«C’è una guerra in ogni stanza», dice Neta Weiner, noto artista poliedrico: musicista, rapper, attore e autore teatrale, educatore, attivista che oggi lavora tra Israele, Berlino e gli Stati Uniti. Lo abbiamo incontrato a Firenze, al Re-imagine Peace Festival, dove ci ha raccontato la storia del collettivo artistico misto System Ali, il sodalizio artistico e politico con l’artista palestinese Samira Saraya e il loro nuovo progetto della serie Hands Up.
System Ali è un collettivo hip-hop multilingue nato a Yaffa nel 2007, riunendo artisti e performer ebrei e palestinesi e non solo, che si esprimono in ebraico, arabo, russo, inglese, yiddish e amarico, intrecciando generi musicali e lingue differenti. System richiama il sound system, mentre Ali, in arabo, significa “alto”, “elevato”. «È un modo per invitare le persone ad alzare il volume, a parlare ad alta voce», spiega Weiner, barba hipster e sguardo che trasmette elettricità. Attorno alla band è nato Beit System Ali, la “Casa di System Ali”, il movimento sociale ed educativo che ha trasformato il metodo del collettivo in laboratori per i giovani, formazione artistica e costruzione di una comunità multiculturale fondata per offrire uno spazio a una nuova generazione di artisti ebrei e arabi, incoraggiando inclusione, coesistenza, dissidenza, dialogo musicale sul tema delle minoranze.
Weiner ne è ancora il direttore artistico. «È cominciato quando eravamo adolescenti. Le persone hanno iniziato ad arrivare al centro comunitario ed è così che è nata la band. Poi si è formato un grande movimento giovanile». Fin dall’inizio musica e attivismo hanno coinciso «Il nostro primo spettacolo fu durante una manifestazione contro le demolizioni, nel 2007. Era presente anche il sindaco e qualcuno ordinò di interrompere il concerto e staccare l’elettricità. «Dicevano: “Spegnete tutto, non lasciateli continuare”. Per me fu incredibile. Se qualcuno cerca di fermarti in quel modo, significa che sta accadendo qualcosa di vero», sorride al ricordo di un esordio dirompente.
Weiner pensa che il cambiamento non si misura soltanto con risultati politici ma anche creando la possibilità di vedere palestinesi ed ebrei condividere il palco e opporsi insieme all’occupazione. «Ogni persona che ascolta i nostri testi, o anche soltanto vede l’immagine di palestinesi ed ebrei che cantano insieme contro l’occupazione, incontra qualcosa di significativo», dice. Gli abbiamo chiesto cosa pensa della coesistenza che per lui può crearsi solo senza sopraffazioni. «Non siamo una cosa sola. Rappresentiamo società diverse e il rapporto di potere non è paritario. Siamo solidali gli uni con gli altri. La solidarietà significa stare insieme e parlare contro una realtà che non siamo più disposti ad accettare. E secondo lui gli ebrei israeliani devono porsi la seguente domanda: «Siamo disposti a rinunciare ai privilegi e alla supremazia su qualcun altro, se vogliamo garantire un futuro diverso? Non si può mantenere lo status quo e contemporaneamente pensare di essere liberali e democratici. Le due cose non stanno insieme». Nel lavoro artistico di System Ali, le lingue sono una scelta politica. Weiner ha imparato l’arabo attraverso gli artisti a Jaffa, in un Paese in cui pochissimi ebrei israeliani lo parlano davvero. «Lo si insegna, ma come preparazione per l’esercito. Il fatto è che gli ebrei israeliani non parlano arabo. Cantare in arabo significa riportare quella lingua nello spazio pubblico e sottrarla all’associazione automatica con il nemico. L’ebraico e l’arabo sono lingue sorelle. La relazione esiste già. Bisogna mantenerla viva».
Per Weiner immaginare la pace significa immaginare anche la voce. «Se devo immaginare la pace, devo chiedermi: che suono ha? Come si parla la pace? Come posso aprire, dentro la lingua, i muri costruiti tra le persone? Quando cantiamo in arabo, le persone si spaventano. Succede in Israele, ma anche a Berlino dove le persone lo associano alla lingua del terrorismo, anche se è una delle lingue più poetiche del mondo». Lo yiddish produce spesso l’effetto opposto. «Se canti in yiddish, ridono. Sembra loro la lingua di una nonna», ci spiega. Sua nonna fuggì da Vienna a nove anni, subito dopo l’Anschluss, su una delle ultime navi. «Se fosse rimasta un giorno in più, i nazisti l’avrebbero presa, come accadde ad altri familiari che finirono ad Auschwitz. Lei giurò che non avrebbe mai più parlato tedesco», ci racconta. Quando Weiner ha iniziato a studiare quella lingua, ha scoperto di averla già dentro di sé. «L’ho sentita nel corpo. È stato come tornare da mia nonna».
