Quando leggo che un’azienda ha messo l’inclusione tra le proprie finalità, la mia reazione professionale è cercare la fregatura. Ne ho viste troppe, di dichiarazioni che servono a rimettere a posto la coscienza e la brochure senza che cambi niente per chi, come me, si muove in carrozzina.
Così, quando Visit Paganella mi ha invitata sull’altopiano, sono partita con una domanda precisa: la prima società turistica italiana a essersi data lo status di Società Benefit, con l’inclusività scritta tra gli obiettivi vincolanti e non tra le buone intenzioni, produce accessibilità vera oppure ha solo trovato un timbro più elegante per il solito greenwashing?
La differenza, sulla carta, non è piccola. Una Società Benefit non promette, si obbliga. Le finalità di beneficio comune entrano nello Statuto e l’amministrazione deve renderne conto ogni anno in una relazione pubblica. Chi non le persegue ne risponde.
Detta così sembra l’ennesima ingegneria giuridica da convegno, ma la cosa che volevo capire era terra terra: un vincolo scritto in un atto notarile arriva fino al fondo di un sentiero o al gradino davanti a un ristorante? È lì che l’inclusione smette di essere una parola e diventa qualcosa che posso attraversare oppure davanti a cui resto ferma.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
Accessibile e selvatico insieme
Ho cominciato dal Parco del Respiro, una faggeta pensata come luogo di cura, su un sentiero di terra battuta che le mie ruote hanno letto radice per radice. Già qui una prima risposta. Nessuno aveva asfaltato il bosco per rendermelo accessibile, che è la scorciatoia sbagliata con cui in tanti confondono l’inclusione con la colata di cemento. Il fondo teneva e la pendenza era onesta, quindi potevo starci dentro senza che il paesaggio fosse sfregiato per me. Accessibile e selvatico insieme, che resta la cosa più difficile da progettare.
Nessuno aveva asfaltato il bosco per rendermelo accessibile, che è la scorciatoia sbagliata con cui in tanti confondono l’inclusione con la colata di cemento
Davanti ai greeters, alzo le antenne
Il luogo più duro è stato San Lorenzo in Banale, un borgo medievale, ovvero il posto dove l’accessibilità in teoria non può esistere, visto che con l’acciottolato non si tratta e che la storia non si demolisce. Ad accogliermi non c’era un depliant ma i greeters, persone del paese che accompagnano chi arriva e gli raccontano il posto in cui vivono. Qui devo essere onesta, perché è il punto in cui molti reportage barano: l’accoglienza non sostituisce l’accessibilità e una persona gentile non trasforma un gradino in una rampa. Quando sento «noi vi aiutiamo volentieri», di solito capisco che l’infrastruttura non c’è.


La differenza, a San Lorenzo, è che l’accoglienza dei greeters non tappava un buco: completava un lavoro fatto anche prima di loro, sulle superfici e sui percorsi. Mi stavano accanto, che è una postura che si impara soltanto dove qualcuno ci ha pensato in anticipo.
Quando sento «noi vi aiutiamo volentieri», di solito capisco che l’infrastruttura non c’è. La differenza, a San Lorenzo, è che l’accoglienza dei greeters non tappava un buco. Mi stavano accanto, che è una postura che si impara soltanto dove qualcuno ci ha pensato in anticipo
Poi il lago di Molveno, che d’estate è uno dei posti più affollati dell’altopiano e che qui provano a governare prenotando i parcheggi e regolando la mobilità invece di subire la ressa. Per me è la stessa questione vista da un’altra angolatura, perché come arrivo e come mi muovo è già una domanda di accessibilità, prima ancora che di code. L’ho costeggiato, con l’acqua di fianco e un fondo che reggeva.
Al biotopo di Andalo
L’ultima tappa, il biotopo di Andalo, è quella che mi è rimasta addosso più di tutte. Un biotopo è una zona umida protetta, un pezzo di natura fragile che non puoi addomesticare senza ucciderlo. È il banco di prova più severo di tutto il ragionamento che avevo in testa. Nel bosco puoi ancora battere un fondo e in un borgo puoi lavorare sulle pietre, ma qui la regola è non toccare. Se anche un ambiente così riesce a lasciarmi entrare senza essere snaturato, allora la storia che accessibilità e tutela siano nemiche non regge più.
Se anche un ambiente così riesce a lasciarmi entrare senza essere snaturato, allora la storia che accessibilità e tutela siano nemiche non regge più
Ci ho girato attorno piano. Per una volta la lentezza non era il mio limite ma la velocità giusta per quel posto. Con la naturopata Sara Bertò abbiamo parlato dei tempi della natura, che non sono i tempi della fretta con cui di solito si consuma una vacanza. Io quei tempi li conosco bene, perché il mio corpo me li impone ogni giorno. Per la prima volta non mi sono sentita indietro rispetto a nessuno. Mi arrivavano l’acqua ferma e il rumore degli insetti, insieme all’odore del fondo umido, mentre ogni superficie sotto le ruote continuava a mandarmi in su la sua vibrazione. Per chi si muove come me, quelle vibrazioni sono dati, perché dicono se un percorso è stato pensato oppure soltanto dichiarato. Al biotopo dicevano che qualcuno ci aveva pensato, senza per questo scaricare una colata di cemento in mezzo a una zona umida.


