I papà non sono più quelli di una volta. E questa è una buona notizia. Oggi molti padri vogliono esserci, davvero, per i propri figli. I primi mesi sono fondamentali per creare un legame affettivo, ma i dieci giorni di congedo obbligatorio previsti dalla normativa italiana non bastano. Il lavoro di cura è così demandato alla mamma, che invece ha a disposizione almeno cinque mesi.
Questo, però, non fa altro che aumentare il divario di genere ed esacerbare la crisi demografica; il 13,6% delle donne – contro appena il 4% degli uomini – rinuncia a far figli non per mancanza di desiderio, ma per carenza di certezze riguardo alla propria carriera. Se però il congedo fosse paritario e la cura distribuita equamente, le differenze si ridurrebbero: introdurre gli stessi diritti per tutti vorrebbe dire evitare che i datori di lavoro preferiscano un genere rispetto all’altro, solamente sulla base della possibilità di avere dei bambini e quindi di dover rimanere a casa per alcuni mesi.
È proprio con queste motivazioni che è nata l’idea del comitato Pari alla pari di proporre una legge di iniziativa popolare, che intende portare a cinque mesi il congedo obbligatorio per ciascun genitore, retribuito al 100% e non trasferibile. La raccolta firme per far approdare il Disegno in parlamento è arrivata all’obiettivo di raccogliere 50mila sottoscrizioni in meno di un mese e mezzo, e le adesioni continuano ad aumentare.

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PERCHÉ NON VOGLIAMO FIGLI
«Io credo che sia in atto un cambiamento culturale importante, i papà vogliono essere parte della cura dei propri figli, molto più che un tempo», dice Alberto Rossi, primo cittadino di Seregno, uno dei due sindaci, assieme alla collega di Settimo Torinese Elena Piastra, ad avere sottoscritto la proposta. Già da tempo la sua amministrazione lavora sul tema: nel Comune lombardo è attiva una misura che prevede un’integrazione per il congedo facoltativo, in modo da incentivare entrambi i genitori a usufruirne, anche nei casi in cui ci siano maggiori necessità economiche.
Il Comune di Seregno integra il congedo parentale facoltativo, aggiungendo fino a 500 euro al mese per cinque mesi. Qual è il ragionamento dietro a questa iniziativa?
Siamo partiti quattro anni fa, era forse uno dei primi momenti in cui questo tema si affacciava a nel discorso politico internazionale ed era ancora molto tabù. A livello comunale abbiamo provato a lanciare questa iniziativa, iniziando un percorso. Che tuttavia ancora oggi è compiuto quasi esclusivamente alle donne. L’integrazione, ovviamente, è prevista o per la mamma o per il papà. In tre anni, però, hanno aderito solo tre padri. Nonostante questo, ci siamo detti di cercare di fare qualcosa e siamo tra i pochissimi Comuni in Italia a farlo. Sarebbe però compito dello Stato.
Così, ha poi aderito all’iniziativa di Pari alla pari.
Quando è nata questa iniziativa spontanea, sono stato contattato dalla sindaca Elena Piastra, che conosco bene. Noi due eravamo gli unici primi cittadini tra le 15 persone che erano presenti in Corte di Cassazione a depositare il Disegno di legge. Pari alla pari è un movimento dal basso, che mette insieme realtà molto eterogenee tra loro, ci sono pochi amministratori. C’è però tantissimo interesse popolare: quando ho realizzato il video per promuovere la raccolta firme, dicevo che eravamo all’80%. Adesso abbiamo già raggiunto le 50mila firme necessarie, in meno di un mese e mezzo. È un numero oltre ogni previsione iniziale. È chiaro che questa è una tappa: più persone aderiscono, più riteniamo che la proposta abbia la forza giusta perché il Parlamento la prenda in mano dandole il peso che la società civile le sta riconoscendo. È interessante il percorso: qualcosa che è stato discusso dalla politica ma non approvato sta tornando dal basso a ritagliarsi spazio per avere l’attenzione pubblica e dei legislatori.
Quali saranno i prossimi passi?
Da un lato, ora che si sono raggiunte le 50mila firme, il Disegno di legge può andare in Parlamento. Dall’altro vorremo provare a lanciare un segnale culturale al nostro Paese, grazie all’enorme interesse che la tematica sta attirando. Vedremo quali saranno i tempi di calendarizzazione della politica, ma l’idea è quella di fare qualche evento nazionale, per aumentare il coinvolgimento delle istituzioni. Penso anche a ordini del giorno dei Consigli comunali, provinciali, regionali.