Anche Berlino gli ha restituito l’arabo in modo inatteso. Nel quartiere di Neukölln, mentre cercava di comprare una bicicletta con un seggiolino per bambini, passò improvvisamente dal tedesco all’arabo. «Tutto il quartiere (multiculturale) mi ricordava Jaffa. L’arabo è diventato un ponte nella mia vita».
Samira Saraya, cofondatrice di System Ali, è attrice, autrice, regista, artista spoken word e attivista Lgbtq palestinese con cittadinanza israeliana. Ha raggiunto la notorietà nel 2011 con la serie israeliana Minimum Wage. Il suo cortometraggio Polygraph, esordio alla regia, porta sullo schermo il primo personaggio arabo apertamente lesbico del cinema israeliano. Per Weiner lei è famiglia perché insieme hanno cominciato a protestare attraverso l’arte e insieme se ne sono andati in Europa anche se in circostanze diverse. «Dopo il 7 ottobre dicevamo: è proprio adesso che avete bisogno di noi, è proprio adesso che dovete vedere palestinesi ed ebrei cantare insieme. Ma ci rispondevano: “No, qui non si canta più in arabo”».
Il sodalizio tra Weiner e Saraya non si è interrotto. Nato dentro System Ali, è proseguito nella musica, nel teatro e nelle tournée internazionali. «Dopo System Ali abbiamo iniziato a lavorare insieme sulla nostra musica, come duo. Poi abbiamo cominciato a esibirci insieme anche in teatro». Entrambi vivono oggi prevalentemente all’estero: lui a Berlino, continuando a fare avanti e indietro con Israele, lei nel sud della Spagna. Insieme dopo il 7 ottobre 2023 hanno fatto una “tournée d’emergenza”. Prima nelle città miste come Jaffa, Haifa, Nazareth, Gerusalemme, esibendosi davanti a comunità ebraiche e palestinesi isolate e colpite dal trauma, poi all’estero, negli Stati Uniti e in Europa, suonando davanti a pubblici palestinesi ed ebrei le cui comunità stavano soffrendo. Da questa esperienza e da una residenza del programma Musicboard a Berlino è nato ISMA, il nuovo disco di Weiner, Saraya uscito nel maggio del 2025. Il primo brano è stato registrato «di fronte a una violenza insopportabile e al silenzio imposto tra il fiume e il mare. È nato dalla rabbia e dal dolore, ma anche dalla lucidità, dalla solidarietà e dal rifiuto di restare in silenzio».

E attraversando Israele, gli Stati Uniti e l’Europa, Neta Weiner ha capito come il conflitto non si fermasse ai confini di Israele e Palestina. «Ho capito che il conflitto era presente ovunque. C’è una guerra in ogni stanza». Una guerra che entra nelle conversazioni, nei rapporti personali, nelle lingue e negli spazi artistici. Per questo vivere all’estero non significa, per lui, avere abbandonato la battaglia iniziata a Jaffa. «Non significa arrendersi. Significa allargare la conversazione che deve diventare più ampia». Berlino è diventata uno dei luoghi nei quali le narrazioni e i linguaggi intorno a Israele e Palestina entrano più apertamente in collisione. «Oggi Berlino può essere persino più rilevante di Jaffa rispetto alla causa, a ciò che sta accadendo, ai luoghi nei quali le diverse posizioni entrano in collisione. Conta la storia che puoi raccontare o la canzone che puoi scrivere».
Il percorso di Weiner e Saraya è confluito anche in Hands Up, una serie televisiva musicale ancora in fase di sviluppo, creata insieme alla sceneggiatrice e showrunner Michal Cooper-Keren. Presentato al Series Mania Forum di Lille, il progetto è ambientato nella scena musicale berlinese e racconta di Geva, un musicista israeliano, e Manal, una cantante palestinese, riuniti per una collaborazione ad alto rischio. «Racconta di una rapper palestinese e di un musicista israeliano che si incontrano a Berlino e fondano una band. È basata sulle nostre esperienze con System Ali e racconta ciò che sta succedendo oggi in Europa in relazione al conflitto in Israele e in Palestina». Anche nella serie le famiglie cercano di impedire ai protagonisti di collaborare. Non è soltanto una trama ma qualcosa che è accaduto anche nella realtà». Weiner tornerà a Jaffa per un concerto alla fine di luglio e continuerà ad alzare il volume per la pace e chiedere la fine dell’occupazione.
Credit foto apertura Sharon Avraham
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Anna Spena
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