Medio Oriente: il tempo dei nuovi imperi


21 luglio 2026 – ore 16:20 – PremessaMentre non si registrano novità sul fronte ucraino né sulla crisi tra Iran e Stati Uniti, oggi concentreremo la nostra attenzione su Israele, Hezbollah e Hamas, cercando di comprendere i diversi punti di vista anche alla luce della profonda crisi che attanaglia l’intero Medio Oriente, una regione decisamente frammentata, sempre più diffidente e alla ricerca di nuovi equilibri. Lo faremo dando voce ai protagonisti, senza mediazioni occidentali, spesso non attente alla cultura, alla religione, alla storia e alle aspettative di popolazioni complesse che, pur inserite in un contesto strategico prossimo all’Europa, agiscono e si esprimono secondo logiche molto lontane da quelle che conosciamo, manifestando obiettivi esistenziali a noi sostanzialmente sconosciuti e, pertanto, ignorati. Cercheremo di comprendere le diverse posizioni senza manipolazioni e pregiudizi, questi ultimi spesso determinati da una profonda e diffusa scarsa conoscenza di realtà solo parzialmente vicine alla nostra storia e alla nostra cultura. Dobbiamo sforzarci di superare le nostre “colonne d’Ercole”, non per esprimere giudizi etici, ma per avvicinarci con umiltà a un mondo in continua trasformazione e alla ricerca disperata di nuovi e stabili equilibri. Il rigetto dello studio della storia, come avvenuto negli ultimi anni, ci sta allontanando dalla conoscenza e dalla comprensione della realtà che ci circonda, provocando in noi un senso di paura e di angoscia anche per il futuro delle nuove generazioni. In Africa, un anziano capo tribale, al termine dei nostri colloqui, era solito ricordarmi: «In Africa, quando un vecchio muore, è una biblioteca che brucia. La conoscenza è il valore universale».

Khalil al-Hayya eletto nuovo leader di Hamas

Desidero proporvi il profilo del nuovo leader di Hamas, il noto movimento politico palestinese sunnita composto da una branca politica e da una militare, le note Brigate ʿIzz al-Dīn al-Qassām, sostenuto dal regime sciita di Teheran e in buoni rapporti con Turchia e Qatar grazie alla comune appartenenza all’ideologia della Fratellanza Musulmana, attraverso una nota recentemente pubblicata dal sito The Palestinian Information Center, vicino alla stessa Hamas.

Dalla lettura attenta del testo emergono, come vedremo, elementi ideologici chiari, l’uso accurato dei termini, la formazione teologica del leader, l’intensa attività politica e i legami intercorrenti tra Hamas ed Hezbollah, consentendoci di comprendere alcune schegge di una galassia decisamente antisemita e, pertanto, non disponibile a riconoscere, nella sostanza, a Israele il diritto di esistere.

Dobbiamo ricordare che questa nota non è certamente rivolta all’Occidente, ma guarda alle popolazioni palestinesi, ai libanesi sciiti e agli yemeniti, anche al fine di fornire loro certezze sulla futura direzione politica e militare che la nuova leadership intende perseguire.

Leggiamo insieme:

«Il nome del leader Khalil al-Hayya è emerso durante la guerra in corso nella Striscia di Gaza come uno dei volti più importanti della leadership politica del Movimento di Resistenza Islamica, Hamas, in quanto ha assunto la gestione del dossier dei negoziati indiretti con Israele e ha guidato le delegazioni del Movimento nei cicli di mediazione regionale, in una fase descritta come la più complessa degli ultimi anni, con l’escalation dell’aggressione israeliana e la crescente pressione internazionale per un cessate il fuoco.

Hamas ha annunciato l’elezione del leader Khalil al-Hayya a capo dell’ufficio politico del Movimento, in sostituzione del leader martire Yahya Sinwar.

Al-Hayya ha ricoperto una posizione di rilievo all’interno della struttura del Movimento, come membro del suo ufficio politico e vice del suo capo nella Striscia di Gaza, prima di assumerne la guida. È stato uno dei leader che ha saputo coniugare la dawah (proselitismo islamico), l’attività accademica e quella politica, ricoprendo ruoli negoziali di primo piano nei momenti cruciali del conflitto israelo-palestinese.

Condurre negoziati in tempo di guerra

Con lo scoppio dell’operazione Alluvione di al-Aqsa il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra su vasta scala a Gaza, il leader al-Hayya si è posto in prima linea sulla scena politica del Movimento, guidando la sua delegazione al Cairo nel febbraio 2024 per finalizzare i colloqui sul cessate il fuoco e continuando a essere a capo del team negoziale nelle sessioni indirette mediate da Egitto e Qatar, secondo le dichiarazioni ufficiali del Movimento e i resoconti pubblicati da agenzie internazionali.

Ha inoltre partecipato alla gestione del dossier sullo scambio di prigionieri ed è apparso in numerose interviste ai media, difendendo le posizioni del Movimento e sottolineando che qualsiasi accordo deve garantire una cessazione completa delle operazioni militari e la fine dell’assedio della Striscia.

Educazione e formazione

Khalil Ismail al-Hayya è nato il 5 novembre 1960 a Gaza City ed è cresciuto in un ambiente palestinese conservatore, segnato dalle ripercussioni della Naksa del 1967, che ha avuto un impatto precoce sulla sua consapevolezza politica, soprattutto a causa delle perquisizioni e degli arresti subiti dalla sua famiglia da parte dell’esercito israeliano.

Ha ricevuto l’istruzione primaria e secondaria nelle scuole di Gaza, prima di iscriversi all’Università Islamica, dove ha conseguito una laurea in Fondamenti di Religione nel 1983.

