Dopo l’Australia, la Francia. Dal 1° settembre 2026, salvo eventuali ritardi dovuti al controllo di costituzionalità, i ragazzi sotto i 15 anni non potranno più creare o utilizzare account sui social media. Le piattaforme come TikTok, Instagram, Snapchat e altri dovranno implementare sistemi di verifica dell’età e chiudere gli account esistenti degli under 15. La Francia ha approvato la legge il 21 luglio, diventando il primo Paese dell’Unione Europea ad adottare una misura di questo tipo. Obiettivo del Paese, con il presidente Emmanuel Macron in prima linea, è tutelare la salute mentale dei minori, contrastando fenomeni come cyberbullismo, dipendenza dai social, esposizione a contenuti dannosi, ansia e depressione.
«Finalmente». A Marco Gui basta una parola per commentare la notizia. Lui è professore di Sociologia dei media all’università di Milano-Bicocca e presidente della Fondazione Patti Digitali, nata alla fine del 2025 per sostenere e diffondere la rete dei Patti Digitali – nati dal basso – in tutta Italia e promuovere l’educazione digitale di comunità: i Patti attivati ad oggi sono più di 260, con 26mila firmatari.
«Finalmente», perché?
Perché anche l’Europa comincia a fare sul serio. Accolgo con piacere la notizia innanzitutto per questo, perché vuol dire che il “caso Australia” non è isolato. Al di là della fattibilità tecnica – che è tutta da costruire – in questo momento è importante il messaggio, il fatto che gli Stati e le comunità inizino a dire che non accogliamo più tutto ciò che il mercato dei media propone: iniziamo a discernere. È un principio che ha molto a che fare con la democrazia. Il fatto che altri che si mettano su questa strada è importante.
Ne abbiamo parlato nell’ultimo numero della newsletter “Dire, fare, baciare”, la newsletter dedicata agli abbonati e alle abbonate di VITA. Anche Bruxelles si prepara, subito dopo l’estate, a mettere nero su bianco delle restrizioni per l’accesso dei minori online: lo ha annunciato Ursula von der Leyen presentando il report Child Safety Online: Protecting and Empowering Minors in a Digital World, frutto del lavoro di un team di esperti (il report si scarica qui). La frase simbolo del discorso di Von der Leyen è: «In tutto questo lavoro saremo guidati dall’esigenza di responsabilizzare i genitori e di costruire un’Europa più sicura per i nostri bambini. Quando si tratta della sicurezza dei nostri figli online, l’Europa crede nei genitori, non nei profitti». Perché è importante?
L’optimum sarebbe una azione collettiva da parte dell’Unione europea, ma in questo momento, nell’attesa che arrivi l’azione europea anche l’iniziativa dei singoli Stati è molto importante perché spinge nella direzione di un intervento unitario, sollecita quella presa di posizione unitaria. Quella dimensione è necessaria perché le forze che contrastano questi provvedimenti sono fortissime: e non sono solo le big tech ma anche i legami con Paesi come Usa e Cina. Non è un caso che quando a metà giugno la Gran Bretagna ha annunciato il ban per i minori dai social, con un divieto per gli under 16 e delle restrizioni fino ai 18 anni, l’ambasciatore statunitense è intervenuto criticando pubblicamente la proposta britannica. È un segnale che ci dice che un intervento in questa materia non è solo contro gli interessi economici di alcune aziende, ma anche contro gli interessi economici di alcuni Stati. Data questa sproporzione di forze, ovviamente la soluzione collettiva, unitaria, che veda l’Europa muoversi insieme è la soluzione auspicabile.

L’obiezione ai divieti però è che siano uno scoglio che tenta – invano – di arginare un mare inarrestabile. E che serva invece puntare sull’educazione.
Fondazione Patti Digitali mette in luce che divieto è solo un pezzo del puzzle degli interventi necessari e che il puzzle comprende anche l’educazione e il cambiamento di attitudine degli adulti. Oltre al coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali per il benessere digitale dei ragazzi: la scuola, le istituzioni locali, i medici e i pediatri, la politica nazionale. Mi verrebbe da dire che siano in ritardo, ma non è del tutto vero. La verità è che alcuni di questi attori sono già molto attivi, mentre altri fanno fatica.
Chi, in particolare?
La scuola viene da decenni in cui la retorica è stata “più digitale c’è, meglio è”. E oggi fa fatica a mettersi nella posizione per cui occorre selezionare, dentro il digitale.
Bruxelles sta pensando di fissare il limite di età a 13 anni, Parigi ha detto 16. Stabilito che serve un ban, a che età va fissato? Qual è l’età giusta?
