Come funzionano le 10 ore di permesso per i malati oncologici?


Guida operativa sui permessi aggiuntivi della Legge 106/2025: requisiti, cumulo per figli minori e istruzioni INPS per lavoratori pubblici e privati.

Il sistema di tutele per chi affronta un percorso di cura complesso si arricchisce oggi di nuovi strumenti operativi. Dal primo gennaio 2026, infatti, entra nel vivo una normativa che punta a colmare alcune lacune nella gestione del tempo di vita e di lavoro per i soggetti più fragili. Il legislatore ha compreso che la malattia non è solo un evento clinico, ma una condizione che impatta quotidianamente sulla produttività e sulla stabilità economica delle persone. In questo scenario di rinnovamento del welfare, molti dipendenti iniziano a porsi un interrogativo fondamentale per la gestione della propria agenda sanitaria: come funzionano le 10 ore di permesso per i malati oncologici? Questa nuova opportunità si affianca alle tutele già esistenti, creando un pacchetto di ore specifiche che permettono di affrontare visite e analisi senza consumare interamente le ferie o i permessi ordinari. La chiarezza delle regole diventa fondamentale per evitare incomprensioni tra azienda e lavoratore.

Quali sono le novità sui permessi introdotte dalla legge 106/2025?

La legge 106/2025 ha introdotto un cambiamento significativo nel panorama dei diritti dei lavoratori. A partire dal primo gennaio dell’anno corrente, è possibile accedere a un pacchetto di dieci ore annue di permesso aggiuntivo. Queste ore non sostituiscono i benefici previsti dai contratti collettivi nazionali o dalle norme precedenti, ma si sommano ad essi. Lo scopo è quello di garantire una copertura specifica per attività mediche che spesso richiedono tempi rapidi e frequenti spostamenti. L’istituto nazionale di previdenza sociale ha pubblicato la circolare 152/2025 per spiegare come applicare questa novità. Anche se il documento si rivolge principalmente al settore privato, le sue indicazioni servono da bussola per le pubbliche amministrazioni. In Italia, i dati indicano che oltre tre milioni e mezzo di persone convivono con una diagnosi di tumore. Questo numero imponente ha spinto lo Stato a creare una tutela strutturata che non lasci soli i dipendenti nel momento del bisogno. Le ore possono essere utilizzate per:

  • visite mediche specialistiche;

  • esami strumentali di controllo;

  • analisi chimico-cliniche e microbiologiche;

  • cure mediche che richiedono una certa frequenza.

Chi sono i lavoratori che possono chiedere le dieci ore aggiuntive?

Non tutti i lavoratori possono accedere a questo beneficio, poiché la norma è circoscritta a situazioni di particolare gravità sanitaria. I destinatari sono i lavoratori dipendenti, sia del settore pubblico che di quello privato. Il requisito principale riguarda lo stato di salute. Il diritto spetta a chi è affetto da malattie oncologiche in fase attiva. Questo significa che il lavoratore sta seguendo terapie o affrontando la fase acuta della patologia. Tuttavia, la legge protegge anche chi si trova nel cosiddetto follow-up precoce, ovvero quel periodo di monitoraggio successivo alle cure principali che richiede controlli periodici ravvicinati per prevenire ricadute. Oltre alle patologie tumorali, il permesso spetta a chi soffre di malattie invalidanti o croniche, incluse le malattie rare. In questi casi, però, è necessario che la condizione comporti un grado di invalidità pari o superiore al 74%. Questa soglia è lo spartiacque per identificare chi ha necessità di un supporto maggiore per conciliare la terapia con l’attività professionale.

Come si calcolano e si utilizzano correttamente le ore di permesso?

Una delle regole più rigide riguarda le modalità di fruizione del tempo. L’ente previdenziale (Circ. INPS 152/2025) ha chiarito che il permesso deve essere utilizzato obbligatoriamente ad ore intere. Questo significa che il lavoratore non può frazionare l’ora in minuti. Se, per esempio, una visita medica dura quaranta minuti, il dipendente dovrà comunque scalare un’ora intera dal suo monte ore annuo. Questa scelta serve a semplificare la gestione amministrativa e il conteggio dei residui da parte del datore di lavoro. Il limite totale è di dieci ore per ogni anno solare. Una volta esaurito questo tempo, il lavoratore dovrà ricorrere agli altri istituti contrattuali previsti per le assenze. È importante sottolineare che queste ore sono intese come un bonus specifico per la salute. Non possono essere convertite in denaro se non utilizzate e non possono essere spostate all’anno successivo. La programmazione delle ore deve avvenire nel rispetto delle esigenze aziendali, pur garantendo la priorità al diritto alla cura del malato.


Quali regole valgono per i genitori di figli con malattie gravi?

