Come fare ricorso per una multa ingiusta?


Guida completa su procedure, costi e tempi per contestare un verbale al Prefetto o al Giudice di Pace senza commettere errori.

Ricevere una busta verde nella cassetta delle lettere non è mai un piacere. Spesso, però, l’amarezza per la sanzione lascia il posto alla rabbia quando ci si accorge che il verbale contiene errori macroscopici o che l’infrazione non è mai avvenuta. In questi casi, il cittadino ha il diritto di difendersi, ma deve muoversi con estrema precisione tra scadenze e uffici burocratici. Molti automobilisti si sentono smarriti di fronte alla scelta tra diverse autorità o temono che i costi della difesa superino il valore della sanzione stessa. Capire come fare ricorso per una multa ingiusta è il primo passo per far valere i propri diritti nel 2026. Non si tratta solo di contestare un pagamento, ma di assicurarsi che la Pubblica Amministrazione agisca nel rispetto delle regole. La legge offre due strade principali, ognuna con i suoi vantaggi e i suoi rischi, e la scelta dipende spesso dalla natura dell’errore commesso dagli agenti. Una difesa ben impostata può portare all’annullamento della contravvenzione e alla restituzione dei punti della patente, ma richiede la conoscenza dei meccanismi che regolano i ricorsi amministrativi e giudiziari.

Meglio ricorrere al Prefetto o al Giudice di Pace?

Quando si decide di impugnare un verbale, la prima decisione riguarda l’autorità a cui rivolgersi. Le opzioni sono due: il Prefetto o il Giudice di Pace. Il ricorso al Prefetto è sostanzialmente gratuito e si presenta come una procedura più snella. Non serve un avvocato e la domanda può essere inviata tramite raccomandata o presentata direttamente. Questa via è consigliabile quando l’illegittimità è evidente e facile da dimostrare attraverso i documenti, come un errore di targa o una notifica oltre i termini.

Il ricorso al Giudice di Pace, invece, garantisce un confronto più approfondito e paritario. Il giudice è un organo terzo e imparziale che valuta le prove in modo sereno durante un’udienza. Questa strada è preferibile se la multa è molto alta o se la questione è complessa e richiede una valutazione attenta dei fatti. Tuttavia, questa scelta comporta dei costi: bisogna pagare il contributo unificato, una tassa che varia in base al valore della sanzione (art. 14 d.lgs. 150/2011). Se il giudice accoglie le ragioni del cittadino, annulla il verbale e può condannare l’amministrazione a rimborsare le spese, anche se quest’ultima ipotesi non accade spesso.

Quanto tempo ho per contestare il verbale?

Il fattore tempo è fondamentale per non perdere il diritto alla difesa. Se si sceglie la strada del Giudice di Pace, il termine per depositare l’atto è di 30 giorni dalla data in cui si riceve la notifica della multa (art. 7 d.lgs. 150/2011). Se si supera questo limite, il ricorso diventa inammissibile e la multa deve essere pagata. Per il ricorso al Prefetto, invece, il termine è più lungo: il cittadino ha a disposizione 60 giorni dalla notifica.


È importante ricordare che la notifica avviene quando il postino consegna la busta o quando si ritira l’atto presso l’ufficio postale dopo l’avviso di giacenza. Se il cittadino decide per il Prefetto, può inviare l’atto direttamente alla Prefettura oppure all’organo che ha accertato l’infrazione, come la Polizia Municipale o la Polizia Stradale. In quest’ultimo caso, l’ufficio ha l’obbligo di trasmettere tutto al Prefetto insieme alle proprie deduzioni. Un piccolo vantaggio del ricorso al Prefetto è la possibilità di chiedere un’audizione personale per spiegare a voce le proprie ragioni.

Cosa rischio se il Prefetto rigetta il mio ricorso?

Presentare un ricorso amministrativo non è privo di rischi. Se il Prefetto ritiene che la multa sia legittima e rigetta le contestazioni, emette un’ordinanza di ingiunzione. In questo caso, la sanzione viene raddoppiata rispetto all’importo originale (art. 204 Codice della Strada). Questo meccanismo serve a scoraggiare i ricorsi puramente pretestuosi. Se la multa iniziale era di 100 euro, dopo il rigetto del Prefetto il cittadino si troverà a doverne pagare almeno 200.