Ha proseguito gli studi post-laurea presso l’Università della Giordania, conseguendo un master in Scienze della Sunnah e degli Hadith nel 1986 e, successivamente, un dottorato nella stessa specializzazione presso l’Università del Sacro Corano e delle Scienze Islamiche in Sudan nel 1997.

Percorso accademico e organizzativo

Il leader al-Hayya ha iniziato la sua carriera professionale come assistente didattico presso l’Università Islamica di Gaza, per poi progredire nelle posizioni amministrative fino ad assumere la carica di decano degli Affari studenteschi nel 2001. È stato anche attivo nell’ambito sindacale, arrivando a ricoprire la presidenza del sindacato dei dipendenti universitari.

In ambito politico, nel 2006 è stato eletto membro del Consiglio legislativo palestinese per la lista Cambiamento e Riforma, affiliata ad Hamas, guidandone il relativo blocco parlamentare. Ha inoltre ricoperto posizioni di leadership all’interno del Movimento, tra cui la presidenza dell’Ufficio per le relazioni arabe e islamiche e dell’Ufficio centrale per i media.

Esperienza di lotta e arresti ripetuti

Al-Hayya si è impegnato precocemente nell’attività islamica organizzata dopo aver incontrato il fondatore di Hamas, Sheikh Ahmed Yassin, all’inizio degli anni Ottanta. Ha partecipato alle attività del Blocco Islamico all’interno dell’università, per poi dedicarsi all’attività popolare e organizzativa durante la prima Intifada palestinese del 1987.

Fu arrestato tre volte dalle forze di occupazione israeliane, in particolare nel 1991, quando trascorse tre anni in prigione. Secondo fonti palestinesi, durante i primi arresti fu anche sottoposto a torture.

Bersagli ripetuti e sacrifici

Khalil al-Hayya è stato oggetto di diversi tentativi di assassinio, in particolare nel 2007, quando un raid israeliano colpì la casa della sua famiglia, causando il martirio di sette suoi parenti. Nel 2008, suo figlio Hamza, membro delle Brigate Qassam, il braccio armato di Hamas, fu ucciso in un raid israeliano. Anche suo figlio Osama perse la vita, insieme ad altri membri della famiglia, in un bombardamento che colpì la loro abitazione a est di Gaza nel 2014, mentre il leader al-Hayya sopravvisse a un ulteriore tentativo di assassinio.

Le sue abitazioni furono ripetutamente prese di mira durante le offensive israeliane, incluso un raid nell’ottobre 2023. Suo figlio Hammam fu martirizzato nel settembre 2025, quando Israele colpì il quartier generale della delegazione negoziale del Movimento a Doha, capitale del Qatar. Successivamente, nel maggio 2026, il suo quarto figlio, Azzam, fu martirizzato a causa delle ferite riportate in un bombardamento israeliano che colpì il quartiere di al-Daraj, a est di Gaza City.

Khalil al-Hayya ha partecipato a numerose visite regionali, tra cui quella di una delegazione di Hamas a Damasco nel 2022, e ha guidato la delegazione del Movimento in Libano nel novembre 2023 per incontrare la leadership di Hezbollah, nell’ambito del coordinamento delle posizioni durante la guerra, secondo quanto dichiarato dallo stesso Movimento.

https://english.palinfo.com/reports/2026/07/20/366979/

“Israele ha fallito”: gli alleati regionali plaudono alla transizione della leadership di Hamas

Con questo titolo, il 21 luglio, Palestine Chronicle plaude all’elezione del nuovo leader di Hamas e ci aiuta a comprendere le immediate reazioni positive delle formazioni politiche anti-israeliane gravitanti nell’area. Questa nota ci permette di conoscere le diverse percezioni esistenti nella regione, raramente oggetto di grande attenzione mediatica in Occidente, ma fondamentali per comprendere questo turbolento scacchiere regionale. Vedremo, in particolare, l’asserita reazione dell’intelligence egiziana, l’atteggiamento yemenita e quello della Fratellanza Musulmana.

Leggiamo insieme:

«I movimenti politici regionali e palestinesi hanno accolto con favore l’elezione di Khalil al-Hayya a capo dell’Ufficio politico di Hamas, descrivendo il cambio di leadership come la prova della resilienza organizzativa del Movimento, nonostante il genocidio in corso a Gaza perpetrato da Israele e l’assassinio di diversi suoi leader di spicco.

Le congratulazioni sono giunte poche ore dopo che Hamas aveva annunciato l’elezione di al-Hayya quale successore di Yahya al-Sinwar, ucciso dalle forze israeliane nell’ottobre 2024.

L’Egitto ribadisce il suo ruolo di mediatore

Secondo Hamas, il direttore dell’intelligence egiziana, il generale Hassan Rashad, ha telefonato ad al-Hayya per congratularsi con lui per la sua elezione.

Al-Hayya ha ringraziato il dirigente egiziano per la telefonata e ha ribadito quello che ha definito lo storico rapporto tra Hamas ed Egitto, sottolineando in particolare il ruolo del Cairo negli sforzi di mediazione relativi al genocidio di Gaza.

Ha inoltre affermato che Hamas continuerà a collaborare con i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia per portare avanti i negoziati volti a consolidare il cessate il fuoco, completarne la seconda fase, porre fine alla guerra, garantire il ritiro israeliano da Gaza e sostenere gli sforzi di ricostruzione.

Ansarallah: la resistenza non è stata sconfitta

Anche il movimento yemenita Ansarallah si è congratulato con al-Hayya, affermando che la sua elezione dimostra come Israele non sia riuscito a raggiungere il proprio obiettivo di eliminare la resistenza palestinese.

In una dichiarazione, Ansarallah ha descritto al-Hayya come un leader emerso «dalle sofferenze e dalle aspirazioni del popolo palestinese», aggiungendo che la sua elezione rafforzerà la resistenza.

