Sette Consiglieri Provinciali pronti a votare contro. Fratelli d’Italia (ma solo l’area Righini), Lega (ma non l’area Ciacciarelli), Forza Italia, la lista civica di Gianluca Quadrini, il capogruppo del Partito Democratico (ma non il Gruppo). Non è un’opposizione: è una geometria variabile che attraversa tutti gli schieramenti e che oggi ha consigliato il Presidente della Provincia Luca Di Stefano a ritirare il Documento Unico di Programmazione prima della conta dei voti.
Un fronte contro, non ancora un asse per. La differenza, in politica, non è secondaria. Ma il segnale oggi durante il Consiglio Provinciale è arrivato forte e chiaro: ai singoli Partiti ed al Presidente in persona.
Nelle assemblee elettive, il momento rivelatore non è soltanto quello del voto. È anche il momento in cui il voto non si fa: quando chi presiede si accorge che i numeri non reggono e sceglie il rinvio invece della sconfitta. Ed e quello che è successo oggi a Palazzo Iacobucci di Frosinone.
Un segnale, non un assedio
I 7 consiglieri di quel fronte così trasversale e così micidiale non hanno messo con le spalle al muro il presidente. Se avessero voluto farlo, gli avrebbero fatto mancare i numeri sullo votazioni precedenti: quelle sugli Equilibri e le Variazioni di Bilancio che invece sono passate all’unanimità. Gli hanno mandato un segnale e più ancora lo hanno spedito alle rispettive Segreterie.
Lo hanno fatto mettendo nel mirino il Documento Unico di Programmazione cioè l’atto che definisce la visione strategica della Provincia, individua gli obiettivi, assegna le risorse e scandisce i tempi dell’azione amministrativa. Hanno detto che «proprio per la sua centralità non può trasformarsi in un esercizio solitario della Presidenza ma deve nascere da un confronto preventivo, autentico e sostanziale con il Consiglio provinciale». I consiglieri hanno inoltre denunciato «la persistente compressione delle prerogative consiliari determinata dal mancato insediamento delle commissioni permanenti, strumenti indispensabili per consentire ai rappresentanti eletti di esaminare gli atti, formulare proposte e contribuire alla programmazione dell’Ente».
Chiaramente due pretesti. Un modo plateale per tirare la giacca e far capire che la partita doveva fermarsi lì. A farlo comprendere sono stati i Consiglieri Stefano D’Amore e Simone Paris (FdI), Andrea Amata e Luca Zaccari (Lega), Gianluca Quadrini (Civico), Pasquale Cirillo (Forza Italia) ed Enzo Salera (Pd). Hanno messo in chiaro che contestano «non il valore del DUP quale principale strumento di programmazione dell’Ente ma il metodo seguito nella sua predisposizione».
Ritiro strategico
Il presidente Luca Di Stefano è giovane ma non è affatto di primo pelo. Ha capito subito il messaggio politico che i sette Consiglieri stavano mandando. Ed ha ritirato il punto relativo all’approvazione del Documento Unico di Programmazione.
Ha capito che il problema non erano affatto le Commissioni e nemmeno la collegialità. La vera battaglia è sulla formazione delle prossime alleanze per decidere se sarà lui a fare un mandato bis o ci sarà un altro concorrente; per eleggere la nuova governance della Saf la Società Ambiente Frosinone che gestisce il ciclo dei rifiuti; per preparare il terreno alle prossime elezioni Regionali e Politiche.
C’è un ulteriore segnale che fa capire come la manovra non fosse tanto contro la persona del Presidente ma fosse un telegramma politico cifrato: i 7 non hanno bocciato il punto e non hanno chiesto di ritirarlo ma è stata la stessa maggioranza a proporre il rinvio del punto, trasformando una potenziale sconfitta in un atto formalmente condiviso, votato all’unanimità dall’assemblea. Una sottigliezza procedurale che cambia il peso specifico dell’episodio: non una resa, ma una presa d’atto gestita con fair play istituzionale.