Il timbro? Regge
Alla fine dei tre giorni avevo raccolto abbastanza dati per rispondere alla domanda con cui ero partita. La risposta onesta è che sì, qui il timbro regge. È la prima volta che lo scrivo con questa sicurezza. E non lo scrivo perché lo status di Società Benefit sia una formula magica: conosco posti pieni di certificazioni che restano inaccessibili come cattedrali. La forma giuridica, da sola, non garantisce nulla. Quello che fa, come si vede alla Paganella, è togliere all’inclusione lo statuto di gentilezza facoltativa per spostarla tra le cose di cui bisogna rendere conto. Il vincolo non produce accessibilità in automatico, però cambia chi ha il potere di dire «non si può fare». Quando l’inclusione sta nello Statuto, quel «non si può fare» diventa una posizione che qualcuno dovrà giustificare per iscritto. E questo sposta gli equilibri molto più di mille dichiarazioni di intenti.
La forma giuridica, da sola, non garantisce nulla. Quello che fa, come si vede alla Paganella, è togliere all’inclusione lo statuto di gentilezza facoltativa per spostarla tra le cose di cui bisogna rendere conto
Per chi lavora nel sociale e nelle politiche, credo sia questo il punto da portarsi a casa. Il turismo accessibile viene ancora trattato come una nicchia caritatevole, quando tocca una fetta enorme di persone, da chi ha una disabilità a chi invecchia, fino a chi viaggia con un passeggino o si è rotto una caviglia. È un mercato, non un favore. I territori che lo progettano se ne accorgono prima degli altri.


C’è un dettaglio che alla Paganella hanno afferrato e che nel mio settore ripetiamo da anni: chi ha una disabilità viaggia spesso quando gli altri non ci sono, nei mesi di mezzo. Una montagna pensata per essere vissuta tutto l’anno, senza la solita frattura tra alta e bassa stagione, è proprio la montagna che si apre al pubblico che rappresento. La Società Benefit non è l’unica strada percorribile, però è una delle poche che lega l’impegno a una responsabilità verificabile invece che a una campagna di comunicazione. Nell’anno in cui i Giochi di Milano Cortina hanno riempito la montagna di retorica sull’accessibilità, una destinazione che quel vincolo se l’è messo per iscritto e ci ha costruito sopra pesa più di qualunque spot.
Una scusa in meno
Sono tornata a casa con una consapevolezza scomoda, per una che di mestiere cerca le crepe. Stavolta le crepe non le ho trovate dove me le aspettavo, non certo per aver guardato con indulgenza. Le ho trovate semmai altrove, in tutti i posti che continuano a definirsi accessibili senza essersi mai obbligati a diventarlo. E adesso, davanti a un esempio come questo, una scusa in meno ce l’hanno.
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Sara De Carli
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