Il movimento yemenita ha inoltre affermato che la transizione della leadership di Hamas, avvenuta con successo nonostante la guerra in corso, dimostra come la resistenza rimanga coesa e capace di rinnovare le proprie istituzioni anche nelle circostanze più difficili.

Ansarallah ha ribadito il proprio sostegno al popolo palestinese e ha invitato il mondo musulmano, nel suo complesso, a continuare a sostenere la fermezza e la resistenza palestinese.

La reazione dei Fratelli Musulmani

Anche i Fratelli Musulmani si sono congratulati con Hamas e con il popolo palestinese, affermando che il cambio di leadership riflette la coesione istituzionale del Movimento e la sua capacità di rinnovare la propria dirigenza nonostante la continua campagna militare israeliana e quello che definiscono il genocidio.

L’organizzazione ha espresso fiducia nel fatto che la nuova leadership rafforzerà la posizione politica di Hamas a livello internazionale, alla luce dei cambiamenti regionali verificatisi dopo l’operazione Al-Aqsa Flood.

Il Movimento dei Mujahidin palestinesi ha descritto le elezioni come un messaggio di forza e resilienza.

In una dichiarazione, il gruppo ha affermato che Hamas ha dimostrato ancora una volta la propria coesione organizzativa e la capacità di superare gravi battute d’arresto, sostenendo che i tentativi di Israele di creare un vuoto di leadership attraverso l’uccisione mirata di figure politiche di alto livello sono falliti. Il movimento ha aggiunto che Hamas è riuscito a completare il proprio processo interno di successione alla leadership pur continuando a opporsi alla guerra condotta da Israele contro la Striscia di Gaza.

https://www.palestinechronicle.com/israel-failed-regional-allies-hail-hamas-leadership-transition/

Dopo Gaza, chi rappresenta la Palestina?

Recentemente, la decisione di Hamas di sciogliere il Comitato di Emergenza del Governo nella Striscia di Gaza e di trasferire l’amministrazione civile al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza ha segnato un significativo cambiamento strategico.

La scelta di Hamas di rinunciare all’amministrazione della popolazione di Gaza rappresenta, secondo alcuni osservatori, una sorta di capitolazione politica del movimento palestinese, nonostante quest’ultimo abbia ribadito il proprio impegno ad attuare l’accordo di cessate il fuoco e ad adempiere alle proprie responsabilità fino al completo trasferimento dell’amministrazione civile della Striscia.

Secondo altri analisti palestinesi, invece, l’abbandono della gestione quotidiana di Gaza consentirà ad Hamas di ridurre la propria esposizione istituzionale, riorganizzare le proprie strutture e concentrarsi sulla propria ragion d’essere storica: la lotta di liberazione nazionale palestinese, contribuendo al contempo alla ricostruzione dell’unità nazionale palestinese.

In tale contesto, il noto analista Sayid Marcos Tenório, in un recente editoriale ripreso da diverse testate mediorientali, si pone una domanda fondamentale: chi rappresenta oggi la Palestina?

Desidero proporvi alcuni estratti di questa accurata analisi. Il testo completo può essere consultato nel link riportato in descrizione, poiché offre una prospettiva maturata all’interno della realtà palestinese.

Leggiamo insieme:

«Oltre mille giorni di guerra a Gaza hanno distrutto molto più di città, ospedali e campi profughi. Hanno anche messo a nudo l’esaurimento di un quadro politico costruito più di trent’anni fa con gli Accordi di Oslo.

Mentre il popolo palestinese attraversa forse il momento più drammatico della sua storia dalla Nakba del 1948, le sue istituzioni nazionali rimangono frammentate, obsolete e sempre meno in grado di riflettere la diversità politica della società palestinese e delle forze che guidano la lotta contro l’occupazione.

L’Autorità Palestinese, originariamente concepita come amministrazione di transizione verso uno Stato palestinese indipendente, è gradualmente diventata un fine in sé.

Trent’anni dopo Oslo, uno Stato palestinese non esiste ancora. L’espansione degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata ha continuato ad accelerare, Gerusalemme Est è ancora oggetto di un’annessione di fatto e Gaza è stata devastata da guerre successive e da un blocco prolungato. Un processo politico che avrebbe dovuto condurre all’indipendenza si è invece trasformato nella gestione di un’occupazione sempre più radicata.

In questo contesto, Mahmoud Abbas è diventato il principale simbolo della stagnazione istituzionale. Presidente dell’Autorità Palestinese dal 2005, è rimasto in carica senza rinnovare il proprio mandato attraverso elezioni presidenziali. Il Consiglio legislativo palestinese è di fatto paralizzato, le elezioni sono state ripetutamente rinviate e le critiche si sono intensificate, sia all’interno della società palestinese sia tra gli osservatori internazionali, a causa della corruzione, del clientelismo, del nepotismo e dell’assenza di significative riforme politiche.

Il risultato è una crescente crisi di legittimità che investe le istituzioni nate nell’ambito degli Accordi di Oslo.

Tuttavia, ridurre questa crisi alla sola figura di Abbas significherebbe semplificare eccessivamente un problema molto più profondo. La questione centrale non è più semplicemente chi guida l’Autorità Palestinese. Piuttosto, il dibattito, sempre più rilevante tra gli intellettuali palestinesi, le organizzazioni politiche e la società civile, riguarda la ricostruzione del movimento nazionale palestinese e la ridefinizione delle istituzioni incaricate di rappresentarlo.

Hamas ha vinto le ultime elezioni legislative palestinesi nel 2006, conquistando una maggioranza parlamentare che non è mai più stata sottoposta al vaglio delle urne. Da allora ha consolidato la propria posizione come uno dei principali attori della politica palestinese, non solo attraverso la propria organizzazione sociale e politica, ma anche grazie al ruolo svolto nella resistenza, nei negoziati per il cessate il fuoco, negli scambi di prigionieri e nell’amministrazione della Striscia di Gaza.