Via l’alibi
Il DUP tornerà in Aula. E quando tornerà, le condizioni saranno diverse. Perché il presidente Luca Di Stefano ha fatto capire di non avere alcuna intenzione di tirare a campare. Meno ancora di farsi tirare per la giacca.
Appena finito il Consiglio Provinciale ha tolto dal campo uno dei due alibi proposti dai sette Consiglieri: ha riunito i Capigruppo consiliari ed ha definito con loro la composizione delle Commissioni consiliari. Quelle stesse commissioni che i consiglieri denunciavano come strumento indispensabile negato. La soluzione: una presidenza di Commissione a testa per ogni Gruppo, assegnate nel tempo di una sigaretta. Letteralmente. Il Consigliere Luigi Vacana è rimasto fuori per fumare una sigaretta e quando l’ha finita ed è entrato in stanza avevano già completato le assegnazioni.
È un primo passo. Non risolve la partita ma la sposta su un piano diverso.
La mappa
Nei fatti. Le elezioni che nello scorso mese di marzo hanno rinnovato il Consiglio Provinciale si sono concluse fornendo al presidente Luca Di Stefano un’Aula profondamente rinnovata negli equilibri. Mentre fino a quel momento centrosinistra e centrodestra erano in parità assoluta, il voto di marzo ha assegnato al centrodestra la maggioranza con una netta prevalenza dei Fratelli d’Italia.
Il che ha determinato due correnti di pensiero. L’ala storica di FdI ha evidenziato che fino a quel momento, da quando la Provincia di Frosinone è stata riformata dalla norma Delrio, tutti i presidenti di centrosinistra avevano sempre coinvolto nel governo anche Fratelli d’Italia. Tanto per fare un esempio: il Dem Antonio Pompeo ha governato assegnando a Daniele Maura (oggi Consigliere Regionale) di FdI la presidenza del Consiglio Provinciale. Il tutto in una visione della Provincia come ente di secondo livello nel quale tutti debbano essere coinvolti.
L’ala che fa riferimento al portavoce FdI in Giunta Regionale Giancarlo Righini (nonché assessore al Bilancio ed all’Agricoltura) ha evidenziato invece che c’è una volontà popolare diversa dal passato. Lo ha dimostrato il voto. Chiede di prenderne atto e non condividere le scelte di governo che sono già state fatte in maniera unilaterale da un presidente eletto anche dal centrosinistra.
In sintonia con Righini c’è la parte della Lega che fa riferimento a Mario Abbruzzese ed a Nicola Ottaviani, non quella che sta con l’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli. C’è Forza Italia in virtù del dialogo tra Righini ed il Coordinatore provinciale azzurro Claudio Fazzone. C’è il capogruppo Pd Enzo Salera che due anni fa si schierò contro Luca Di Stefano ed appoggiò il sindaco di Arce Gino Germani per l’elezione a presidente.
Le questioni aperte
Il che apre una questione nel Partito Democratico provinciale. Come è possibile che il capogruppo abbia una posizione mentre il resto del Gruppo ne abbia assunta una diametralmente opposta? Qual è la linea politica? E chi deve tracciarla? Salera che è il capogruppo o l’assemblea del Gruppo?
Ma non è l’unico tema. Una lettura dell’episodio di oggi lo liquida come una sconfitta di Di Stefano. È una lettura parziale. La lettura più completa dice che il Consiglio provinciale ha dimostrato di voler esercitare il proprio ruolo e che Di Stefano ha avuto l’intelligenza politica di non portare il confronto a rottura, scegliendo il ritiro gestito invece della conta dei voti. Togliendo poi l’alibi delle Commissioni nel tempo di una sigaretta
Le Commissioni sono state istituite. Il DUP tornerà. Le questioni aperte restano aperte. E la geometria variabile dei sette consiglieri (che potrebbe diventare qualcosa di più strutturato, o potrebbe dissolversi sulla prima proposta concreta) è il vero indicatore da seguire nei prossimi mesi.
Le elezioni provinciali del 2027 sono ancora lontane. Ma i movimenti di oggi disegnano già la mappa di chi potrebbe essere con chi, e su cosa, quando arriverà il momento di scegliere.
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