La 17° edizione del Premio Nino Cordio vinta da Andrea Camilleri


Nino Cordio (Santa Ninfa, 1937 – Roma, 2000) è stato un pittore e scultore siciliano capace di trasformare il legame con la sua terra in una visione piena di stupore e forza interiore. Nato in provincia di Trapani, ha costruito il suo percorso tra la Sicilia e Roma, lasciando un’opera che oggi trova nel museo del suo paese natale una casa naturale. Da questo legame nasce anche il Premio Museo Nino Cordio, che venerdì 10 luglio 2026 arriva alla diciassettesima edizione e sarà dedicato alla memoria di Andrea Camilleri, lo scrittore agrigentino che con l’artista condivise un’amicizia lunga e profonda.

Il programma del 10 luglio con il Premio Museo Nino Cordio

A ritirare il riconoscimento saranno le nipoti Alessandra e Arianna Mortelliti, protagoniste dell’incontro in programma alle 18 nella Sala delle Teste del museo. Alessandra leggerà alcune delle pagine più significative dedicate al pittore e scultore siciliano, mentre Arianna presenterà il suo ultimo romanzo, Quel fazzoletto color melanzana. Dalle 21:30 la giornata si sposterà in Piazza Libertà, dove Giulia Mei, cantautrice e pianista palermitana, chiuderà la serata con un concerto speciale in solo, piano e voce.

Ritratto di Alessandra e Arianna Mortelliti, nipoti di Andrea Camilleri

Il legame di Nino Cordio con la Sicilia è celebrato dal premio

Il Premio Museo Nino Cordio nasce a Santa Ninfa, in provincia di Trapani, città natale di mio padre, dove ha sede il museo a lui dedicato: oltre duecento opere tra acqueforti, oli, affreschi, disegni e sculture, in parte donate proprio da mio padre prima di morire”, spiega Francesco Cordio, figlio di Nino. Il riconoscimento viene assegnato ogni anno a personalità della cultura legate all’isola e, nel tempo, è andato tra gli altri a Luca Zingaretti, Stefania Sandrelli e Daniele Silvestri. La dedica di questa edizione nasce da una vicenda personale, cominciata a Roma e cresciuta negli anni: “Andrea Camilleri e mio padre si conobbero a Roma, dove Nino aveva lo studio e dove Camilleri, colpito dal suo lavoro, lo cercò per conoscerlo di persona. Nacque un’amicizia lunga una vita, di quelle che non hanno bisogno di frequentazione quotidiana: si vedevano quando capitava, ma ogni volta ripartivano esattamente da dove avevano lasciato”. Per lo scrittore quel legame era “un riconoscersi, più che un conoscersi”: la comune origine siciliana contava, diceva, per un terzo, mentre il resto apparteneva a qualcosa di più profondo e meno spiegabile, come se i due avessero capito subito di venire dallo stesso mondo.


Il rapporto tra Nino Cordio e Andrea Camilleri raccontato dal figlio dell’artista

L’autore agrigentino si avvicinava alle opere dell’amico lasciandosi guidare dalla meraviglia: “Camilleri non era uno storico dell’arte e lo diceva sempre con molta chiarezza; eppure ha scritto su mio padre alcune delle pagine più profonde che gli siano state dedicate, proprio perché non partiva dall’analisi, ma dal bisogno di capire da dove nascesse la meraviglia che provava davanti a un’incisione di fiori o a un paesaggio”. In quei testi tornava spesso l’espressione “cuore puro”, che indicava la capacità di conservare lo stupore anche quando la vita prova ogni giorno a spegnerlo. “Riconosceva in mio padre proprio questo: uno sguardo capace di vedere ogni cosa come se fosse la prima volta”, aggiunge Francesco Cordio. In quello sguardo coglieva anche il contrasto più segreto dell’artista: “un uomo mite, schivo, di grande generosità, dietro la cui grazia si nascondeva però una forza quasi primordiale, la stessa che secondo lui, nell’arte, faceva fiorire il mondo”.

La pittura di Nino Cordio sa uscire dal quadro e dialogare con le altre arti

Quel rapporto arrivò fino agli ultimi giorni di vita del padre. “Camilleri lo andò a trovare in clinica, e di quella visita ricordava soprattutto gli occhi e il sorriso, rimasti limpidi. Mio padre è morto nel 2000; Camilleri ha continuato a parlarne per quasi vent’anni, sempre al presente, come di una presenza ancora viva”. Era il modo in cui quell’amicizia continuava a esistere, fino a trovare oggi anche una vicinanza concreta: l’artista e lo scrittore riposano a pochi metri l’uno dall’altro nel Cimitero acattolico di Testaccio, a Roma. In questo racconto entra Giulia Mei, presenza che Francesco Cordio sente in forte continuità con l’opera del padre che “ha sempre parlato a chi fa musica”, dice, ricordando Daniele Silvestri, premiato nel 2013, che in un incontro in Umbria raccontò di riuscire a “sentire” qualcosa nei suoi quadri, oltre che a vederli. Era, nelle sue parole, “una dimensione sonora che le cornici non riescono a fermare. Per questo la musica, insomma, è un prolungamento naturale di un’arte che ha sempre avuto a che fare con il suono, la meraviglia e la Sicilia”.