A prescindere dalle diverse opinioni sul movimento, escludere Hamas da qualsiasi futuro assetto istituzionale difficilmente consentirà la costruzione di un sistema politico palestinese più rappresentativo.

Lo stesso ragionamento vale per la Jihad islamica palestinese. Sebbene storicamente sia rimasta al di fuori della competizione elettorale, la sua influenza politica e militare nei territori palestinesi occupati, in particolare in Cisgiordania, è diventata una componente innegabile della realtà politica palestinese contemporanea. Ignorare questa influenza significa trascurare una parte significativa delle dinamiche interne della resistenza palestinese.

Anche Fatah si trova ad affrontare sfide analoghe. Le divisioni interne, l’emarginazione dei leader storici e la concentrazione del potere decisionale nelle mani dell’attuale leadership hanno indebolito il movimento che, per decenni, ha guidato la lotta nazionale palestinese.

In questo contesto, è difficile immaginare che la semplice organizzazione di elezioni, senza il previo raggiungimento di un più ampio consenso politico, possa essere sufficiente a superare l’attuale crisi di legittimità.

Un numero crescente di analisti e figure politiche palestinesi sostiene che la ricostruzione istituzionale richieda una riforma complessiva dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), l’inclusione delle principali forze politiche che ancora rimangono al di fuori delle sue strutture e la reintegrazione della diaspora palestinese nel processo decisionale nazionale.

La Palestina di oggi si trova ad affrontare ben più di una disputa tra fazioni rivali: è alle prese con una profonda crisi di rappresentanza politica.

La guerra a Gaza ha dimostrato che il paradigma politico delineato dagli Accordi di Oslo non è più in grado di rispondere alle realtà del presente.

La questione che emerge dalle rovine di Gaza non riguarda più semplicemente il futuro dell’Autorità Palestinese o la successione di Mahmoud Abbas.

Piuttosto, il vero interrogativo è il seguente: come ricostruire una rappresentanza politica capace di unire un popolo disperso tra Gaza, la Cisgiordania occupata, Gerusalemme, i campi profughi e la diaspora palestinese nel mondo?

La risposta a questa domanda potrebbe determinare non solo il futuro delle istituzioni palestinesi, ma anche quello della stessa causa nazionale palestinese.

https://english.palinfo.com/opinion_articles/after-gaza-who-represents-palestine/

«Il nostro Imam Khamenei, che il suo segreto sia santificato, si è preso cura della nazione con occhio paterno e ha protetto i sentieri della sua gloria»

Mentre proseguono gli incontri tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti e che saranno oggetto di ulteriori approfondimenti, molto poco conosciamo della posizione politica del leader di Hezbollah, Sheikh Naïm Qassem.

Ai pochi distratti del web ricordiamo che Hezbollah è un gruppo islamista sciita transnazionale libanese, fondato dall’Iran nel 1982, che segue l’ideologia della Wilayat al-Faqih assoluta, così come elaborata dal defunto leader supremo di Teheran, l’ayatollah Ruhollah Musavi Khomeini. Fin dalla sua nascita, Hezbollah si è reso protagonista di attività terroristiche, prendendo di mira i propri nemici e quelli dell’Iran, sia in Libano sia all’estero. Tali attività hanno comportato la designazione dell’organizzazione come terroristica da parte del Dipartimento di Stato e del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, oltre che da parte di altri Paesi.

Merita altresì ricordare che Hezbollah gestisce una vasta rete di servizi sociali – tra cui ospedali, scuole, istituti di formazione professionale e organizzazioni benefiche – nelle aree a maggioranza sciita del Libano, guadagnandosi, di fatto, la gratitudine e il sostegno di una comunità tradizionalmente trascurata dallo Stato libanese. Attraverso il proprio Blocco Lealtà alla Resistenza, Hezbollah detiene inoltre una significativa rappresentanza parlamentare e ministeriale nel governo libanese.

In tale contesto desidero proporvi alcuni stralci di un recente discorso politico-religioso del leader Qassem, perché ci aiutano a comprendere il pensiero di Hezbollah e le difficoltà della comunità internazionale nel raggiungere un’autentica e duratura pacificazione del Libano.

Il discorso è stato pubblicato l’8 luglio scorso in occasione dei funerali in Iran della Guida Suprema, il Grande Ayatollah Imam Sayyid Ali al-Husseini al-Khamenei. Tralasciando gli elogi rivolti al leader iraniano, il testo esalta il martirio e la lotta contro il nemico, identificato principalmente in Israele e negli Stati Uniti. Esso esprime il sostegno politico, ideologico e religioso sul quale si fonda l’intero movimento Hezbollah e che, tuttavia, conosciamo ancora molto poco. Si tratta del principale pilastro ideologico del movimento sciita, dal quale discende anche la strategia operativa della sua ala militare.

Il discorso completo può essere consultato nel link riportato in descrizione.

«…Ecco una frase concisa che definisce l’essenza del martirio: il martirio è vita e rivolta; la rivolta è gloria, e i gloriosi sono vittoriosi. Il tuo martirio, mio maestro, è l’inizio di un cammino rivoluzionario che cambierà il panorama e gli equilibri della regione. “E non dite di coloro che vengono uccisi sulla via di Allah: ‘Sono morti’. Piuttosto, sono vivi, ma voi non ve ne rendete conto.”

Il nostro Imam Khomeini, che Dio santifichi la sua anima, disse: “Uccideteci, perché il nostro popolo diventerà sempre più consapevole”. Hussein fu ucciso e nacque la via di Hussein. Khamenei fu ucciso e nacque la via di Khamenei, che ne rappresenta un’estensione e uno stendardo.

