L’intervista a Marcella Beccaria, curatrice della mostra e vicedirettrice del Castello di Rivoli, non si è svolta a un tavolo, ma dentro El glaciar ido (Il ghiacciaio scomparso) prima personale museale italiana di Cecilia Vicuña (Santiago del Cile, 1948), nella Manica Lunga del Castello di Rivoli, dove è visitabile fino al 20 settembre 2026: lana grezza, bambù e spago sospesi come un quipu disteso. “El hilo siente la mano, como la palabra la lengua”, scrive Vicuña in Palabra e hilo. Dentro l’opera, quella frase smetteva di essere una metafora. Camminavamo con Marcella Beccaria e, a ogni passo, l’installazione cambiava: la lana si avvicinava, sfiorava il corpo, poi tornava a sospendersi. A un certo punto un piccolo fiocco si è posato sui miei vestiti. L’ho raccolto. Non come souvenir, ma come resto minimo di una mostra che non resta fuori da chi la attraversa.
“El glaciar ido”, la prima personale istituzionale di Cecilia Vicuña in italia
Forse la prima personale museale italiana di Vicuña comincia proprio da lì: non da una definizione, ma da un contatto. Un frammento di lana, una basurita. Vicuña è artista, poetessa, performer, regista e attivista. In lei ecologia, femminismo e attivismo non diventano etichette. Restano materia viva. A Rivoli questa materia prende la forma di un quipu acostado: disteso, orizzontale, sospeso a diverse altezze. Il quipu, un antico sistema di cordicelle a nodi usato nell’America precolombiana, in particolare dagli Inca, per scopi di calcolo numerico e memorizzazione, qui non ha nodi. Quindi: Non registra più la memoria. Segna una perdita.
È Vicuña stessa a riportare il quipu alla sua ferita storica: “All’inizio, quando la Chiesa cattolica arrivò in Perù e vide che le persone avevano questi quipu, pensò che fossero scope per pulire il pavimento. È vero. I documenti coloniali dicono questo: è una scopa. E così non diedero alcuna importanza al quipu. Ma poi, quando i conquistatori cominciarono ad appropriarsi della terra, e le persone arrivarono nei tribunali, nei tribunali spagnoli, con i quipu in mano, perché nel quipu c’era la prova che quella comunità possedeva quella terra, allora, quando videro che i quipu avevano un significato, il quipu fu proibito. E i quipucamayoc, le persone che sapevano leggere e registrare attraverso i nodi, furono uccisi. E fine del quipu. Fu una distruzione radicale, violenta, di un antico sistema di conoscenza. Recentemente, alcuni archeologi americani scoprirono che una forma di quipu era sopravvissuta in comunità isolate delle Ande. Ed è una cosa meravigliosa, perché in quelle comunità, anche se l’ultima generazione che sapeva decifrare i quipu è morta negli anni Settanta e non ha trasmesso questa conoscenza alla nuova generazione, i quipu sono rimasti. Li conservano, ma non sanno più leggerli. Nemmeno lì. Per questo la perdita di questa conoscenza è qualcosa che mi ferisce davvero il cuore. Fare un quipu, per me, è un atto di speranza: la speranza che possa arrivare una diversa forma di conoscenza, quando lavoriamo collettivamente alla creazione di un sistema di comunicazione che non sia lineare. Non è qualcosa che si può spiegare chiaramente. È qualcosa che si sente”.

El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso), 2026 (dettaglio / detail)
Veduta dell’allestimento / installation view
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
Foto / Photo Alberto Nidola
© CECILIA VICUÑA, by SIAE
Intervista a Marcella Beccaria curatrice della mostra di Cecilia Vicuña al Castello di Rivoli
Quanto conta attraversare “El glaciar ido”, e non soltanto guardarlo?
Conta moltissimo. Non è un’opera frontale: bisogna entrarci. Cecilia l’ha pensata come un quipu disteso, quasi addormentato, sospeso nella Manica Lunga. Camminando cambia: pochi passi bastano a spostare la percezione.
La lana non si guarda soltanto. Ha odore, leggerezza, vulnerabilità. A tratti sembra sfiorarti. Per questo l’opera costringe a rallentare: non la consumi come un’immagine, la attraversi.
La relazione tra Cecilia Vicuña e il Castello di Rivoli non nasce oggi. Da dove parte?
Il Castello aveva già presentato il suo lavoro nel 2000, nella mostra Quotidiana. In quell’occasione Cecilia realizzò Canoa de luz, pensata per Rivoli ma presentata alla Casa del Conte Verde. C’è poi un legame più ampio con Torino, per lei luogo di riconoscimento poetico. In Vicuña la pratica visiva non è mai separata dalla poesia: tutto nasce da lì, o lì ritorna.
Io conoscevo il suo lavoro da molti anni. Negli Stati Uniti avevo collaborato a Inside the Visible, dove Cecilia era presente quando non aveva ancora il riconoscimento internazionale di oggi. Questa mostra nasce da una relazione lunga, non da tre anni di lavoro.
Perché un ghiacciaio al Castello di Rivoli?
Il progetto nasce dall’ascolto del luogo. Quando Cecilia è tornata qui, guardava il paesaggio, le montagne, la neve. Abbiamo parlato della storia geologica di Rivoli: l’anfiteatro morenico, i sedimenti, i ghiacciai antichissimi che hanno formato questo territorio.
Il Castello siede su residui portati a valle da ghiacciai che non ci sono più. Anche i laghi di Avigliana sono una memoria d’acqua di quel paesaggio. Questo ha colpito Cecilia: il ghiacciaio non è solo natura, ma memoria remota. Qualcosa che ci precede e che spesso dimentichiamo.

