Se l’ipotesi fosse questa, non c’è nemmeno bisogno di attendere la fine del Consiglio dei ministri. L’idea di abbassare l’età dell’imputabilità di un minore, i giudici dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia – Aimmf la bocciano senza alcun dubbio, tentennamento, distinguo. Senza nemmeno aver bisogno di riconfrontarsi quando arriva la notizia che il Consiglio dei ministri del 23 luglio reca nell’ordine del giorno l’esame dello schema di disegno di legge “Modifiche in materia di imputabilità del minore”.
Claudio Cottatellucci, il presidente dell’Aimmf, elenca ragioni culturali e ragioni pratiche per dire no a una ipotesi che «a una riflessione obiettiva» non può che dimostrare la sua «inconsistenza»: se invece si vuole «una norma manifesto», aggiunge, quello è un altro discorso. Una scelta che, se confermata, rappresenterebbe un ulteriore passo nella trasformazione della giustizia minorile italiana da sistema fondato sulla funzione educativa e sulla responsabilizzazione a un sistema sempre più orientato alla punizione e alla repressione.
«Ma cosa pensiamo davvero di ottenere? Mandare un ragazzino in carcere non cambia magicamente la sua storia: rischia di comprometterne il futuro. Un adolescente non è un adulto in miniatura e non può essere trattato come tale», denuncia anche Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’osservatorio minori di Antigone. «L’abbassamento dell’età imputabile rischia di essere la pietra tombale di un’idea di giustizia minorile che il nostro Paese aveva costruito con fatica. La domanda non dovrebbe essere come punire prima, ma come intervenire prima: prima che un ragazzo venga abbandonato, prima che la scuola lo perda, prima che i servizi sociali non riescano a intercettare il disagio, prima che una situazione di marginalità diventi una storia criminale. La risposta alla devianza minorile deve quindi essere costruita intorno alla responsabilizzazione e all’educazione, non alla mera anticipazione della sanzione. L’educazione non è il contrario della sicurezza, ma la sua condizione più solida. Se davvero vogliamo ridurre la criminalità e costruire comunità più sicure, dobbiamo investire nelle persone, nelle scuole, nei servizi, nelle comunità educative e nei percorsi di inclusione. Il carcere, soprattutto quando viene proposto come risposta sempre più precoce, non può essere la soluzione di ogni problema sociale».
L’abbassamento dell’età imputabile rischia di essere la pietra tombale di un’idea di giustizia minorile che il nostro Paese aveva costruito con fatica. La domanda non dovrebbe essere come punire prima, ma come intervenire prima
Susanna Marietti, responsabile dell’osservatorio minori di Antigone
Imputabili a 12 anni: una idea che tenta la destra da 25 anni
L’idea tenta la destra da tempo. Una prima proposta di legge in Senato, sul tema, è stata proposta nel 2001 da Giuseppe Consolo (Alleanza Nazionale): voleva portare il limite di età per l’imputabilità del minore da 14 a 12 anni. Nel 2006 ci provò Alfredo Biondi (Forza Italia): da 14 a 13 anni. La Lega batte il chiodo dal 2019, con una proposta di legge presentata a firma dell’onorevole Gianluca Cantalamessa. Da lì in poi non si contano gli interventi di Matteo Salvini sul tema, con un crescendo a partire dal 2023.
L’ultima proposta ad essere stata presentata in Parlamento è quella a firma di Marta Fascina, che ha iniziato il suo iter in Commissione Giustizia proprio una manciata di giorni fa, il 7 luglio, con relatore Pietro Pittalis. La proposta è quella di abbassare l’età imputabile da 14 a 13 anni. Un testo su cui Aimmf ha chiesto di essere audita.
I Paesi che l’hanno già fatto
Ma perché, dicevamo, l’idea di abbassare l’età imputabile dei minori è solo una norma manifesto e alla prova della ragione mostra, per dirla con Cottatellucci, la sua «inconsistenza»? «Partiamo dall’efficacia. Una strada già inutilmente percorsa da altri Paesi. Rispetto ai propostiti e alle finalità dichiarate, che sono quelle della riduzione di una presunta emergenza “criminalità minorile”, nei Paesi che hanno già imboccato la strada dell’abbassamento dell’età imputabile, l’efficacia è smentita dai fatti. Penso in particolare alla Gran Bretagna, che fece questa scelta per prima, a seguito di un fatto di sangue gravissimo, che destò molto clamore – la morte di un bambino provocata da un altro bambino. Non c’è stata alcuna flessione nel numero di fatti anche gravi che hanno un minore come autore di reato», spiega Cottatellucci.
La Gran Bretagna fece questa scelta a seguito di un fatto di sangue gravissimo, che destò molto clamore. Non c’è stata alcuna flessione nel numero di fatti anche gravi che hanno un minore come autore di reato. Bisognerebbe imparare dagli errori degli altri
Claudio Cottatellucci, presidente Aimmf
Alla fine in realtà la proposta del Governo non è per abbassare l’età dell’imputabilità. A spiegare l’intervento è stata in un video la stessa Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «Il nostro ordinamento prevede, attualmente, che un minore tra i 14 e i 18 anni risponda del reato solo se il giudice accerta che fosse capace di intendere e di volere. Con questo provvedimento quella capacità si presume sempre. Significa che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti al giudice, ma il punto di partenza cambia: prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità. Questa norma colpisce soprattutto chi pensa di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari. Ma serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono, perché sanno che tanto non accadrà loro nulla».