È tempo che voi, ipocriti deviati, miscredenti lontani dall’obbedienza a Dio, comprendiate che il martirio è la nostra tradizione e che il sacrificio è l’onore che Dio ci concede. Coloro che amano Dio crescono nell’amore, nella fermezza e nell’impegno per la perseveranza.

Mio maestro, i combattenti della Resistenza in Libano, i figli di Hezbollah, amano il martirio e l’autorità divina. Si sono comportati in modo ammirevole, offrendo al mondo un modello mai visto prima. Tutto questo è frutto della grazia dell’autorità divina.

Mio maestro, il nostro popolo resistente, che ama la resistenza e le è devoto, ha compiuto numerosi sacrifici ed è pronto a compierne altri, ma non vacillerà. Ha imparato da voi a essere paziente, a lottare, a perseverare, a essere generoso e incrollabile, perché desidera rimanere onorevole. Non può accettare l’umiliazione in alcuna forma.

Questo è un popolo invincibile perché è nutrito dall’autorità divina. Lungi da noi accettare l’umiliazione.

Il nostro Imam Khamenei, che Dio santifichi la sua anima, ha guidato la nazione con sguardo paterno e ne ha custodito il cammino di dignità attraverso la guida dell’autentico Islam, fondandosi su cinque pilastri fondamentali: primo, la costruzione dello Stato e della società; secondo, il sostegno alla resistenza contro l’occupazione e l’arroganza; terzo, l’unità nazionale, islamica e umana; quarto, orientare la bussola verso la liberazione della Palestina; quinto, l’indipendenza e il non allineamento.

Per quanto riguarda l’aggressione americano-israeliana contro la Repubblica Islamica dell’Iran, essa rappresenta un’aggressione globale contro un Paese che è rimasto solo e che, tuttavia, ha sconfitto gli obiettivi dell’aggressione. L’Iran è diventato ancora più coeso grazie all’unità nazionale e ancora più unito attorno alla propria leadership.

L’Iran ha il diritto di detenere il potere, di sviluppare la tecnologia nucleare a fini pacifici e di costruire le proprie relazioni internazionali come meglio ritiene.

Tuttavia, il tiranno americano e il suo scagnozzo, Israele, hanno cercato di privare questa nazione della sua libertà, del suo prestigio e del suo ruolo, ma hanno fallito. America e Israele sono stati sconfitti e non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi, mentre l’Iran ne è uscito con dignità e a testa alta.

Rivolgiamo il nostro ringraziamento all’Iran islamico, che ci ha sostenuto e che, nella stesura dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, ha posto come prima clausola il cessate il fuoco in Libano e il ritiro di Israele, affermando che non avrebbe potuto dare seguito all’accordo con gli Stati Uniti se quest’ultima condizione non fosse stata attuata.

Uno dei risultati è stato il raggiungimento di una cessazione generale delle ostilità, un cessate il fuoco tuttora caratterizzato da violazioni, ma che richiede ulteriori sviluppi. Siamo fiduciosi che la Repubblica Islamica continuerà a sostenerlo, come hanno dichiarato i suoi funzionari.

Grazie all’Iran, grazie alla sua leadership, al governo, alle Guardie Rivoluzionarie, all’esercito, al popolo e alle élite iraniane; grazie a tutti voi, perché, in verità, contribuirete a trasformare la realtà della regione a favore della liberazione e della libertà.

L’Iran ci ha dato forza, sostegno e dignità. Ci ha dato la capacità di liberare e di servire la società. Senza l’Iran non ci sarebbe stato alcun cessate il fuoco dopo la fermezza dimostrata dalla resistenza. Esiste una duplice dimensione: la determinazione della resistenza e del popolo della resistenza costituisce il primo fondamento; il sostegno dell’Iran rappresenta il secondo, una reale fonte di forza. Noi continuiamo ad aderire a questa scelta perché ha dimostrato la propria efficacia e costituisce per noi un ulteriore elemento di forza.

Dobbiamo tutti impegnarci per porre fine all’egemonia americana sul Libano. L’America è malvagia, è una potenza coloniale, opprime il Libano con richieste che servono gli interessi del nemico israeliano e sta gradualmente occupando il Paese.

Alcuni chiedono: «Perché avete rapporti con l’Iran?». Fratello mio, noi traiamo beneficio dai nostri rapporti con l’Iran. Ma dimmi: perché voi avete rapporti con l’America, quando essa vi umilia, vi costringe a compiere determinate scelte, si appropria delle vostre risorse e non vi offre nulla in cambio?

Centinaia di violazioni si sono verificate dall’inizio del cessate il fuoco. L’ultima è stata l’uccisione della preside della scuola Ghandour, insieme a sua madre e a due suoi collaboratori, mentre si trovavano a bordo di un’auto civile, davanti a una casa civile, in una zona civile, a Nabatieh al-Fawqa.

Che cosa dice il governo? Dove sono le vostre iniziative per chiedere conto all’America? Tutto ciò che accade avviene per decisione americana. Persino gli israeliani affermano sempre: «Abbiamo ottenuto il permesso dall’America». Ciò significa che nulla accade senza il suo consenso. È l’America che ci deruba; è l’America che agisce con questa brutalità.

L’accordo quadro concluso dal governo libanese è interamente nell’interesse di Israele. Se Israele avesse deciso di redigerlo da solo, non avrebbe potuto farlo senza la cooperazione degli Stati Uniti e del governo libanese. Si tratta di violazioni di ogni genere e ciò che è costruito sulla menzogna è, per sua natura, falso, perché le fondamenta stesse dei negoziati sono illegittime, incostituzionali, antinazionali e illegali.

L’intero accordo svende il Libano all’entità israeliana. Persino la parola «ritiro» è assente: si parla semplicemente di «riposizionamento». Ciò significa che una parte del Libano apparterrebbe a Israele con il vostro consenso. Vi state addirittura alleando con loro per indebolire la resistenza e la forza del Libano, consentendo che siano loro a supervisionare l’attuazione di questo piano. Vi rimando a coloro che vi sono vicini.

