Cosenza. La tragedia di una famiglia spezzata dalla violenza razzista e dagli abusi di un carabiniere forte solo con i deboli



Alle 14:10 del 23 luglio, il citofono della famiglia Bessioud, in uno stabile di via dei Mille, suona. Sono i carabinieri, che comunicano di dover salire in casa per un controllo: devono verificare se il detenuto Mohamed Amin Bessioud, agli arresti domiciliari per possesso di hashish, si trovi all’interno dell’abitazione. A capo della pattuglia c’è il vice brigadiere Luca Restaneo, un soggetto noto ai più per i suoi modi poco ortodossi e spesso contrari alle regole e alla legge, agiti tuttavia solo nei confronti di persone fragili e indifese. Quello che in gergo viene definito un “abusivista”: forte con i deboli e sottomesso con i mafiosi e i veri narcotrafficanti locali, i quali da lui non hanno nulla da temere. Ad aprire la porta è la madre di Momo, la quale comunica subito ai militari che il figlio è in casa, lamentandosi al contempo dell’eccessivo zelo, non solo per la frequenza dei controlli, ma soprattutto per i modi con cui il vice brigadiere tratta il ragazzo. Restaneo, però, non sente ragioni e dichiara che il controllo, in realtà, è una perquisizione. Senza mostrare alcun decreto, procede d’imperio. Insieme al collega, si chiude nella stanza di Momo, impedendo alla madre di assistere alle operazioni. La donna, preoccupata per l’aggressività manifestata dai due carabinieri, insiste per entrare; nonostante le venga vietato, riesce a sentire tutto ciò che avviene nella stanza. A parlare è sempre il vice brigadiere che, come al solito, inizia a reiterare le sue quotidiane minacce nei confronti del giovane: «Ora ti arrestiamo», «I tuoi giorni di libertà sono finiti», «Ora ti sbatto dentro». Si tratta di una preoccupazione ampiamente giustificata dai numerosi precedenti violenti messi in atto dal militare, sulla cui matrice razzista non vi sono dubbi. Già in passato, infatti, il vice brigadiere si era dimostrato violento con Momo: durante un’altra perquisizione, il ragazzo era stato picchiato e trascinato sul pavimento fino a perdere i sensi, per poi essere risvegliato con una pentola d’acqua rovesciata sul viso. Dopo l’arresto e la successiva morte del padre, Momo soffriva di una profonda depressione, che aveva spinto persino il magistrato ad autorizzare le sue uscite per recarsi dal medico. Nel mese di marzo, inoltre, era stato ricoverato nel reparto di Psichiatria in seguito ad atti di autolesionismo. Di tutto questo Restaneo era perfettamente a conoscenza; eppure, incurante delle condizioni cliniche del ragazzo, continua – con la complicità del collega – a sfogare tutta la sua violenza razzista contro Momo.

La presunta perquisizione prosegue per alcuni minuti, finché il vice brigadiere razzista decide di ammanettare Momo. A questo punto si apre un interrogativo a cui la Procura – storicamente definita il “Porto delle nebbie” – dovrà dare risposta: l’arresto e il contestuale uso delle manette avrebbero potuto essere giustificati solo dall’esito positivo della perquisizione, ovvero dal ritrovamento di hashish nella stanza. Tuttavia, il militare non ha rilasciato ai familiari alcuna copia del verbale di perquisizione che attestasse il rinvenimento della sostanza stupefacente. Né tantomeno, come sarebbe stato suo preciso dovere, ha informato il pm del ritrovamento per richiedere disposizioni in merito. Per quale motivo, allora, lo ammanetta? Una volta scattate le manette, il ragazzo si trovava sotto la custodia e la tutela dello Stato: il dovere del vice brigadiere era quello di accompagnarlo immediatamente in caserma o in procura. Invece, in una stanza di pochi metri quadrati, la tragedia si consuma in una manciata di secondi. Momo, con i polsi serrati, fa pochi passi verso il balcone, sale sulla sedia posta a ridosso della ringhiera e si lancia nel vuoto. Tutto questo sotto gli occhi dei due carabinieri che si trovano a pochi centimetri da lui e nulla fanno per fermarlo. La madre, capito quello che stava accadendo forza la porta, ma nulla può più per aiutare il figlio. La tragedia si è già consumata.

