Ci mancavano i super ricchi patriottici che chiedono di essere tassati di più. Un fenomeno possibile solo in un’epoca come la nostra di diseguaglianze impressionanti e di progressiva ritirata della progressività fiscale.
Dopo l’appello accorato di Warren Buffett che già diversi anni fa lamentava di pagare meno tasse della sua segretaria 120 milionari britannici (nella foto La Presse l’ex calciatore inglese Gary Lineker) scrivono una lettera al governo chiedendo un’imposta del 2% sui patrimoni superiori a 10 milioni di sterline, che secondo le stime del gruppo potrebbe portare circa 24 miliardi di sterline all’anno nelle casse pubbliche colpendo meno dello 0,04% della popolazione britannica. La proposta assomiglia molto a quella avanzata da Oxfam per l’Italia: un’imposta annuale progressiva sul patrimonio netto individuale eccedente una franchigia di 5,4 milioni di euro, che riguarderebbe soltanto lo 0,1% più ricco della popolazione: circa 50mila persone. Nella simulazione proposta, le aliquote marginali sarebbero dell’1% sulla quota compresa tra 5,4 e 8 milioni, del 2% tra 8 e 20,9 milioni e del 3% oltre 20,9 milioni. Il gettito stimato oscillerebbe tra 13,2 e 15,7 miliardi di euro l’anno e potrebbe raggiungere i 23 miliardi estendendo il prelievo allo 0,5% più ricco.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.
Siamo arrivati a questo perché negli ultimi quarant’anni i sistemi tributari hanno progressivamente spostato il carico dai patrimoni e dai redditi da capitale verso il lavoro e i consumi. Nel Regno Unito l’aliquota massima sui redditi da lavoro, che alla fine degli anni Settanta raggiungeva l’83% — e arrivava al 98% sui redditi da investimento — fu ridotta al 40% nel 1988. Ancora oggi la forma giuridica del reddito produce differenze enormi: secondo l’Institute for Fiscal Studies, un lavoratore dipendente appartenente all’1% più ricco sopporta in media un’aliquota del 42%, mentre un proprietario-manager può accedere a un prelievo del 27% trasformando il reddito in plusvalenze, o persino rinviare il prelievo fino alla morte.


Anche in Italia l’Irpef era stata concepita come imposta personale, omnicomprensiva e progressiva, ma una parte crescente dei redditi da capitale, immobiliari e da lavoro autonomo è stata sottratta alla base progressiva e assoggettata a regimi proporzionali o sostitutivi. La progressività dell’Irpef poi si ferma alla soglia dei 50mila euro di reddito lordo che non è proprio un reddito da super-ricchi…nessun’idea magari di alzare un minimo l’aliquota per esempio a partire da 400-500mila euro di reddito (una misura che partirebbe da quella soglia e non getterebbe certo sul lastrico chi guadagna oltre quella cifra). Non è dunque soltanto una questione di numero degli scaglioni. Il risultato complessivo è che, secondo le più recenti stime del World Inequality Lab, il sistema fiscale italiano diventa regressivo al vertice della distribuzione, con il 7% più ricco sottoposto ad aliquote effettive proporzionalmente inferiori.
È un problema globale. Il Fondo monetario internazionale ha documentato la diminuzione della progressività dell’imposizione personale negli ultimi decenni, mentre l’Osservatorio fiscale europeo stima che i miliardari mondiali versino imposte equivalenti appena allo 0-0,5% del loro patrimonio, grazie anche all’uso di società-veicolo e alla possibilità di non realizzare formalmente le plusvalenze.
Anche l’Italia ha i suoi “milionari patriottici”, sebbene il nucleo sia ancora molto ristretto e sia improprio parlare genericamente di miliardari. Tra i firmatari italiani degli appelli internazionali figurano Giorgiana e Guglielmo Notarbartolo di Villarosa, discendenti della famiglia Marzotto, e Martino Cortese, nipote del fondatore di Amplifon. Il loro argomento è semplice: la filantropia può essere utile, ma non può sostituire un sistema fiscale equo, democraticamente deciso e capace di finanziare universalmente sanità, istruzione, infrastrutture e transizione ecologica.


Un lavoro a più mani rimette al centro la questione fiscale. La domanda è: conta più il lavoro o le rendite da capitali, immobiliari, digitali, familiari e di genere?
NEL PAESE DELLE RENDITE
In un mondo normale se un partito politico propone una cosa come quella dei 120 milionari nel Regno Unito o di Oxfam Italia (tolgo qualcosa dalle tasche dello 0.5% e lo metto in quelle del 99.5%) stravince le elezioni perché oltre il 99% della popolazione dovrebbe essere a favore. E invece no. Il motivo lo sappiamo. Gli italiani (per fare riferimento al nostro Paese) hanno una discreta capacità patrimoniale e hanno il terrore che poi in realtà si arrivi anche a pescare dalle loro tasche abbassando la soglia.
Come si può uscire da quest’impasse ? In due mosse. Primo parliamo di contributo di solidarietà dei super ricchi e facciamo un patto molto chiaro con i cittadini trasformandolo in una tassa di scopo: per esempio faccio un prelievo del tipo di quello proposto dai 120 milionari del Regno Unito o di Oxfam per l’Italia per finanziare un’assicurazione contro la non autosufficienza, un problema drammatico e crescente che riguarda ormai ogni famiglia visto che il gap tra aspettativa di vita e aspettativa di vita in buona salute è di oltre dieci anni. Secondo, sottraiamo la misura alla speculazione elettorale chiedendo a tutti i partiti dell’arco costituzionale di firmare un patto per introdurre questa misura (impegnandosi al contempo a non abbassare in alcun modo la soglia) nella prossima legislatura. Se qualcuno si sottrae il vantaggio elettorale si trasforma in svantaggio: è l’unico partito che ci ha tolto qualcosa dalle nostre tasche non accettando la proposta.
La tipica obiezione all’imposta sui super ricchi è che i super ricchi scappano e cambiano residenza (un problema irrilevante per l’economia di un paese ma non c’è spazio per affrontare anche questo tema). Le evidenze empiriche ci dicono che non è vero, la stragrande maggioranza resta. I 120 super ricchi “volenterosi e solidali” del Regno Unito, ve lo assicuro, non cambieranno residenza.
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Stefano Arduini
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