La normativa mostra un’attenzione particolare verso il nucleo familiare. Il diritto alle dieci ore di permesso non è limitato al dipendente che vive la malattia in prima persona, ma si estende ai genitori di figli minori. Se un bambino è affetto da patologie oncologiche, croniche o rare, i suoi genitori lavoratori hanno diritto a questo tempo aggiuntivo per assisterlo durante esami e visite. Per attivare la tutela in favore dei figli, è necessario un requisito documentale preciso. Bisogna possedere un verbale di invalidità civile che attesti il riconoscimento dell’indennità di frequenza. Questo documento certifica che il minore ha difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della sua età e che necessita di cure o trattamenti. L’esempio pratico è quello di un genitore che deve accompagnare il figlio a una seduta di analisi microbiologiche: potrà utilizzare le ore intere dichiarando al proprio datore di lavoro il possesso dei requisiti sanitari del figlio.

I permessi per i figli sono compatibili con quelli personali?

Molti lavoratori si chiedono se l’uso delle ore per assistere un figlio escluda la possibilità di usare ore per la propria salute. La risposta dell’istituto è positiva: i due benefici sono indipendenti. Questo significa che un lavoratore che soffre di una patologia cronica e ha anche un figlio con indennità di frequenza dispone di due “serbatoi” separati di ore. Può consumare le sue dieci ore per le proprie visite e, contemporaneamente, ha diritto ad altre dieci ore per le necessità del figlio. Il cumulo delle agevolazioni è quindi ammesso. La fruizione dei permessi per sé stessi non pregiudica in alcun modo la possibilità di richiedere quelli per il minore. Si tratta di un principio di protezione rafforzata che riconosce la complessità di una famiglia che deve gestire più fragilità contemporaneamente. Non esiste alcun travaso di ore da un monte all’altro, ma ogni posizione mantiene la sua autonomia nel corso dell’anno solare.

Come si presenta la domanda al datore di lavoro dal 1 gennaio?

La procedura per ottenere queste ore è snella e non richiede passaggi complessi attraverso portali telematici dell’ente previdenziale. Il lavoratore deve avanzare la richiesta direttamente al datore di lavoro. È una comunicazione che avviene all’interno del rapporto di lavoro privato o pubblico (L. 106/2025). Nella domanda, il dipendente deve dichiarare di essere in possesso dei requisiti previsti dalla legge. Se la richiesta riguarda i permessi per i figli, il lavoratore deve specificare la condizione del minore e l’esistenza del verbale sanitario necessario. Il datore di lavoro ha il compito di verificare la correttezza della documentazione prodotta e di registrare le ore fruite. Poiché la norma è operativa dal primo gennaio 2026, ogni azienda deve aver aggiornato i propri sistemi di gestione delle assenze per accogliere questa nuova voce. Non serve un’autorizzazione preventiva dell’istituto previdenziale, poiché il controllo rimane in capo all’azienda o all’amministrazione di appartenenza.

Cosa succede se entrambi i genitori lavorano e hanno più figli?

La gestione dei permessi diventa ancora più favorevole quando entrambi i genitori sono lavoratori dipendenti. La circolare chiarisce che il diritto è individuale per ogni genitore. Questo significa che sia la madre che il padre possono fruire delle dieci ore annue ciascuno per lo stesso figlio. L’utilizzo da parte di un genitore non riduce il monte ore a disposizione dell’altro. La situazione si amplia ulteriormente in presenza di più figli minori malati. In questo scenario, le dieci ore vengono riconosciute per ogni singolo figlio. Ad esempio, se una coppia ha due figli che rientrano nei criteri della legge, ogni genitore avrà a disposizione venti ore totali (dieci per il primo figlio e dieci per il secondo). Questo moltiplicatore garantisce che il tempo per le cure sia proporzionato al carico assistenziale della famiglia. Si applicano le seguenti regole per il conteggio:

  • ogni genitore ha un proprio plafond autonomo;

  • il limite di dieci ore si riferisce a ogni singolo figlio minore;

  • le ore di un genitore non sono cedibili all’altro;

  • la presenza di più figli con patologie diverse somma i diritti di entrambi i genitori.

Quali sono i requisiti sanitari per ottenere le ore di assenza?

Per evitare abusi e garantire che le ore vadano a chi ne ha davvero bisogno, la legge definisce con precisione lo stato sanitario richiesto. Per il lavoratore malato, la diagnosi oncologica deve essere documentata come in fase attiva o di follow-up. Se invece la patologia è di tipo diverso, deve essere una malattia che comporti un’invalidità riconosciuta di almeno il 74%. Questo dato è fondamentale perché identifica una riduzione della capacità lavorativa molto elevata. Per quanto riguarda i minori, la prova regina è il verbale per l’indennità di frequenza. Questa prestazione economica viene erogata dall’istituto ai minori con disabilità che frequentano scuole o centri terapeutici. Il fatto di avere questo riconoscimento è la condizione minima e necessaria per sbloccare i permessi dei genitori. Senza il verbale o con una percentuale di invalidità inferiore per gli adulti, il datore di lavoro non è tenuto a concedere queste ore aggiuntive, e il dipendente dovrà utilizzare i normali permessi previsti dal contratto.





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 Raffaella Mari

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