Compresa la gravità della situazione provocata dalla sua aggressività e violenza, il vice brigadiere tenta di cancellare le prove della sua infame azione razzista: impedisce alla madre di soccorrere il figlio, obbligandola a restare in casa con minacce e ulteriore violenza gratuita. L’obiettivo del militare è togliere le manette a Momo e impedire ai vicini di fotografare e filmare il corpo del ragazzo sul selciato. Sa bene di aver commesso un abuso e deve cancellarne le tracce. Poco dopo, Momo viene trasportato in ospedale, dove i medici non potranno fare altro che constatarne il decesso.

La morte di Mohamed Amin Bessioud non è solo la tragedia di una famiglia spezzata dalla violenza razzista, ma apre una voragine profonda sui doveri di chi indossa una divisa: i verbali mai consegnati, la perquisizione senza decreto, le minacce a porte chiuse e quelle manette strette ai polsi senza alcuna ipotesi di reato: sono troppe le ombre che avvolgono gli ultimi istanti di vita di Momo. Il tentativo di isolare la scena e bloccare i soccorsi della madre tradisce il panico di chi sa di aver oltrepassato il limite. Di fronte a una tragedia consumata a pochi centimetri da due rappresentanti delle forze dell’ordine, la Procura, e nello specifico il dottor Marco Mattia, pm titolare del fascicolo, non potrà limitarsi a registrare un suicidio. Sarà necessario fare luce su ogni singolo abuso di quella manciata di secondi, per evitare che l’ennesima violenza razzista rimanga protetta dall’impunità.

A tutti quelli che stanno commentando la tragedia di Momo con frasi come «uno spacciatore in meno», «se l’è cercata» e infamità simili, voglio dire una cosa: siete delle merde. Dei vigliacchi. Dei miserabili privi di qualsiasi capacità di analizzare i fatti con obiettività e coerenza. Nascondete la vostra disumana frustrazione e il vostro giudizio sprezzante — carico di odio razziale e rancore sociale — dietro un presunto “amore per la legalità e il rispetto della legge”. Ma questo è soltanto l’alibi della vostra vigliaccheria. Vi accanite esclusivamente contro chi è più facile colpire, contro chi non ha potere e non può difendersi, perché con Momo non rischiate nulla.

Scrivo questo perché non ho letto nessun commento simile a quelli riservati a Momo sotto gli articoli che parlano, ad esempio, del narcotrafficante “nostrano” trovato in possesso di oltre un chilo e duecento grammi di cocaina (quella che rovina i vostri figli e le vostre famiglie). Quest’ultimo, dopo l’arresto, non solo non si è fatto un solo giorno di galera, ma è stato persino “premiato” dal Tribunale di Cosenza con una condanna ai lavori di pubblica utilità. In quel caso nessuno ha gridato allo scandalo, nessuno ha invocato l’ergastolo o chiesto di buttare la chiave. Perché? Perché la vostra non è una battaglia per la legalità. Se lo fosse, pretendereste lo stesso rigore, lo stesso linguaggio e lo stesso metro di giudizio per entrambe le situazioni. Invece usate due pesi e due misure. Con Momo vi sentite autorizzati a negargli persino la dignità umana; con altri — malandrini e narcotrafficanti di casa nostra — diventate improvvisamente prudenti, silenziosi e persino garantisti. Non siete difensori della legge. Siete sciacalli (senza offesa per i poveri sciacalli, tirati sempre in ballo ingiustamente). Michele Santagata (via Miceli 46: carabinieri e poliziotti mi conoscono benissimo)


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