Di cosa parliamo quando approcciamo l’economia sociale in senso stretto e non solo per quel che potrà diventare? I dati del nuovo rapporto Excelsior sul settore da poco pubblicati contribuiscono a dare risposte interessanti a riguardo perché misurano elementi hard dello sviluppo come i fabbisogni professionali; è quindi il fattore lavoro – quello retribuito oggetto di approfondimento del report – a dirci quali sono componenti core dell’economia sociale. Componenti su cui fare affidamento per poi lanciarsi verso nuove frontiere di innovazione istituzionale e di prodotto/servizio ma che allo stato attuale sono presto dette: impresa sociale e welfare. Dove con la prima si parla soprattutto di cooperative sociali mentre nel caso del welfare si tratta di servizi socio assistenziali ed educativi.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
Le imprese sociali (16.700 di cui il 93% cooperative sociali) generano il 41% dell’1,3 milioni di addetti dell’economia sociale e inoltre sono i soggetti di maggiore dimensione (in media 30 addetti contro 22 del settore). Nei maggiori settori in cui operano rappresentano inoltre il principale datore di lavoro: 88% nel campo dell’assistenza sociale non residenziale, 69% in quella residenziale, 38% nei servizi educativi e istruzione. Il resto c’è naturalmente sia in termini di soggettività – cooperative non sociali, associazioni, fondazioni – che di settori di intervento – su tutti la filiera culturale e ricreativa a trazione volontaristica – ma non sembra ancora assumere quella “massa critica” in grado, al tempo stesso, di stabilizzare e direzionare l’economia sociale all’interno del nuovo quadro di policy che si sta, non sempre agevolmente, implementando.
Interessante guardare all’approccio delle imprese sociali in una fase – ormai di medio periodo – in cui è la domanda a dover inseguire l’offerta, peraltro in tutto il mercato del lavoro e non solo in quello “sociale”. Vero è però che stando agli stessi dati Excelsior la domanda di lavoro delle imprese sociali è decisamente più significativa (l’83% prevede assunzioni) sia rispetto agli altri soggetti dell’economia sociale (76%) che alle imprese in generale (63%); in valori assoluti si tratta di poco meno di 250mila persone cioè il 43% dell’intero fabbisogno dell’economia sociale. Ma nonostante questa “fame” il percorso di avvicinamento all’offerta rimane costellato di ostacoli. Lo si nota, in primo luogo, guardando alle caratteristiche dei profili ricercati che sono, nella maggior parte dei casi, piuttosto “skillati” sia in termini di titoli di studio (la laurea ormai è un prerequisito nel 41% dei casi) che di esperienze pregresse (richieste in oltre 7 casi su 10). A ciò si aggiunge anche la storica propensione a ricercare persone dotate di competenze soft di natura relazionale e imprenditiva che contraddistingue il settore ma che contribuisce a innalzare ulteriormente l’asticella rispetto ai profili attesi. Asticella che così posizionata taglia fuori in particolare i giovani (le previsioni di assunzione di under 30 per le imprese sociali si fermano al 19% contro il 28% delle imprese in generale) ma anche i lavoratori stranieri (19% contro 23%), privandosi quindi di un capitale umano a cui spesso vengono attribuite capacità trasformative. Leggermente meglio invece l’approccio rispetto a un altro segmento importante del mercato del lavoro ovvero quello femminile (19% contro 16%) rispetto al quale, evidentemente, vale ancora il driver culturale della cura.
A fronte di una domanda di lavoro che, va detto, appare comunque molto determinata da fattori esogeni, in primis i requisiti per poter operare nei sistemi di welfare pubblici, è interessante rilevare la risposta in termini risorse umane delle imprese sociali. La strategia sembra consistere nel non voler mollare il punto rispetto alla ricerca del famoso matching tra domanda e offerta, lavorando meno sulle precondizioni per favorire questo l’incontro. Si tratterebbe di agire su condizioni materiali come i livelli retributivi e altri incentivi non salariali, oppure l’assunzione a tempo indeterminato e soprattutto il ricorso al tempo parziale. Tutti aspetti rispetto ai quali le imprese sociali non vogliono o non possono più di tanto agire mostrando quindi livelli più alti di assunzioni a tempo determinato, contratti di collaborazione e part time, probabilmente anche per le caratteristiche di una domanda che per svariate ragioni è anch’essa debole rispetto alla volontà e capacità di costruire un “contratto sociale” con l’organizzazione significativo e di lungo periodo. La scelta quindi è di tener duro rispetto all’impianto tradizionale della “ricerca lavoro” pienamente rispondente al possesso di requisiti e che, vale la pena di ribadire, sono piuttosto elevati. Si investe meno su “palestre” – dalle academy aziendali a “quasi lavori” come tirocini, servizio civile, ecc. – che possono avvicinare target lontani o poco ingaggiabili preferendo piuttosto approcci incrementali come l’allargamento del bacino di selezione guardando oltre le “colonne d’Ercole” del locale (sovraprovinciale, nazionale e, soprattutto per alcune figure di cura, internazionale).
Infine una nota che può apparire di dettaglio ma forse non lo è, ovvero il ruolo della twin transition digitale e green a cui il rapporto dedica un interessante approfondimento. Per entrambe le transizioni è interessante notare come siano arrivate a maturazione in termini di competenze attese, contribuendo così a incrementare le difficoltà sul fronte della ricerca di lavoro. Ma esiste una distinzione piuttosto significativa tra le due ovvero che mentre la trasformazione digitale sembra impattare soprattutto su figure tecniche e manageriali e quindi su funzioni di staff e coordinamento, la seconda parrebbe agire in senso trasversale su tutti i livelli organizzativi. Sembra quindi che la sostenibilità ambientale possa configurarsi come meccanismo più pervasivo di rinnovamento delle attività ma anche della cultura organizzativa, mentre quella digitale sia più orientata verso strati delimitati e tendenzialmente apicali forse perché monopolizzata dal “dominio della tecnica”.
In conclusione dai dati del report appare che se l’economia sociale definisce la propria missione affermando la prevalenza del capitale umano su quello economico e finanziario, allora è piuttosto chiaro dove agire in termini di attori e di settori ovvero impresa sociale e welfare. Sembra esserci più margine invece per arricchire una strategia rispetto al capitale umano che oggi è basata soprattutto sulla ricerca quasi compulsiva di un matching tra domanda e offerta al fine di rispondere a urgenze di breve periodo. La sfida è di riuscire ad alzare lo sguardo investendo su profili di competenze e caratteristiche dei “posti di lavoro” che richiedono, entrambi, di essere profondamente rigenerati anche in termini di senso.
Foto di Markus Winkler su Unsplash
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Stefano Arduini
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