Nel celebrare il suo 40° anniversario, la Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro, che sostiene l’Irccs oncologico di Candiolo, ha assunto la nuova denominazione di Fondazione Allegra Agnelli per la Ricerca sul Cancro. Ha anche annunciato un ambizioso piano di sviluppo per il prossimo decennio dell’Istituto, oggi Inoc Istituto Nazionale Oncologico Candiolo. Allegra Agnelli, che nel 1986 diede vita alla Fondazione animata dal desiderio di donare al Piemonte un grande centro dedicato alla ricerca e alla cura dei tumori, ripercorre le tappe di un progetto diventato un’eccellenza internazionale e riflette sul futuro della ricerca, della filantropia e della responsabilità condivisa
Nel 1986 il Piemonte non disponeva di un Irccs oncologico dedicato, mentre i grandi poli di riferimento erano Milano, Roma e Napoli. Quanto pesò la consapevolezza che il Piemonte fosse privo di un grande centro dedicato alla ricerca e alla cura del cancro?
Pesò moltissimo, e direi che fu la scintilla di tutto. Alla fine degli anni Settanta avevo iniziato a impegnarmi nella raccolta fondi per la ricerca oncologica con il Comitato Piemonte e Valle d’Aosta dell’Airc, e fu proprio lì, accanto ai ricercatori dell’Università di Torino, che maturò in me una consapevolezza precisa: chi si ammalava nella nostra regione era spesso costretto a partire, a cercare altrove la cura e la speranza. Altre città avevano i loro grandi poli di riferimento; il Piemonte no. E una malattia come il cancro non aspetta, e spesso non concede il tempo della distanza. Quella mancanza non era soltanto un dato sanitario: era una ferita del territorio, e insieme una responsabilità. Sentii che non potevamo limitarci a constatarla.
Qual è stato il momento in cui ha capito che non bastava sostenere la ricerca, ma bisognava costruire un’istituzione?
Fu un passaggio graduale, ma con un punto di svolta molto chiaro. Raccogliere fondi era, ed è, preziosissimo, ma mi resi conto che i finanziamenti, da soli, si disperdono se non trovano una “casa”. Mancava un luogo in cui la ricerca scientifica e la cura clinica potessero vivere fianco a fianco, parlarsi ogni giorno, in modo strutturato e aperto a tutti. È l’idea che ancora oggi si respira nei corridoi di Candiolo, dove i laboratori e i reparti di cura distano pochi passi gli uni dagli altri, e chi fa ricerca incontra ogni giorno i pazienti per cui la fa. L’incontro con alcuni oncologi e ricercatori di valore internazionale, nei primi anni Ottanta, trasformò quell’intuizione in progetto: non più soltanto sostenere la ricerca, ma dare vita a un’istituzione capace di durare oltre le persone, oltre le generazioni. Nel 1986 nacque così la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro. Non avrei mai immaginato che la lotta contro il cancro sarebbe diventata la mia vocazione: ma la vita, a volte, ha i suoi modi per indicarci la strada.
Ha raccontato spesso che, all’inizio, quel progetto a molti sembrava una follia. Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare?
Me lo dissero apertamente: una follia. Costruire dal nulla, in Piemonte, un centro oncologico all’avanguardia, finanziato interamente dalla generosità dei privati cittadini, sembrava un’impresa impossibile. L’ostacolo più grande non furono i muri da tirare su, ma lo scetticismo: convincere le persone che un sogno così ambizioso potesse reggersi sulla loro fiducia, donazione dopo donazione. E poi la pazienza, che è forse la prova più dura: un progetto del genere non si misura in mesi ma in decenni, e bisogna saper resistere nei momenti in cui i risultati non si vedono ancora. Ma mattone dopo mattone, anno dopo anno, quella follia è diventata un’eccellenza riconosciuta nel mondo. Oggi nei laboratori di Candiolo lavorano ricercatori arrivati da ogni parte del mondo, impegnati a comprendere i meccanismi più profondi dei tumori: è la risposta più bella a chi, allora, parlava di follia. Le sfide, del resto, fanno parte della nostra storia: ed è da lì che ripartiamo, sempre.
Se dovesse individuare una scelta che ha cambiato il destino di Candiolo, quale sarebbe?