Al contrario, davanti al Giudice di Pace, se si perde la causa, solitamente si viene condannati a pagare l’importo minimo della sanzione originale, senza il raddoppio automatico. Per questo motivo, il ricorso al Prefetto viene spesso definito un’”arma a doppio taglio”. Molti sperano nell’inefficienza degli uffici, confidando nel fatto che il Prefetto non risponda entro i termini previsti. Se infatti il Prefetto non emette una decisione entro i tempi stabiliti, il ricorso si considera accolto per silenzio-assenso e la multa viene annullata automaticamente.

Come funziona la tolleranza per l’eccesso di velocità?

Una delle domande che i conducenti si pongono più spesso riguarda i piccoli sforamenti dei limiti. Se il limite è di 70 km/h e si viene multati per aver viaggiato a 71 km/h, la sanzione è valida. Questo accade perché la legge prevede già una tolleranza del 5% sulla velocità rilevata, con un minimo di 5 km/h. Quando l’apparecchio registra una velocità, il sistema sottrae automaticamente questa percentuale prima di stabilire se vi sia stata un’infrazione.

Per capire meglio, ecco alcuni esempi di calcolo della tolleranza:


  • se il limite è di 70 km/h, la multa scatta solo se la velocità rilevata, dopo la riduzione del 5%, supera i 70 km/h;

  • poiché la tolleranza minima è di 5 km/h, se viaggi a 75 km/h la velocità calcolata sarà di 70 km/h e non prenderai la multa;

  • la contravvenzione arriverà quindi solo se raggiungi i 76 km/h, perché la velocità netta sarà di 71 km/h.

Pertanto, se ricevi un verbale per un eccesso di solo 1 km/h, significa che la tua velocità reale era già molto più alta rispetto al limite, ma è stata ridotta a tuo favore dal calcolo della tolleranza legale.

Cosa fare se i dati sul verbale sono sbagliati?

Un verbale è un atto pubblico e deve essere preciso in ogni sua parte per identificare con certezza l’infrazione e il responsabile. Tuttavia, non tutti gli errori portano all’annullamento. Se il modello dell’auto indicato è leggermente diverso (ad esempio viene scritto Fiat Punto invece di Fiat Grande Punto), ma la targa è corretta, il ricorso ha poche probabilità di successo. L’errore è considerato marginale perché non impedisce di identificare il veicolo.

Le cose cambiano se l’errore riguarda elementi essenziali. Il ricorso è fondato se:

  • la data dell’infrazione è errata, indicando ad esempio un mese diverso da quello reale;

  • il luogo indicato è un posto dove il conducente non è mai stato e si può dimostrare l’errore o la clonazione della targa;

  • il tipo di veicolo è completamente sbagliato, come un autocarro al posto di un ciclomotore.

In caso di targa clonata, è sempre consigliabile sporgere querela contro ignoti e allegarla al ricorso. Per dimostrare che ci si trovava altrove, si possono usare prove come i registri delle presenze sul lavoro o testimonianze attendibili.

Perché devo comunicare i dati del conducente?

Quando una multa prevede la decurtazione dei punti dalla patente ma l’infrazione non è stata contestata immediatamente, il proprietario del veicolo riceve l’obbligo di comunicare i dati di chi era alla guida. Questa comunicazione deve essere fatta entro 60 giorni dalla notifica del verbale (art. 126-bis Codice della Strada). Molti credono che pagando la multa o presentando ricorso questo obbligo decada, ma non è così.


Si tratta di un dovere autonomo e distinto dalla sanzione principale. Chi non comunica i dati senza un giustificato motivo riceve una seconda multa, molto salata, che può arrivare a circa 1.200 euro. Secondo un orientamento giurisprudenziale (non condiviso da tutte le aule dei giudici), anche se il cittadino decide di impugnare la multa principale davanti al giudice, deve comunque inviare i dati del conducente. Se poi vince il ricorso e la multa viene annullata, potrà chiedere il riaccredito dei punti eventualmente sottratti presentando la sentenza all’amministrazione. Nel dubbio, effettuare sempre la comunicazione evita l’invio di questa sanzione aggiuntiva.

Quanto tempo ha il Prefetto per rispondere al ricorso?