Dopo un figlio una mamma su cinque lascia il lavoro, la maternità ancora oggi è il principale fattore di rischio professionale per una donna
Alberto Rossi, sindaco di Seregno
Qual è la teoria che sta alla base della vostra proposta?
Io ho tre bambini e quando sono diventato papà non c’erano nemmeno i dieci giorni che ci sono ora. Ai tempi già questo breve periodo sembrava una concessione; il rischio, però, è che sembri una “vacanza premio”. Una decina di giorni non basta, essere padre richiede tempo. La nostra idea è da un lato ridistribuire la cura in modo importante tra i due genitori, dall’altro dare un segnale su una tematica molto importante. Dopo un figlio una mamma su cinque lascia il lavoro, la maternità ancora oggi è il principale fattore di rischio professionale per una donna. Riteniamo che un congedo paritario possa aiutare molto sotto questo aspetto. Ovviamente questo non può risolvere da solo tutta la fatica che c’è nel fare figli – o i problemi demografici – ma può essere un fattore importante.
Quali sono, nello specifico, le proposte?
Un congedo obbligatorio paritario non trasferibile, cinque mesi per la madre e cinque mesi per il padre, retribuiti, nei primi 18 mesi. È un dato di fatto che dopo l’introduzione del congedo di paternità sempre più persone ne usufruiscano: si è passati da uno su cinque nel 2013 al 65% nel 2023. Però rimane la limitatezza del periodo. In Spagna ci sono 16 settimane a testa, in Finlandia più di cinque mesi, in Svezia quasi 500 giorni da dividere, in Islanda ci sono tre mesi alla mamma, tre mesi al papà e tre condivisi. La nostra proposta rispetta anche il ruolo del padre: i primi mesi di vita del bambino sono decisivi e fondamentali per la costruzione della sicurezza emotiva, della fiducia, delle relazioni. Vogliamo cambiare il paradigma per cui il lavoro premia chi mette la famiglia in secondo piano e l’assunto secondo il quale il lavoro di cura non riguarda gli uomini. Essere padri significa prima di tutto esserci.


L’Organizzazione mondiale della sanità consiglia però l’allattamento esclusivo fino ai sei mesi. La madre quindi, almeno per questo periodo, dovrebbe rimanere col bimbo.
Il congedo facoltativo non verrebbe meno. Introdurre un congedo paritario obbligatorio non significa eliminare gli altri diritti, altrimenti non sarebbe un passo avanti.
Vogliamo cambiare il paradigma per cui il lavoro premia chi mette la famiglia in secondo piano e l’assunto secondo il quale il lavoro di cura non riguarda gli uomini. Essere padri significa prima di tutto esserci
Alberto Rossi, sindaco di Seregno
Congedo obbligatorio non significa che vada preso per forza, ma che non può non essere concesso se richiesto. Secondo lei i padri ne usufruirebbero o esiste ancora un problema culturale?
Ha ragione. È un percorso culturale che va affrontato. Come ho già detto, in questi anni l’integrazione a Seregno è stata richiesta da tre papà. Però sono cambiamenti che si sviluppano nel tempo. La mia prima bambina è nata il sabato, il lunedì ho dovuto andare in ufficio perché c’erano dei problemi e non avevo nessuno strumento per dire «no, non posso». Poi ho preso ferie. Ora il congedo – seppur breve – c’è. È chiaro che è una battaglia culturale sotto molti punti di vista. Per esempio, giusto per citare un dettaglio: quando dovevo cambiare i pannolini ai miei bambini rimanevo sempre basito, perché i fasciatoi nei bagni degli uomini di solito non ci sono. Dovevo entrare in quelli femminili. C’è molta strada da fare, ma proprio per questo siamo contenti che le 50mila firme – e le assicuro che non sono solo di donne – siano arrivate in così poco tempo.
Non pensa che al momento si stia, in alcuni ambienti, “tornando indietro”, anche sulla parità tra uomini e donne?
A livello generale magari sì. Però io penso che mediamente chi ora diventa papà abbia un’attenzione diversa rispetto alla generazione precedente. Mio padre mi ha riempito di tutto l’affetto che poteva darmi, ma certi compiti erano considerati “da mamma”. Penso che questa concezione non ci sia più o ci sia molto meno. Oggi non sorprende più che un uomo cambi i pannolini o supporti la partner nella cura.
Foto in apertura di Pexels da Unsplash
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Veronica Rossi
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