Ogni tappa del nostro cammino ha inciso, dalla posa della prima pietra all’arrivo delle tecnologie più avanzate. Ma se devo indicarne una, scelgo il riconoscimento del carattere scientifico nazionale, che ha fatto di Candiolo un Irccs: fu il simbolo di un sogno diventato realtà. Da quel momento il filo diretto tra il laboratorio e il letto del paziente, che era l’idea originaria, divenne una garanzia istituzionale, non solo un’aspirazione. È l’essenza della ricerca traslazionale: le scoperte che nascono al bancone del laboratorio si trasformano, nel modo più rapido e rigoroso possibile, in diagnosi più precise e terapie più efficaci per chi è in reparto. E a Candiolo questo passaggio non deve attraversare istituzioni lontane: avviene sotto lo stesso tetto. E poi c’è una scelta di metodo che ha cambiato tutto: decidere che Candiolo sarebbe stato della comunità e per la comunità, aperto a chiunque ne avesse bisogno. È questa la scelta che continua a orientare ogni passo, ancora oggi.
Quanto hanno contato la visione della sua famiglia e quella di Umberto Agnelli nella costruzione di questo progetto?
Hanno contato molto, in un modo silenzioso e profondo. Questa malattia ha toccato la mia esistenza come quella di tantissime altre famiglie. Da quel dolore è nata la voglia di fare, di trasformare la sofferenza in qualcosa che restasse per gli altri. Umberto mi è stato accanto con la sua fiducia e con quella concretezza che gli apparteneva; credeva, come me, che le grandi imprese si costruiscono con serietà, rigore e continuità, non con i gesti clamorosi. Ma voglio dirlo con chiarezza: Candiolo non è il progetto di una famiglia. È il progetto di decine di migliaia di persone. Noi abbiamo avuto il privilegio di dare il primo impulso, ma è ciò che è avvenuto dopo a essere davvero straordinario.
C’è il rischio che la filantropia venga vista come sostitutiva dell’intervento pubblico. Lei come risponde a questa obiezione?
Rispondo che la filantropia, quando è seria, non sostituisce: anticipa, integra, apre strade nuove. Non si limita a colmare i vuoti lasciati dalle istituzioni, ma sa leggere i bisogni prima che diventino emergenze e crea modelli che poi possono essere di esempio. Candiolo ne è la dimostrazione: è un istituto privato senza scopo di lucro, nato dal sostegno dei cittadini, ma interamente al servizio della sanità pubblica, accessibile a tutti. Il privato a favore dell’interesse pubblico: questo è il nostro modello. Non c’è concorrenza tra la generosità dei cittadini e il dovere dello Stato; c’è un’alleanza. E l’Italia ha bisogno di questa alleanza, non di contrapposizioni.
Candiolo è nato grazie alla generosità di migliaia di donatori. Che cosa ha imparato sulla fiducia degli italiani?
Ho imparato che gli italiani sono un popolo profondamente generoso, ma che la loro fiducia va meritata ogni giorno, e mai data per scontata. Tante gocce fanno un oceano: Candiolo esiste grazie a migliaia e migliaia di italiani che hanno scelto di credere in un sogno prima ancora che in un progetto. Pensi al 5 per mille: centinaia di migliaia di firme ogni anno, che si traducono in progetti concreti di ricerca – studi sulla biologia dei tumori, nuove strade diagnostiche, terapie sempre più mirate – che prendono forma giorno dopo giorno nei laboratori di Candiolo. Ognuna di quelle firme è un atto di fiducia. Per questo il cardine di tutto ciò che facciamo è stato e resterà uno solo: mantenere la parola data. Trasparenza e credibilità non sono obblighi formali, sono il modo autentico di onorare chi ci ha sostenuto e chi ci sosterrà.
La Fondazione oggi porta il suo nome. Perché? Che effetto le fa e quale responsabilità sente?
Vedere il mio nome legato alla Fondazione mi commuove e mi onora. Non l’ho vissuta come un riconoscimento personale, ma come una conferma di continuità e una promessa verso il suo futuro. È una responsabilità che sento come qualcosa di concreto, da coltivare con cura: la Fondazione dovrà continuare a essere all’altezza della propria eredità, un’eredità fatta di scienza e di speranza. Per questo, insieme al nuovo nome, ho voluto che i principi che hanno guidato ogni mia scelta trovassero per la prima volta forma scritta in una Carta dei Valori, destinata a ispirare il nostro cammino anche in futuro.