Il procedimento davanti al Prefetto segue tempi scanditi dalla legge. Il termine generale entro cui il Prefetto deve emettere l’ordinanza è di 180 giorni. Tuttavia, questo termine non inizia sempre il giorno in cui si invia il ricorso. Se il ricorso viene presentato tramite l’organo che ha fatto la multa, i tempi sono diversi rispetto a quando si scrive direttamente alla Prefettura.

Ecco come si calcolano i tempi per il Prefetto:

  • se scrivi direttamente al Prefetto, questi ha 30 giorni per chiedere i documenti alla polizia;

  • la polizia ha poi 60 giorni per rispondere e inviare gli atti necessari;

  • solo dopo questi passaggi iniziano i 180 giorni per la decisione finale;

  • una volta emessa l’ordinanza, l’amministrazione ha ulteriori 150 giorni per notificartela a casa.

In pratica, per poter dire che il Prefetto è in ritardo e che il ricorso è stato accolto per silenzio, bisogna aspettare che sia passato circa un anno dalla spedizione dell’atto. Se la risposta arriva dopo questi termini complessivi, la multa può essere considerata nulla.

L’autovelox deve essere sempre segnalato e visibile?

Le regole sulla trasparenza dei controlli stradali sono molto severe. Un autovelox o un apparecchio di rilevamento della velocità non può essere nascosto in modo doloso tra le siepi o dietro una curva. La legge impone che la presenza di questi strumenti sia segnalata con un preavviso adeguato, solitamente almeno 400 metri prima, tramite cartelli verticali chiari. Inoltre, l’apparecchio stesso deve essere ben visibile agli automobilisti.


Se queste condizioni mancano, la multa è illegittima e può essere annullata dal Giudice di Pace. La Corte di Cassazione ha stabilito che nascondere volontariamente gli autovelox per “fare cassa” può essere configurato come un comportamento scorretto. Se il cittadino riesce a dimostrare, magari con fotografie del luogo, che la segnaletica era assente o coperta dalla vegetazione, ha ottime possibilità di vincere il ricorso. È fondamentale agire subito dopo l’infrazione per raccogliere le prove visive dello stato dei luoghi.

Cosa succede se ricevo la cartella esattoriale?

Se una multa non viene pagata e non viene contestata entro i termini di 30 o 60 giorni, il verbale diventa inoppugnabile. Ciò significa che il debito è definitivo e l’amministrazione passerà alla riscossione forzata tramite la cartella esattoriale. A questo punto, non è più possibile contestare i motivi che riguardano l’infrazione originale. Non puoi dire al giudice che non hai superato il limite di velocità se non lo hai fatto valere entro i primi due mesi.

La cartella esattoriale può essere impugnata solo per vizi propri, come ad esempio:

  • se la notifica della cartella avviene dopo più di 5 anni dalla data della multa;

  • se la multa originale non è mai stata notificata correttamente al tuo indirizzo;

  • se ci sono errori di calcolo evidenti o la persona indicata è sbagliata;

  • se manca la sottoscrizione o sono presenti errori logici nell’atto.

Se la cartella arriva dopo il termine di prescrizione di 5 anni, è nulla anche se la contravvenzione originale era corretta. In ogni caso, impugnare una cartella è più difficile che contestare un verbale appena ricevuto.

Come si recuperano le spese se vinco il ricorso?

Vincere un ricorso davanti al Giudice di Pace è una soddisfazione, ma a volte il rimborso delle spese legali o del contributo unificato non arriva in modo automatico. Se la sentenza condanna l’amministrazione a pagare ma i soldi non vengono accreditati, il cittadino deve attivarsi. Il primo passo è la redazione di un atto di precetto. Si tratta di un’intimazione formale di pagamento che concede all’amministrazione dieci giorni per versare quanto dovuto.


Se dopo il precetto il silenzio continua, si può procedere con l’esecuzione forzata, ad esempio attraverso il pignoramento del conto corrente dell’ente. Tuttavia, bisogna valutare bene la convenienza economica. Spesso le somme da recuperare sono piccole, come i 43 euro del contributo unificato. Se l’amministrazione è in difficoltà o se le spese per notificare il precetto superano il valore del rimborso, potrebbe essere meglio rinunciare per evitare di sprecare altro denaro in una battaglia burocratica senza fine.




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 Paolo Florio

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