El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso), 2026 (dettaglio / detail)
Veduta dell’allestimento / installation view
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
Foto / Photo Alberto Nidola
© CECILIA VICUÑA, by SIAE
Che cosa significa, qui, un quipu acostado?
Per Cecilia il quipu non è mai solo una forma. È memoria che passa attraverso i fili: registra, lega, trasmette. Nelle culture andine e poi incaiche, i quipu erano sistemi di corde annodate capaci di conservare informazioni amministrative, astronomiche, storiche, forse anche narrative. A Rivoli Cecilia lo immagina disteso, addormentato, orizzontale. Non è un’opera appoggiata nello spazio: nasce dalla Manica Lunga, dalla sua forma, e dalla memoria geologica del territorio.

El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso), 2026 (dettaglio / detail)
Veduta dell’allestimento / installation view
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino
Foto / Photo Alberto Nidola
© CECILIA VICUÑA, by SIAE
Questo quipu contemporaneo non ha nodi. Perché è un punto così importante?
Perché l’assenza del nodo indica una perdita. Nei quipu antichi il nodo tratteneva l’informazione. Qui, invece, l’assenza rimanda alla progressiva perdita di memoria e di attenzione nei confronti del mondo che ci ospita. Il progetto guarda a ciò che scompare o è già scomparso: i ghiacciai, certo, ma anche i desaparecidos, le vittime della dittatura cilena, le persone messe a tacere o eliminate da governi repressivi. Il nodo mancante dice che qualcosa non è più leggibile, che una trasmissione è stata interrotta.
La mostra parla di ecologia, ma evita ogni didascalismo. Come si tiene questa misura?
Cecilia non lavora mai in modo illustrativo. Per lei l’ecologia non è un tema arrivato adesso, perché urgente. C’è da sempre. Dagli anni Sessanta parla di Arte Precario: materiali effimeri, piccoli resti, detriti, cose raccolte, quelle che chiama basuritas.
Per questo la mostra non doveva solo parlare di sostenibilità, ma praticarla. Cecilia voleva materiali coerenti con il pensiero dell’opera: lana, bambù, spago. Niente nylon, niente acciaio, niente plastica. Anche questo, per lei, è parte del lavoro.
Prima dell’installazione, Vicuña ha voluto chiedere permesso alla montagna. È davvero da lì che comincia la mostra?
Per me sì. Prima di iniziare, Cecilia mi ha detto che dovevamo andare a chiedere permesso alla montagna. Così siamo andate ai piedi del Monte Bianco. Non tecnicamente in Piemonte, ma in questa parte dell’arco alpino è la presenza glaciale più forte. C’era ancora molta neve. Cecilia ha abbracciato la montagna, ha cantato. Eravamo lei e io. Non era un gesto pensato per essere spettacolarizzato, ma dice molto del suo modo di lavorare. Per lei non c’è una separazione rigida tra persone, cose, paesaggio, materia. L’opera nasce dentro questa relazione.
La mostra coinvolge anche il territorio e l’Accademia Albertina. Come avete costruito questa parte?
Con progetti nati prima della mostra. Ci sono state camminate sul territorio aperte al pubblico. Chi partecipava poteva raccogliere piccoli materiali, come fa Cecilia nelle sue camminate.
Poi è nata la collaborazione con l’Accademia Albertina. Un gruppo di studentesse e studenti, selezionato tramite un’open call, ha lavorato al processo di preparazione. Con parte dei materiali raccolti ha realizzato Quipu Canoa, una sorta di canoa in memoria di Canoa de luz, lasciata agli elementi: sole, vento, acqua. Un’opera collettiva che appartiene pienamente al processo generativo della mostra.
Lei ha detto che questa è un’opera necessaria più che bella. Cosa intende?
La bellezza è una parola complessa. L’opera può apparire bellissima, ma Cecilia non la pensa per essere bella. È necessaria. Può sembrare un ghiacciaio che si scioglie, neve che si disfa, qualcosa che cambia nel tempo.
È fragile, ma non debole. La lana può muoversi, cadere, essere riattaccata. È viva. Anche il passaggio del pubblico fa parte dell’opera.
Che cosa vorrebbe restasse al pubblico dopo la visita?
Vorrei che restasse un’esperienza fisica, non solo un’informazione. Si può approfondire la storia del quipu, la geologia del luogo, la biografia dell’artista, il contesto cileno. Tutto questo è importante. Ma il quipu deve anche stare da solo.
Vorrei che chi entra nella Manica Lunga capisse che la scomparsa non riguarda solo ciò che non vediamo più. Riguarda anche il modo in cui perdiamo attenzione, memoria, relazione.
Antonino La Vela
Rivoli, Torino// Fino al 20 settembre 2026
El glaciar ido (Il ghiacciaio scomparso). Cecilia Vicuña
Castello di Rivoli, Piazzale Mafalda di Savoia, 2
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Antonino La Vela
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