stanno osservando attentamente la situazione. I rappresentanti dell’APEC riuniti a Chengdu hanno pubblicato giovedì una dichiarazione a sostegno dei modelli di intelligenza artificiale open source «che adottano solide garanzie di sicurezza».
Non è chiaro se una politica in materia, anche qualora fosse discussa tra i leader delle due maggiori economie mondiali tra due mesi, possa garantire un vantaggio nella rapida corsa all’intelligenza artificiale.
Secondo Zhao, di One Way Ventures, la soluzione migliore per le aziende consiste nell’utilizzare sistemi che offrano la possibilità di passare da un modello all’altro, anziché affidarsi a un solo modello.
Con il miglioramento e la diffusione dei modelli cinesi, per le aziende statunitensi e degli altri Paesi potrebbe diventare sempre più difficile evitare di utilizzarli.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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Stefano Silvio Dragani
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