Lo so non si parla d’altro. Ma almeno abbiamo spostato l’interesse di tutto un pubblico dalle backrooms terrificanti dei centri commerciali, nuove gothic mansions dell’immaginario cinematografico, ai classici che studiavamo a scuola. E con l’arrivo del grande successo internazionale, Cina esclusa, dell’Odissea di Christopher Nolan, almeno stiamo vivendo un vero e proprio dibattito culturale legato a un film, anche se da nessuna parte, ahimé, ho letto “Homer’s The Odissey”. Sul Wall Street Journal leggo che “ci sono voluti migliaia di anni, ma alla fine gli americani hanno cominciato a rileggere l’Odissea di Omero, o almeno hanno capito che non è soggetto originale di qualche sceneggiatore”. È già qualcosa. Perché sui giornali americani è tutto un rifarsi al film seguendo il percorso da autore alla Kubrick di Nolan. Variety lancia la tesi che Odissea è il film che corona la ricerca di Nolan su personaggi che devono confrontarsi con la morte e la disperazione che si trascinano dietro. In pratica tutti i film di Nolan porterebbero a questo risultato.
“L’Odissea” di Christopher Nolan un’interpretazione più che un retelling
Più interessante l’idea che non stiamo assistendo ad un retelling dell’Odissea, di cui non esiste una singola “versione originale” in senso moderno, data la tradizione orale del poema; ma piuttosto, proprio come tremila anni, a un adattamento. Diventa quindi possibile privare Ulisse della furbizia, togliergli la battuta chiave: “Il mio nome è Nessuno”, fare dello stesso cantore cieco un rapper nero, moltiplicare Elena con una sorella gemella, Clitennestra. Tutto è accettabile, dalla Paperodissea a fumetti alla versione del Quartetto Cetra nella Biblioteca di Studio Uno, alle gemelle Kessler che cantano “Marinai, donne e guai” e all’antro di Polifemo pieno di oggettoniideati da Pino Pascali. “L’Odissea di Omero era già narrativa storica, che reimmaginava un passato antico quando fu composta per la prima volta”, dice Richard P. Martin, professore di letteratura greca e latina a Stanford. “I colleghi classicisti sono contenti della versione di Nolan perché tutti riconosciamo che si tratta di una versione. Non esiste un trattamento ‘corretto’, perché ogni generazione crea la propria versione del poema, sia attraverso la ritraduzione sia attraverso la rivisualizzazione in vari media. Tutta la pubblicità su Omero è buona pubblicità”. Questo ci libera dalla palla al piede dei personaggi dell’Odissea che non vanno toccati e delle battute che vanno rispettate.
Da Kubrick a Godard le tante versioni “dell’Odissea”
In fondo, proprio in questi giorni, ripensando alle tante Odissee della nostra vita, compresa quella di Stanley Kubrick, le immagini più forti mi arrivano da Fritz Lang con un occhio solo alla Polifemo che fa il regista di una versione americana di The Odissey dentro Il disprezzo di Jean-Luc Godard. Massimo del retelling, dove la donna rapita non può che portare alla morte. O da quelle, oggi ahimé perdute, di Giuseppe Ungaretti che recitava, vecchio e ispirato come Omero, l’Odissea della nostra giovinezza di studentelli di liceo classico prima di ogni puntata televisiva del bellissimo Le avventure di Ulisse di Franco Rossi e Mario Bava. Anche lì, dentro il retellingoperato da Franco Rossi per Dino De Laurentiis dell’Odissea non tanto di Omero, ma della versione Anni ’50 di Mario Camerini con Kirk Douglas, c’era la versione di Mario Bava che raccontava l’episodio di Polifemo. Film nel film. Ma come puoi superare la bellezza dello schermo di Mario Bava?
La conoscenza del poema da parte di Nolan e del suo cast
Leggo che l’unico a leggere davvero l’Odissea di Omero di tutto il cast, tecnico e artistico del film di Nolan, Nolan compreso, era John Leguizamo, laureato in lettere antiche, che lo ha letto e studiato in greco e che qui interpreta il vecchio, sofferente e fedele Eumeo, il guardiano dei porci di Itaca coi due occhi di diverso colore. E mi domando, se Nolan, anche sceneggiatore, non ha letto Omero, allora, cosa ha letto, un Bignami, Wikipedia? Magari ha rivisto il vecchio film di Camerini, la serie di Rossi, quello di Konchalovsky con Armand Assante, dubito la versione western di Duccio Tessari, Il ritorno di Ringo. Eppure, se c’è un regista considerato oggi il massimo della autorialità è proprio Christopher Nolan. Non c’è sbarbatello che si occupa di cinema che non lo veda come “il grande autore” alla Kubrick. Non è neanche americano, ma inglese, con buoni studi, ha studiato letteratura all’University College a Londra, e cinema alla Royal Academy of Arts. Ha fatto film come Inception, Tenet, Oppenheimer. complesse macchine narrative, dove il retelling è parte essenziale dispettando della riuscita delle opere. Mi sembra così strano che non abbia letto l’Odissea.