Il valore di Andrea Camilleri per la Sicilia

La partecipazione al premio ha un valore speciale anche per Giulia Mei. La figura dello scrittore agrigentino, dice, è “un simbolo per ogni persona in Sicilia”, con una narrazione “lucida ma anche nostalgica” che profuma di casa, infanzia, estati al mare, passeggiate nella casa di campagna sotto la canicola e di una vita lenta che oggi le manca sempre di più, vivendo da anni lontano dall’isola, nella dimensione più frenetica di Milano. La distanza da Palermo ha cambiato anche il suo modo di guardare la propria terra: “In qualche modo mi ha aiutata ad amarla diversamente, e di più”. Da Milano riconosce meglio la bellezza di una vita che le manca, insieme alle contraddizioni che ritrova quando torna e sente “un certo senso di immobilismo e di abbandono”. Allo stesso tempo, il percorso costruito altrove le sta dando strumenti nuovi per rientrare “con nuovi occhi, sempre innamorati ma anche arrabbiati, desiderosi di cambiamento. Quello tra me e la Sicilia è solo un arrivederci, che non si trasformerà mai in un addio”.

Ritratto di Giulia Mei
Ritratto di Giulia Mei

Tutte le voci della Sicilia

Nella sua scrittura entrano molte voci che hanno formato il suo immaginario, da Rosa Balistreri a Battiato, fino a Carmen Consoli. Accanto alla canzone, la cantautrice cita tra gli altri Goliarda Sapienza, Ignazio Buttitta ed Emma Dante. “La voce della Sicilia è una voce forte, di cui vado profondamente fiera perché ci sono mille Sicilie raccontate dai nostri artisti e artiste, e ognuna ha lasciato un segno indelebile dentro di me”. Secondo Mei, ciò che un artista consegna alla propria terra dipende da quello che ha saputo seminare nel corso della vita e dalla forza con cui il suo lavoro continua a generare cultura. Le tracce più importanti sono quelle capaci di “mettere radici nuove” e di “fiorire in nuova cultura e nuovo futuro”, soprattutto quando nascono da figure che hanno portato avanti “valori di umanità e libertà, contro ogni oppressione e sopruso”.

Giulia Mei e le donne della musica

Anche una canzone può avere oggi questa forza, pur dentro una scena segnata dalla velocità dei singoli e dei social. Lo spazio per i giovani cantautori è “in evoluzione e in espansione”, soprattutto per la scrittura prodotta da donne, che Mei ama chiamare “cantautriciato”. In quel territorio vede progetti molto diversi, alcuni più esposti e altri più laterali, spesso penalizzati da dinamiche che “danno poco spazio a chi ne meriterebbe molto”. Il cantautorato si prende tempo, accetta la ricerca e l’errore, e alla fine può consegnare lavori che diventano “piccoli gioielli di umanità e di vita”, perché “la vita non insegue i numeri e i clic, la vita risponde solo a se stessa”.


Il valore sociale e civile della musica secondo Giulia Mei

Da Bandiera all’album Io della musica non ci ho capito niente, Giulia Mei ha incontrato anche il peso civile che una canzone può assumere quando intercetta il presente. “La canzone ha una voce potente, può influenzare il cuore e la testa della gente”, attraversare le contraddizioni del proprio tempo e riscrivere immaginari legati a vecchi costrutti sociali. “Le canzoni non sono obbligate a fare tutto ciò, ma ogni volta che lo fanno, smettono di essere musica e diventano storia”. E proprio Bandiera le ha insegnato che “le persone vogliono ascoltare, vogliono pensare e vogliono resistere”, trovando nella musica “un’alleata incredibile” per farlo. Per il concerto finale porterà una forma raccolta, costruita sul rapporto diretto con il pubblico: “È una dimensione che mi piace molto, perché crea sempre un clima intimo e autentico. Canterò le canzoni dell’ultimo disco in un riarrangiamento acustico, ma anche qualche brano del vecchio repertorio e del primo album e poi spero che la gente abbia voglia di cantarle insieme a me”.

Ginevra Barbetti

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