Non siamo soltanto noi ad aver contestato questo accordo, né soltanto il cosiddetto «asse della resistenza». Persino gruppi a voi vicini vi dicono che si tratta di un cattivo accordo, umiliante e destinato a condurvi alla rovina.

Lo chiamate accordo quadro? Gettatelo via. Che cosa impedisce al governo di affermare: «Non lo vogliamo», visto che ormai è evidente come esso sia interamente nell’interesse di Israele e abbia diviso il popolo libanese?

Alzatevi. Alzatevi con coraggio. È meglio che il governo venga ricordato per aver assunto una posizione capace di unire il popolo libanese piuttosto che per averne adottata una che lo divide.

In definitiva, nessuna clausola di questo accordo verrà approvata e non potrete imporcela.

Il Presidente chiede: «Mostratemi una soluzione». Ve ne mostrerò una. Accettiamo di negoziare, ma indirettamente. Almeno, quando una proposta viene presentata nell’ambito di una trattativa indiretta, essa può essere studiata con gli esperti, discussa con le parti interessate, valutata con attenzione e accompagnata da una risposta ponderata, osservandone poi gli effetti.

Guardate all’esperienza del presidente della Camera, Nabih Berri, con l’accordo del 27 novembre. Come riuscì a raggiungere un’intesa che Israele, successivamente, rinnegò perché la riteneva non conforme ai propri interessi. Tuttavia, esisteva una via d’uscita attraverso la discussione e il dialogo.

Guardate anche all’Iran nei negoziati con gli Stati Uniti: quaranta, quarantacinque giorni di trattative per arrivare alla stesura di un accordo. Perché tutta questa fretta?

È stato detto: «Siamo sotto pressione». Ma chi vi sta mettendo sotto pressione? Se siete con il vostro popolo, nessuno potrà mettervi sotto pressione. Se invece pensate che questa sia la strada per ottenere prestigio, vi sbagliate: non otterrete prestigio, perché non raggiungerete alcun risultato e non sarete in grado di fare nulla. Se non collaboriamo, tutto questo non funzionerà.

Vi esorto a riconsiderare la vostra posizione. Non ci lasceremo trascinare in un conflitto, ma non permetteremo a nessuno di violare i nostri diritti. La nostra voce sarà ferma e le nostre posizioni saranno determinate nell’interesse della sovranità e dei diritti del Libano.

La priorità è ristabilire la sovranità ed espellere gli israeliani. Nessuno ci imporrà soluzioni. Le discuteremo e le concorderemo insieme.

Non esiste altra soluzione se non il ritiro israeliano in cambio del dispiegamento dell’esercito libanese a sud del fiume Litani. Questo è il principio, insieme ai cinque punti che abbiamo più volte ribadito: il ritiro israeliano e il dispiegamento dell’esercito libanese fino al confine meridionale; la cessazione completa delle aggressioni aeree, terrestri e marittime, nonché di ogni forma di distruzione; il rilascio dei prigionieri; la ricostruzione; e il ritorno della popolazione nei propri villaggi, fino all’ultimo centimetro di territorio.

Siamo impegnati sulla via della comprensione tra Iran e Stati Uniti e, nel frattempo, rimarremo sul campo. Non ci arrenderemo. Così come abbiamo sventato il progetto impedendogli di raggiungere il suo obiettivo di porre fine alla resistenza, continueremo a rimanere accanto al nostro popolo, saldi sul terreno.

Gli israeliani non troveranno stabilità e faremo tutto ciò che sarà necessario per liberare questa terra. E la libereremo, se Dio vorrà.

Che Dio abbia misericordia del nostro Imam e guida, l’Imam Khamenei, insieme alla sua famiglia, ai suoi cari e a tutti coloro che sono stati martirizzati. Pace, misericordia e benedizioni di Dio siano su di voi.»

https://hezbollah.org/about-hezbollah

https://naimkassem.com.lb/post/5510

È possibile un’alleanza di sicurezza tra Abramo e la Cina in Medio Oriente?

Questo è il titolo di una recente e approfondita analisi firmata da Dan Diker, presidente del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs e noto esperto internazionale delle dinamiche del terrorismo. Desidero proporvi alcuni stralci di questo editoriale, perché ci consentono di comprendere pienamente la delicatezza del momento storico che Israele sta vivendo, nelle sue molteplici implicazioni.

Il testo completo dell’editoriale può essere consultato nel link riportato in descrizione.

Leggiamolo insieme.

«La prospettiva di una grave escalation militare tra il regime iraniano e gli Stati Uniti solleva un interrogativo fondamentale sui mutamenti delle alleanze di sicurezza in Medio Oriente. Il futuro della regione è in bilico. È realistica la prospettiva di una più ampia alleanza di sicurezza mediorientale che includa Israele, Libano, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e altri Paesi? Lo è, a condizione che l’amministrazione statunitense decida che la Turchia, sostenitrice di Hamas e dell’OLP, non sostituirà Israele come partner regionale privilegiato. Questo interrogativo ancora aperto sulla politica statunitense in Medio Oriente rappresenta oggi un ostacolo fondamentale alla trasformazione degli Accordi di Abramo in un’autentica architettura di sicurezza regionale.