L’importanza del direttore della fotografia ne “L’Odissea” di Christopher Nolan
E mi sembra ancora più strano che proprio di fronte a un classico vecchio migliaia di anni, dalla narrazione perfetta, al punto che ha funzionato per così tanto tempo, mentre si tenta di togliere al vecchio Omero l’idea di esserne l’autore, ma piuttosto diventarne un cantore sul modello rapper (alle prese con una cover, evidentemente), si offra a Nolan l’idea della sua versione, della sua Odissea, con un Ulisse così simile a Oppenheimer, che deve superare il trauma della guerra, di averla vinta con un massacro, di aver aperto le porte alla disumanità non rispettando le regole della ospitalità verso gli stranieri. Ma, siamo proprio sicuri che sia così autore del film? Quanto è importante nel suo cinema, e non solo nel suo, il direttore della fotografia, lo svedese-olandese Hoyen van Hoytema, responsabile già delle incredibili immagini di Dunkirk, del bianco e nero di Oppenheimer, ma anche della costruzione visiva tutta in Imax di Nope di Jordan Peele dove le nuvole si potevano vedere solo sullo schermone Imax. Guardate quello che Hoyten van Hoytema riesce a fare nell’Odissea. Anche lui sta probabilmente mettendo in scena un retelling, un film nel film sul film.
Il Mediterraneo di Nolan un mare grigio lontano dalla realtà
Anche se, l’ho notato subito, e non solo io, questa Odissea autoriale di Nolan, bel film per carità, non ha nulla dell’Odissea che studiavamo da ragazzi al liceo classico. E non ha niente di Mediterraneo, nei blu del mare che Raoul Coutard riprese ne Il disprezzo di Godard e Lang, nei blue del capolavoro nouvellavaguista di Jean-Daniel Pollet, Mediterranée, coi testi di Philip Sollers e la musica di Antoine Duhamel. È un mare grigio, pericoloso, mai materno, mai avventuroso, quello ripreso da Nolan e Hotema. Un mare nordico. L’episodio che preferisco, il viaggio nel mondo dei morti, l’Ade, è girato in Islanda, non senti certo il Mediterraneo lì, senti un uomo, Ulisse, più vicino ai morti che ai vivi del suo mare. Anche questo, si dirà, è una scelta d’autore, come la musica, bellissima, del musicista svedese Ludwig Goransson. E la nave costruita da un celebre artista norvegese.
“L’Odissea” di Christopher Nolan un’opera senz’altro autoriale che fa venir voglia di tornare all’originale
Anche il vecchio Ulisse di Mario Camerini, prodotto da Carlo Ponti e Dino De Laurentiis era in qualche modo autoriale, diceva Federico Fellini, che definiva sia questo che il successivo Attila dei “pastrocchioni, ma anche dei film d’autore, nel senso che rappresentano perfettamente i loro autori, Ponti e De Laurentiis”. Nessuno oggi definirebbe l’Odissea di Nolan un pastrocchione. Per carità. Meglio usare l’idea del retelling, la sua versione. E magari, da bravo studente inglese, ha pure letto in segreto l’Odissea di Omero. Un paio di giorni fa, sull’onda del dibattito culturale legato al film, con mia moglie ci siamo risentiti in macchina, tornando dal Circeo, dove avevamo visto il film, a Terracina, proprio sotto il Tempio di Giove, a due passi da Circe, la lettura del Canto XXVI dell’Inferno, quello dedicato a Ulisse di Carmelo Bene. E mi sono domandato se Christopher Nolan lo ha letto. Se non ha letto Omero non avrà letto nemmeno Dante. Ma noi, studentelli del liceo classico (un anno al Tasso di Ferrara, gli altri quattro al Doria di Genova), non solo abbiamo letto Omero in greco e Dante, ma a tratti lo sappiamo ancora a memoria. E non sapete quanto ci sono chiari Ulisse, il suo senso dell’avventura, il suo voler superare le Colonne d’Ercole, la sua idea dell’umanità. Altro che Nolan e il suo retelling.
Marco Giusti
L’articolo “Davvero Christopher Nolan ha reinterpretato troppo l’Odissea? ” è apparso per la prima volta su Artribune®.
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