Perché la Fondazione è entrata nel comitato editoriale di Vita Non Profit?
Perché nessuno, nel Terzo settore, si salva da solo. Lo dico con la franchezza di chi ha imparato in quarant’anni che anche il progetto più visionario, se resta chiuso nei propri confini, si esaurisce. La Fondazione è nata facendo rete: tra ricercatori e clinici, tra pubblico e privato, tra istituzioni, imprese e cittadini. Entrare nel comitato editoriale di Vita è la naturale prosecuzione di quella storia. Il non profit italiano è una risorsa enorme di energie, competenze e passioni, ma troppo spesso frammentata: migliaia di realtà che affrontano da sole gli stessi problemi, le stesse battaglie, le stesse fatiche. Fare rete significa condividere esperienze e buone pratiche, parlare con una voce più forte quando si tratta di difendere strumenti come il 5 per mille, e soprattutto costruire insieme una cultura del dono che appartenga a tutto il Paese. Vita è da trent’anni la casa comune di questo mondo: esserci, per noi, è un modo di restituire e insieme di imparare. Perché la fiducia dei donatori si custodisce anche così: raccontando bene, con rigore e verità, ciò che la generosità degli italiani rende possibile.
Che ruolo può avere oggi una testata come VITA nel raccontare il Terzo settore e la cultura del dono?
Un ruolo essenziale, direi quasi vitale: e il nome, in fondo, non è casuale. Il Terzo settore italiano compie quotidianamente opere ammirevoli che restano invisibili. Un giornale come VITA dà dignità di notizia a questo mondo: lo racconta con serietà, ne verifica i risultati, ne denuncia anche i limiti quando serve. E questo è fondamentale, perché la cultura del dono si nutre di fiducia, e la fiducia si nutre di informazione rigorosa e trasparente. Chi dona ha il diritto di sapere che cosa la sua generosità costruisce; chi opera nel sociale ha il dovere di rendere conto. Un giornalismo così non è un accessorio del Terzo settore: è una sua infrastruttura, esattamente come lo sono i laboratori per la ricerca.
Se potesse parlare alla Allegra Agnelli del 1986, quale consiglio le darebbe?
Le direi di prepararsi a una strada lunga, molto più lunga di quanto immagina, e di custodire la pazienza come la più preziosa delle virtù. E poi le direi di fidarsi delle persone: dei ricercatori che le siederanno accanto, dei donatori che firmeranno senza chiedere nulla in cambio, dei medici e degli infermieri che daranno un volto umano alla scienza. Ma forse, alla fine, non le direi quasi nulla: perché ogni fatica, ogni ostacolo, ogni notte di dubbi è servita a costruire ciò che è oggi. Le direi soltanto: vai avanti. E non fermarti finché il cancro non sarà vinto.
Lei ha dimostrato che una visione, se sostenuta dalla tenacia e dalla partecipazione di una comunità, può trasformarsi in un patrimonio collettivo. Oggi, di che cosa ha più bisogno l’Italia: di più filantropi, di più cittadini attivi o di una nuova cultura della responsabilità condivisa?
Di tutte e tre le cose, ma se devo scegliere dico: di una nuova cultura della responsabilità condivisa, perché è il terreno da cui nascono le altre due. I grandi filantropi possono sostenere un’idea, ma senza una comunità che la alimenta si esaurisce. Candiolo me lo ha insegnato: non è nato dal gesto di pochi, ma dalla scelta quotidiana di innumerevoli persone di sentirsi responsabili di qualcosa che apparteneva a tutti. Quando cittadini, istituzioni e imprese si stringono attorno a un progetto comune, il cambiamento è davvero possibile: è la lezione dei nostri quarant’anni. Ogni volta che attraverso i laboratori di Candiolo e vedo i giovani ricercatori al lavoro, penso che il futuro di questa impresa collettiva sia già cominciato. L’Italia ha un capitale immenso di generosità. Il nostro traguardo è un nuovo punto di partenza. E il mio augurio è che ogni italiano senta che la sconfitta del cancro non è il compito di qualcuno: è il compito di tutti.
Foto dell’ufficio stampa della Fondazione
Nessuno ti regala niente, noi sì
Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Nicla Panciera
Source link