In generale, tuttavia, spiega Cottatellucci, sono «inutili» le politiche che mirano ad aumentare «l’area della penalità confidando sulla categoria delle deterrenza – questo è il denominatore culturale comune – ignorando il fatto che le dinamiche che possono portare a fatti tragici non hanno come autori dei soggetti razionali che fanno analisi delle conseguenze delle loro azioni».
L’emergenza criminalità minorile: un’emergenza sovrastimata
Un secondo aspetto riguarda il fatto che questa insistenza su una svolta securitaria, con un ulteriore “giro di vite” sui miniori, viene messa in campo come reazione a un crescente allarme sicurezza. Un’emergenza che nei fatti non c’è. «È una scelta che prescinde dall’analisi effettiva dei numeri. Se guardiamo la serie storica dei numeri, ben altro allarme avrebbe dovuto esserci nell’ultimo decennio del Novecento. Oggi abbiamo 25-26 omicidi all’anno commessi da minorenni: sempre troppi, certo e sempre tragici. Ma negli anni 90 erano tre volte tanto e non c’era nessun allarme: anzi, in quegli anni stavamo collaudando il processo penale minorile, che è entrato in vigore nel 1989. Se uno dovesse ragionare in termini di numeri e di azione-reazione diciamo che abbiamo una reazione esorbitante». Come dire che c’è un dato. E poi c’è una risposta culturale, che con il dato spesso nulla ha a che fare.
Oggi abbiamo 25-26 omicidi all’anno commessi da minorenni: sempre troppi e sempre tragici. Ma negli anni 90 erano tre volte tanto e non c’era nessun allarme: anzi, in quegli anni stavamo collaudando il processo penale minorile, che è entrato in vigore nel 1989
Claudio Cottatellucci, presidente Aimmf
L’effetto deterrenza del decreto Caivano? Non pervenuto
Terzo punto, il decreto Caivano. «Una stretta sui minori c’è già stata, con il decreto Caivano del settembre 2023. Dopo quasi tre anni, gli effetti di deterrenza di questo approccio, auspicati dal Governo, dovrebbero iniziare a vedersi. Dovremmo vedere una flessione dei reati commessi da minori. Quello che vediamo invece è che le presenze in Ipm sono aumentate moltissimo. Tutte o quasi in custodia cautalere».
Maggiore maturità degli adolescenti? La riflessione scientifica dice altro
La richiesta di intervenire sull’imputabilità dei ragazzi viene fatta poggiare, spesso su una supposta maggiore maturità degli adolescenti di oggi: «Ci diciamo che i processi di maturazione individuale sono accelerati, ma non è vero. Gli adolescenti vengono decritti sempre più come adulti precoci, ma così non è», afferma Cottatellucci. «Certe condotte vanno lette come incertezze, fragilità, richieste di aiuto. La stessa violenza a quell’età deve essere letta come domanda di relazione, di rapporti sociali. Il ragionamento che gli adolescenti oggi maturano prima lo si sta facendo su molti versanti, per esempio anche dicendo che i Msna per l’esperienza che fanno, maturano prima. Ma la realtà dei fatti è altra. La riflessione scientifica è un’altra. E dice che la violenza è un effetto, di cui bisogna riconoscere le cause diverse».

Chiaro che imboccare questa strada fa comodo, perché «deresponsabilizza il sistema. Diversamente bisognerebbe fare una assunzione di responsabilità rispetto a questi ragazzi: dove falliamo come scuola, come comunità, come sistema. Domande che preferiamo esorcizzare».
Il video di Giorgia Meloni
La presidente Meloni, nel video, ha ammesso che «è chiaro, la norma da sola non risolve il problema, né quando si parla di giovanissimi si può ragionare solo sul piano della repressione. Questo provvedimento è un tassello, in un percorso molto più difficile e spesso silenzioso. Perché un ragazzo di 15 o 16 anni che diventa violento o commette reati, quasi mai ci arriva da solo. Molto spesso c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto. Riempire quel vuoto richiede molto lavoro: sostegno alle famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi, spazi di aggregazione, lotta al degrado, presidi nelle aree più difficili. Noi stiamo lavorando su tutti questi fronti, perché tutto si tiene insieme. La fermezza senza alternative non basta, ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema. Alcuni risultati si iniziano a vedere, e per questo vogliamo insistere.
La fermezza senza alternative non basta, ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema. Alcuni risultati si iniziano a vedere, e per questo vogliamo insistere.
Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio
Perché uno Stato giusto ha il coraggio di cambiare le regole quando non funzionano. E ha il dovere di essere severo con chi sbaglia, ma anche presente con chi rischia di perdersi. Perché non c’è vera libertà senza responsabilità».
Foto di Artem Korsakov da Pexels. Articolo modificato alle 21.28
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Sara De Carli
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