Nel 2020, quando Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan aderirono agli Accordi di Abramo attraverso trattati formali o processi di normalizzazione di fatto, non subordinarono la propria partecipazione al riconoscimento dello Stato palestinese. Gli Emirati Arabi Uniti scambiarono il riconoscimento con la sospensione dell’applicazione della legge israeliana a gran parte della Giudea e della Samaria, ossia la Cisgiordania, e ottennero l’accesso ai caccia F-35 e alla tecnologia statunitense dei droni. Il Bahrein seguì a distanza di pochi giorni, privilegiando l’integrazione in materia di sicurezza sotto l’egida della Quinta Flotta statunitense rispetto all’ortodossia della Lega Araba. Il Marocco normalizzò le relazioni in cambio del riconoscimento statunitense della propria sovranità sul Sahara Occidentale. Persino il Sudan, storicamente teatro dei tre famigerati “no” del 1967, accettò di avviare il processo di normalizzazione in cambio della rimozione dalla lista statunitense degli Stati sponsor del terrorismo e della concessione di aiuti economici. Oggi il Sudan è governato da un regime estremista, ma rimane un potenziale partner, a seconda degli sviluppi interni.

In particolare, l’approccio regionale adottato dagli Accordi di Abramo del 2020 nei confronti del processo di pace e della normalizzazione ha ribaltato i presupposti dell’Iniziativa di pace araba del 2002, basata sul principio “Prima la Palestina” e promossa dall’Arabia Saudita. Tale ribaltamento spiega la sopravvivenza dell’architettura degli Accordi di Abramo nonostante la guerra di Gaza tra Hamas e Israele, sostenuta dal regime iraniano.

Nessuno dei firmatari degli Accordi di Abramo si è ritirato, nonostante i sondaggi dell’Arab Opinion Index mostrino un tasso di disapprovazione pubblica compreso tra il 70 e l’80 per cento nei Paesi aderenti. I governi hanno mantenuto le proprie posizioni perché gli interessi sottostanti, legati a una coalizione regionale contro il regime iraniano guidata dagli Stati Uniti e alla modernizzazione delle rispettive economie, non erano soggetti al veto palestinese, in vigore da decenni.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha lavorato instancabilmente per trasformare questa logica in una nuova alleanza regionale incentrata sulla sicurezza. Già nel luglio 2024, rivolgendosi alle due Camere del Congresso degli Stati Uniti, propose l’idea di un’“Alleanza di sicurezza di Abramo”, una struttura simile alla NATO e aperta agli Stati che “hanno fatto pace con Israele e a quelli che lo faranno”. Nel febbraio 2026, in seguito all’assassinio della Guida Suprema del regime iraniano, Ali Khamenei, e al deterioramento delle infrastrutture nucleari e missilistiche dell’Iran, Netanyahu presentò quella che gli strateghi definiscono l’“Alleanza esagonale”: il nucleo tecnologico e di sicurezza di Israele collegato alla capacità manifatturiera dell’India, ai corridoi mediterranei greco-ciprioti, ai canali economici degli Emirati e alla supervisione esercitata dal Somaliland sul Mar Rosso.

Da allora, il Libano ha accettato di avviare negoziati diretti con Israele, uno sviluppo storico che ha condotto a un accordo quadro mediato dagli Stati Uniti il 26 giugno 2026, ripristinando la sovranità libanese dopo anni di controllo esercitato da Hezbollah, sostenuto dall’Iran, dal Libano meridionale fino a Beirut. Il governo siriano di al-Sharaa ha mantenuto un dialogo diretto con Gerusalemme, pur rifiutandosi di aderire formalmente agli Accordi. Il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti, che da tempo intrattengono relazioni discrete con Israele, hanno entrambi subito attacchi condotti con droni e missili dalle Guardie Rivoluzionarie, a dimostrazione del fatto che Teheran considera la normalizzazione come una dichiarazione di guerra.

Ciononostante, l’appoggio formale di Washington al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha rallentato la costruzione di questa promettente architettura di sicurezza. Sembra essere in corso un cambiamento strategico all’interno dell’amministrazione statunitense: al di là del rapporto personale tra Trump ed Erdoğan, si sta diffondendo la convinzione che la Turchia possa assumere ruoli tradizionalmente svolti da Israele, coinvolgendo gli Stati arabi diffidenti nei confronti dell’Iran senza sostenere il costo politico di un’altra campagna guidata da Israele.

Ankara sta sfruttando questa opportunità. La Turchia punta sull’eccessiva dipendenza degli Stati del Golfo da Washington e Gerusalemme durante la guerra in corso con il regime iraniano. Sembra inoltre volersi posizionare come futura guida del mondo islamico, sostituendo il regime iraniano quale potenza egemone regionale, con l’obiettivo di esercitare la propria influenza sul Libano, sulla Siria, sull’Egitto e sulla regione del Golfo.

Questo fenomeno si sta manifestando anche ai confini di Israele. In particolare, Erdoğan ha continuato a ribadire la presenza militare turca in Egitto e in Siria. Nonostante il rifiuto di Israele di consentire la partecipazione militare turca alle forze internazionali di stabilizzazione nella vicina Gaza dopo il 7 ottobre, le forze speciali turche si stanno addestrando con l’esercito egiziano sul territorio dell’Egitto, nelle immediate vicinanze. Ciò assume particolare rilevanza alla luce degli anni di tese relazioni diplomatiche tra Egitto e Turchia.

Altrettanto preoccupante è il fatto che, per la prima volta, la Marina turca abbia attraccato nel porto siriano di Latakia, storica installazione russa. La crescente presenza militare turca, sia in Egitto sia in Siria, crea un potenziale anello di fuoco intorno a Israele.

Inoltre, negli ultimi dieci anni si è progressivamente rafforzata l’influenza della Turchia nei settori della sicurezza, della diplomazia e dell’economia nella Somalia islamista. Secondo alcune fonti, i servizi segreti turchi, attraverso il proprio ufficio di Hargeisa, collaborano con l’Agenzia nazionale di intelligence e sicurezza somala, la NISA, nel tentativo di reclutare agenti nel vicino Somaliland, strategicamente situato lungo il Mar Rosso, con l’obiettivo di indebolire i crescenti legami di sicurezza tra Israele e il Somaliland.