Sull’età c’è un grande dibattito. A mio parere è più importante convergere sul fatto che serva indicare un’età, piuttosto che litigare sul fatto che questa età debba essere 15 piuttosto che 16 anni. Dobbiamo però evidenziare che la preadolescenza – quindi fra i 10 e i 14 anni – è un’età da tutelare in maniera specifica, perché è il periodo più problematico, per tutti i rischi collegati. Ovviamente non sto dicendo che ai bambini il digitale faccia bene, ma nella preadolescenza entra con forza il tema dei social, che è il più dannoso. La precocità nell’accesso ai social ha le relazioni più negative con tutti gli indicatori. Per esempio dai test Invalsi, in cui si fa una domanda sulla precocità di utilizzo degli strumenti digitali, emerge una correlazione negativa fra gli apprendimenti scolastici e la precocità di utilizzo dei social e della messaggistica istantanea, mentre il gaming è neutro e il computer personale utilizzato per svolgere i compiti è leggermente positivo.
Correlazione o causalità?
Correlazione. Ma uno studio che riprende Eyes Up, di cui non posso anticipare i risultati perché sarà pubblicato a breve, indaga proprio la possibilità di superare la correlazione, per capire se si può parlare di causalità.
Perché è importante verificare l’impatto sulle competenze in italiano e matematica? L’impatto dei social sul benessere psicologico degli adolescenti è molto più ampio…
Ci sono diversi indicatori per cui vediamo l’impatto dei social e del digitale sullo star bene dei bambini. Ma non sottovaluterei la performance in lettura, che è uno dei predittori più forti delle chances sociali di una persona: trovare lavoro, partecipare vita civile ecc. È importante.
Di solito si parla di “quanto” stiamo sui social, come elemento negativo. Perché invece il tema è anche “quando” si inizia a usarli?
La letteratura sulla precocità è molto scarsa. Gli studi finora si sono concentrati più sulla quantità di esposizione e sul suo impatto sul benessere mentale: di solito emerge una correlazione negativa, ma non di portata incredibile, più forte per le femmine e nella preadolescenza. La precocità è interessante perché mostra l’effetto di anni di esposizione ma anche del momento dello sviluppo in cui cominci a fare questa attività. In futuro si potrà vedere la relazione con la salute mentale delle persone.
Torniamo all’approccio per cui il problema non sono i social, ma come li uso. E che educare ai social e al digitale è meglio che vietarli. Perché non la convince?
L’idea che io possa usare bene uno strumento fatto da esperti perché possa funzionare male… è un’illusione. È come dire che “ti mando nel paese dei balocchi, ma ti faccio una educazione al paese dei balocchi”. Puoi davvero pensare di proteggere un bambino da un contesto che sovrasta le sue capacità? Pensiamo davvero che un bambino di dieci anni possa gestire da solo, anche educato, degli ambienti che hanno intenzionalmente le caratteristiche di addicted design? Chiaramente no, tant’è che i social sono problematici anche per gli adulti, sono ambienti che utilizzano le debolezze dell’essere umano per farci restare lì il più possibile, progettati da professionisti che usano tutte le tecniche possibile per raggiungere quell’obiettivo… È davvero possibile insegnare a usarli bene? No. Affermarlo significa scaricare sulle famiglie e gli educatori un compito impossibile. Ormai è caduto il mito per cui il problema non è la tecnologia, ma come la si usa: non è così, il problema è anche la tecnologia, come è disegnata. Non è adatta per i bambini.
La soluzione qual è?
Agire a livello europeo è importante, per elaborare soluzioni che tengano. C’è in sperimentazione Wallet, un’app che fa da intermediario nella verifica delle età, per cui i dati non vengono consegnati alle aziende ma sono gestisti dal pubblico che poi apre o no. È vero che la gestione del ban e la costruzione della strumentazione per applicarlo è complessa: ma il fatto che una cosa sia complessa non vuol dire che non bisogna farla.
Come risponde a chi dice che il divieto è inutile perché gli adolescenti troveranno il modo di bypassarlo?
Certo che lo bypasseranno! Ma introdurre un divieto è prima di tutto un messaggio culturale, un modo per dire alle famiglie che questa cosa non va bene per i figli. Far sentire alla famiglia che non è sola, che c’è una norma sociale che adesso manca. Perché le famiglie hanno capito che la soluzione è posticipare… ma poi manca una condivisione sociale.
Davvero le famiglie lo hanno capito?
La Fondazione ha fatto una indagine chiedendo ali genitori qual è età a cui reputano opportuno dare uno smartphone ai figli. La stragrande maggioranza dice dopo i 14 anni, ma poi nella pratica lo smartphone arriva a 10-11 anni, come regalo per la Prima Comunione. E la motivazione è che il figlio, altrimenti, si sentirebbe isolato e sarebbe penalizzato nelle interazioni.
I Patti Digitali sono nati per quello, perché le famiglie non fossero sole, per rispondere al classico “lo smartphone ce l’hanno tutti, tranne me”.
I Patti Digitali sono un movimento partito dal basso. Oggi abbiamo più di 26mila firmatari e 260 patti, ma serve anche un aiuto dall’alto. Per questo la Fondazione ha sempre dialogato con le Istituzioni.
Foto di Helena Lopes su Pexels
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Sara De Carli
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