Nel 2023 ho deciso, dopo 20 anni, di lasciare la Pubblica Amministrazione. Non per allontanarmene, ma per studiarla da fuori e provare a “guarirla” da quei mali che avevano fatto ammalare me di burn-out, tanto da farmi decidere di uscirne. Erano trascorsi 20 anni dalla prima volta in cui avevo messo piede in un ufficio pubblico, e nell’ultima parte della mia carriera, in un Comune, pensavo che sarebbe arrivato il momento di capitalizzare tutto ciò che avevo imparato a favore di un nuovo sistema di PA che avevo in testa, anche grazie alle esperienze di attivismo civico e innovazione sociale che avevo portato avanti in parallelo. Ma in realtà le uniche cose che crescevano erano le mie responsabilità, le urgenze e la fatica verso un sistema che, a ogni passo in più nella direzione del cambiamento, sembrava chiudersi a riccio e tagliarmi fuori.
Un giorno, però, davanti all’ennesima prova di chiusura e all’ennesimo “si è sempre fatto così”, ho sentito che non appartenevo più alla parte più vecchia e rigida di quel sistema, e che forse, per cambiarlo, dovevo prima di tutto cambiare la mia strategia: tornare a studiare. È così, nel 2023 ho iniziato il mio dottorato di ricerca in New Public Administration all’Università Bicocca di Milano, cominciando a esplorare quali potessero essere le leve di cambiamento di un sistema che vive spesso nella comfort zone della burocrazia che “garantisce”, che “fa sentire al sicuro”, una burocrazia conservativa che è strumento di potere e chiusura, e che dimentica il suo valore fondamentale e nobile, essere garanzia di equità e democrazia.
Che la mia non fosse una vicenda isolata, del resto, lo conferma anche il rapporto Ifel Il personale dei Comuni italiani – Edizione 2026, in cui emerge che nel 2024, per la prima volta, le dimissioni volontarie hanno superato i pensionamenti come causa di uscita dal lavoro comunale. Non si tratta più solo di chi va in pensione, quindi, ma di persone che scelgono di andarsene, spinte soprattutto da una mobilità crescente verso altre amministrazioni pubbliche o verso il settore privato: tra il 2017 e il 2024 sono state circa 82mila quelle che hanno lasciato i Comuni per ragioni diverse dal pensionamento, un numero destinato a salire se si considerano anche le altre amministrazioni. I Comuni, enti di prossimità fondamentali, difficili, luoghi in cui politica e burocrazia fanno fatica a trovare un allineamento sereno, dove gli stipendi sono tra i più bassi del pubblico impiego, ma dove pure i cittadini chiedono di più, pressano di più, dove la misurazione dei bisogni è a un passo e anche la frustrazione di non riuscire a soddisfarli, per mancanza di risorse, ma soprattutto di alleanze e di visioni efficaci, dove la paura della firma spesso precede e rallenta l’efficacia e l’urgenza dell’azione.
Tutto questo toglie continuità all’operato del Pubblico, toglie qualità ai servizi e motivazione, soprattutto a chi ha voglia di fare le cose diversamente. Un vuoto di spazio e senso che mi sono trovata a vivere e che mi ha convinta che il cambiamento dovesse partire dalle persone prima che dalle procedure: cambiare il focus per cambiare anche i processi e la visione futura.

Ho iniziato, così, a mappare le storie di innovatori e innovatrici della Pubblica Amministrazione, a cercare nei loro percorsi di vita e di lavoro, i loro sogni, le loro visioni e le loro delusioni, i loro alleati e nemici e soprattutto le loro competenze, spesso invisibili o sotto-utilizzate. Mi sono resa conto che non eravamo così diversi e distanti, e che nelle nostre esperienze ricorrevano parole chiave che non potevano essere ignorate: solitudine, isolamento, squadra, cambiamento, impatto, senso di colpa, velocità, vecchia guardia…
Presto la Pubblica Amministrazione è diventata da semplice datore di lavoro, presidio di democrazia da difendere con le unghie e con i denti, e soprattutto con una nuova cura. Così, quando ho avuto l’opportunità di candidarmi per un corso di Community Organizing alla Harvard Kennedy School, ho deciso di proporre come campagna di mobilitazione collettiva, proprio quella di nuova Pubblica Amministrazione, che fosse comunità di pratica, relazione e sviluppo generativo di pratiche democratiche per il bene comune, di alleanze con gli attori territoriali, soprattutto con il Terzo settore, con cui l’amministrazione pubblica condivide il focus del bene collettivo, e di cui ha un grande bisogno; che avesse una struttura più orizzontale, partecipativa e diffusa, che mettesse al centro la risorsa più importante: le persone, le loro motivazioni e il loro valore.


Ho coinvolto in questa impresa alcuni dei dipendenti pubblici più innovativi e visionari che ho conosciuto in questi anni di ricerca e pratica, proponendo loro di scrivere insieme una nuova visione di Pubblica Amministrazione, capace di ispirare e coinvolgere sempre nuovi dipendenti, di condividere processi, strumenti e anche difficoltà, ma anche di immaginare percorsi nuovi di costruzione di servizi pubblici collaborativi, con i cittadini e gli attori locali tutti, mettendo al centro il benessere sociale e la tutela della cosa pubblica.
Hanno risposto al mio invito con grande entusiasmo, e il 18 giugno scorso alla Camera dei Deputati abbiamo presentato il documento fondativo di Pubblica, il primo network per il cambiamento nella PA, dove le parole cambiamento e nella fanno la differenza.
Cambiamento e non innovazione, perché innovazione nella PA fa spesso rima con tecnologia, mentre quello che vogliamo innescare è un cambiamento del sistema, profondo e umano prima di tutto. E poi nella PA, piuttosto che per la PA, perché questo cambiamento non si costruisce per qualcuno, ma all’interno del sistema, insieme a chi ci lavora e ci crede.


Con i co-fondatori del network: Alberto Zanobini, Federica Deyme, Viviana Vitari, Noemi Morrone, Paolo Venturi, Daniela Selloni, Alessandro Sancino, Michele D’Alena, abbiamo provato a tracciare una strada nuova a partire da questo documento, che resta un organismo vivo e aperto.
Ora è importante che la strada tracciata dal documento la percorriamo insieme e in tanti, ogni giorno, con tutti coloro che pensano che la Pubblica Amministrazione non sia solo un apparato da far funzionare, ma una cosa di tutti, da curare e da rimettere in moto. È da loro che dipende la qualità dei servizi che diamo ai cittadini, ed è da loro che dipende, alla fine, anche la fiducia delle persone nelle istituzioni.
Pubblica è aperta a tutti i dipendenti e le dipendenti che lavorano nella Pubblica Amministrazione italiana e che credono e sviluppano ogni giorno una nuova visione di servizi pubblici, che credono che il Terzo settore e gli stakeholders territoriali siano alleati e non nemici da cui difendersi, ma alleati da ascoltare e da far partecipare perché l’azione pubblica sia davvero efficace.
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Mariella Stella, materana, esperta di innovazione sociale, dopo 20 anni nella PA, oggi si occupa di innovazione istituzionale.
In apertura, un momento di formazione a Crispiano
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Daria Capitani
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