Nonostante il rafforzamento della presenza militare turca in Medio Oriente e nell’Africa orientale, Erdoğan non ha ancora dato seguito concretamente alle proprie minacce contro Israele. Finora ha evitato lo scontro militare e si è astenuto dall’interferire con le operazioni israeliane in Siria, pur ospitando e addestrando Hamas sul territorio turco, secondo quanto riportato dai media israeliani. Ciononostante, il comportamento ostile della Turchia nella regione continua a farla apparire come un partner politicamente “a basso costo” per la gestione della sicurezza regionale.

La tensione strategica si è acuita il 9 luglio, durante una conversazione tra Netanyahu e Trump, nella quale il primo ministro israeliano ha sottolineato “la gravità delle dichiarazioni del presidente Erdoğan e dei suoi collaboratori, che mettono in discussione la legittimità dello Stato di Israele”. Israele sta contemporaneamente cercando di bloccare la vendita alla Turchia di caccia F-35 e di motori F110 destinati al caccia KAAN. Netanyahu ha avvertito sia il presidente sia il Congresso che simili operazioni comprometterebbero il vantaggio militare qualitativo di Israele.

Le altre mosse della Turchia risultano meno ambigue. Ankara mantiene i sistemi antiaerei russi S-400, una questione particolarmente controversa per il Congresso statunitense, e occupa Cipro del Nord. Nel giugno 2026, gli F-16 turchi di stanza a Cipro hanno intercettato e disturbato le comunicazioni radio di aerei che trasportavano i ministri della Difesa di Grecia, Francia e Paesi Bassi, compiendo un atto eccezionalmente ostile nei confronti di tre alleati della NATO.

Il comportamento ostile di Erdoğan è evidente a tutti. La Turchia ospita la leadership di Hamas, collabora con il Qatar, vicino ai Fratelli Musulmani, e sta armando alcune fazioni all’interno del nuovo governo siriano, passato da una matrice jihadista a un orientamento pragmatico, con l’obiettivo di costruire un corridoio verso il confine settentrionale di Israele. Nell’aprile 2025, l’aviazione israeliana ha colpito le basi turche di T-4 e Palmira per impedire ad Ankara di ottenere una testa di ponte militare in Siria

Il Mediterraneo orientale rappresenta un fronte parallelo. La Turchia si oppone con veemenza all’intensificarsi della cooperazione in materia di sicurezza ed energia tra Israele, Grecia e Cipro. L’alleanza trilaterale, formalizzata a Gerusalemme il 22 dicembre 2025, collega le reti elettriche attraverso il previsto Interconnettore del Grande Mare, che unisce Israele, Cipro e Grecia. Promuove inoltre lo sviluppo congiunto della difesa aerea e si integra esplicitamente nel Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), progettato per instradare il commercio tra Asia ed Europa attraverso Haifa.

L’alternativa proposta dalla Turchia consiste nel deviare l’IMEC attraverso la Strada di sviluppo dell’Iraq e la Siria post-Assad, fino ai porti turchi. Ciò darebbe vita a un corridoio parallelo che aggirerebbe Israele.

Israele ritiene ora che il vuoto lasciato da un regime iraniano indebolito sarà colmato dalla Turchia, non da uno Stato del Golfo. La Turchia si posizionerà probabilmente come il principale concorrente strategico di Israele nel lungo periodo: è la seconda potenza militare della NATO e dispone di un’industria della difesa in rapida crescita, in particolare nel settore dei sottomarini, la cui costruzione è prevista a partire dal 2027, compresi avanzati modelli convenzionali diesel-elettrici dotati di propulsione indipendente dall’aria (AIP). Inoltre, la Turchia ha avviato la pianificazione di sottomarini a propulsione nucleare.

Il sentimento anti-israeliano in Turchia si estende ben oltre la retorica aggressiva e ostile nei confronti di Israele adottata da Erdoğan e dal suo governo, coinvolgendo anche l’opposizione e una parte più ampia dell’opinione pubblica.

Nonostante questo complesso dilemma, la logica degli Accordi di Abramo rimane valida. È probabile che gli Stati mediorientali procedano verso la normalizzazione dei rapporti in cambio di sicurezza e prosperità, senza attendere la risoluzione della questione palestinese.

Ciò che resta incerto è se Washington costruirà un’alleanza di sicurezza regionale con Israele oppure con la Turchia. Trump e Netanyahu si sono dimostrati partner solidi e il presidente considera Israele la potenza dominante nella regione. Tuttavia, l’apparente rapporto personale tra Trump ed Erdoğan non può sostituire un’alleanza regionale stabile e affidabile.

L’identità politica di Erdoğan, legata ai Fratelli Musulmani, potrebbe ritorcersi senza preavviso contro gli Stati Uniti e i loro alleati mediorientali, minacciando la stabilità del Mediterraneo orientale. La Turchia potrebbe rapidamente diventare il sostituto sunnita della declinante Repubblica Islamica dell’Iran.

Se l’Alleanza di sicurezza di Abramo deve rappresentare qualcosa di più di una semplice formula retorica, gli Stati Uniti devono ampliare la rete di alleanze fondata sugli Accordi di Abramo, promossi dal presidente Trump durante il suo primo mandato. Arabia Saudita, Libano, Somaliland, Grecia e Cipro rappresentano candidati plausibili.

Tuttavia, un’alleanza di sicurezza allargata dipenderà da una solida intesa tra Stati Uniti, Israele e Paesi arabi del Golfo, che rischierebbe di essere compromessa dalle ambizioni imperialiste neo-ottomane della Turchia e dalla sua attuale influenza destabilizzante in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale

https://jcfa.org/is-an-abraham-security-alliance-possible-in-the-middle-east/

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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