Cosenza. La grande “minna” dell’elisoccorso: quando la propaganda atterra prima dei pazienti


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LA GRANDE “MINNA” DELL’ELISOCCORSO. QUANDO LA PROPAGANDA ATTERRA PRIMA DEI PAZIENTI

C’è una domanda che nessuno ha posto durante l’ultima inaugurazione dell’elisuperficie dell’Annunziata di Cosenza. Una domanda semplice, quasi banale. Quanti minuti impiegherà un paziente grave ad arrivare al Pronto Soccorso? Perché vedete, l’elisoccorso non è un elicottero. Non è una pista illuminata. Non è una conferenza stampa. Non è una fotografia con il casco sotto il braccio e il sorriso per i giornalisti.

L’elisoccorso è tempo. E il tempo, nell’emergenza-urgenza, si misura in vite umane. Eppure, in Calabria, siamo riusciti persino a trasformare i minuti in propaganda. Prima Cannuzze. Poi l’Annunziata. Domani chissà. La vecchia elibase dell’Annunziata era stata dismessa quasi trent’anni fa per il mancato adeguamento agli standard di sicurezza aeronautica, per la presenza di criticità strutturali e per l’impossibilità di garantire determinate condizioni operative, compresi i voli notturni. Per trent’anni, i pazienti sono stati trasferiti mediante ambulanza dalle aree di atterraggio alternative. Oggi ci viene raccontata una storia meravigliosa. La pista è tornata operativa e tutti dovremmo essere felici. E infatti lo siamo. Perché qualsiasi investimento che migliori l’assistenza sanitaria è una buona notizia per i cittadini.

Il problema è un altro. Ciò che è stato inaugurato rappresenta davvero la soluzione migliore possibile? Secondo quanto sostenuto pubblicamente dal dottor Pasquale Gagliardi, storico responsabile dell’elisoccorso calabrese, la risposta è no. Quando era alla guida del servizio, infatti, venne elaborato un progetto affidato ad una società finlandese specializzata nella realizzazione di elisuperfici che prevedeva la costruzione della piattaforma sulla sommità dell’ospedale dell’Annunziata. Una soluzione moderna, adottata in numerosi centri ospedalieri, che avrebbe consentito il trasferimento immediato del paziente all’interno della struttura sanitaria. In poche parole, l’elicottero sarebbe atterrato praticamente sull’ospedale. Fine della corsa. Fine del trasbordo. Fine delle ambulanze di supporto. Fine dei minuti persi.


Invece no. Perché la grande rivoluzione sanitaria inaugurata ieri continua ad avere bisogno di un’ambulanza. Avete capito bene. L’ambulanza continuerà ad esserci. Il paziente verrà trasferito dall’elicottero al mezzo di soccorso che dovrà poi uscire su Via Migliori, scendere fino a Via Vittorio Veneto, risalire da via Zara ed entrare nella zona Pronto Soccorso.

Un percorso perditempo, pieno di traffico, parcheggi selvaggi, possibilità di accostare per lasciar passare un mezzo di soccorso e intoppi vari. Neanche hanno pensato ad una corsia dedicata. Che consenta magari di percorrere via Migliori controsenso, raggiungere Viale della Repubblica, I mettendosi nella corsia di emergenza già presente, scendere da via Zara ed entrare in PS.

Perché a loro interessa sempre la copertina, non il libro. E allora la domanda torna ancora una volta prepotentemente sul tavolo. Quanti minuti perderemo ancora? Perché un paziente con un grave trauma cranico non ha bisogno di un comunicato stampa. Un infartuato non ha bisogno di un taglio del nastro. Un paziente colpito da ictus cerebrale non ha bisogno di una conferenza stampa. Ha bisogno di tempo. Quel tempo che l’elisoccorso dovrebbe guadagnare e che noi continuiamo ostinatamente a perdere.

Il paradosso è quasi poetico nella sua tragicità. Possediamo un mezzo che può attraversare la Calabria in pochissimi minuti ma che, una volta atterrato, deve fermarsi ad aspettare un’ambulanza per percorrere poche centinaia di metri. È la Ferrari della sanità costretta a fare lo slalom nel traffico cittadino.

Ma c’è di più. Il dottor Gagliardi ha sollevato questioni infinitamente più preoccupanti della pista stessa. Ha parlato di formazione del personale, di organizzazione delle basi operative, della necessità di garantire la piena funzionalità del servizio e dell’importanza di valorizzare professionisti con decenni di esperienza nell’elisoccorso per la formazione delle nuove generazioni. «Una base chiusa significa la morte potenziale per la gente di Calabria», ha dichiarato pubblicamente. Una frase che dovrebbe far tremare più di qualsiasi inaugurazione. Perché l’elisoccorso non è un’opera pubblica da esibire. È il confine sottilissimo tra la vita e la morte.

E veniamo, infine, alla splendida rappresentazione teatrale andata in scena ieri mattina. La corte sanitaria cosentina era praticamente al completo. Tra i presenti figuravano il dottor Giuseppe Pasqua, il professor Bruni, Eva De Rose ed altri rappresentanti del mondo sanitario e istituzionale che hanno preso parte alla cerimonia inaugurale. Prima la tappa all’elibase di Cannuzze, con fotografi e giornalisti al seguito. Poi il trasferimento all’Annunziata per assistere all’atterraggio degli elicotteri sulla vecchia e nuova elibase tornata operativa. Una scenografia perfetta. Quasi cinematografica. Una domanda, tuttavia, sorge spontanea.

Possibile che la sanità calabrese, solitamente raccontata come un sistema in perenne emergenza, abbia potuto privarsi contemporaneamente di così tante figure apicali per partecipare ad una cerimonia inaugurale? Se la risposta è sì, significa che l’ospedale stava funzionando a meraviglia. Se la risposta è no, allora forse sarebbe opportuno riflettere sulle priorità.

La domanda, naturalmente, è retorica. Perché il vero problema non è chi c’era ieri mattina davanti ai fotografi. Il problema è chi ci sarà domani mattina alle tre, quando l’elicottero dovrà davvero decollare. Perché i pazienti non hanno bisogno di padrini, cortigiani, applausi o nastri da tagliare. Hanno bisogno di un elisoccorso che funzioni. Sempre. Senza fotografie. Senza propaganda. Senza inaugurazioni permanenti. E soprattutto senza perdere neppure un minuto. Noi continueremo a contare quelli. I minuti. Perché il resto è soltanto rumore di pale. E di applausi registrati.

 


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