La salute resta uno dei punti relativamente più solidi del percorso italiano verso l’Agenda 2030, ma non abbastanza da consentire di abbassare la guardia. Nel nuovo Rapporto SDGs 2026 dell’Istat, il Goal 3 – quello dedicato a “salute e benessere per tutti e per tutte le età” – presenta diversi indicatori in miglioramento, soprattutto sul fronte della mortalità e di alcuni esiti di salute. Ma accanto ai progressi emergono criticità strutturali che parlano direttamente al Servizio sanitario nazionale: accesso alle cure, coperture vaccinali, posti letto, personale e divari territoriali.
Il Rapporto, giunto alla nona edizione, monitora complessivamente 321 misure statistiche, collegate a 148 indicatori del framework Onu sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Per il Goal 3 le misure diffuse dall’Istat sono 37, riferite a 20 indicatori internazionali, a conferma di un quadro ampio che non si limita alla sanità in senso stretto, ma include prevenzione, stili di vita, accesso ai servizi, mortalità, vaccinazioni e disponibilità di professionisti sanitari.
Il dato più rilevante riguarda la speranza di vita in buona salute alla nascita, stimata nel 2025 a 59,1 anni. Un valore in crescita di quasi un anno rispetto al 2024, con un aumento più marcato per le donne: +1,4 anni, contro +0,4 anni per gli uomini. Nel dettaglio, gli uomini arrivano a 60,2 anni di vita in buona salute, le donne a 58,0. È un segnale positivo, ma che conferma anche un paradosso noto: le donne vivono più a lungo, ma con un numero inferiore di anni percepiti in buona salute.
Migliora anche la mortalità prematura per le principali malattie croniche. Nel 2023 la probabilità di morire tra i 30 e i 69 anni per tumori, diabete, malattie cardiovascolari e respiratorie scende all’8,0%, in ulteriore calo rispetto all’anno precedente e in diminuzione costante dal 2013, quando era pari al 9,7%. Ma anche qui il Rapporto segnala una forte disparità di genere e territorio: il valore resta più elevato nel Mezzogiorno e tra gli uomini.
Sul fronte della salute infantile il quadro è in miglioramento nel lungo periodo, ma non privo di ombre. Nel 2025 la probabilità di morte sotto i 5 anni si attesta a 3,1 per mille nati vivi, con uno svantaggio per i maschi: 3,4 per mille contro 2,8 per le femmine. Il divario territoriale resta marcato, con valori più bassi nel Centro-Nord e più elevati nel Sud e nelle Isole.
Tra gli indicatori positivi figurano anche le malattie infettive monitorate dal Rapporto. L’incidenza delle nuove infezioni da Hiv è pari a 4,0 per 100 mila residenti nel 2024, quella della tubercolosi a 4,4 per 100 mila abitanti nel 2025, mentre l’incidenza dell’epatite B si ferma a 0,4 per 100 mila abitanti. Indicatori che, nella tavola Istat sul Goal 3, risultano in miglioramento nell’ultimo anno.
Resta invece delicato il capitolo prevenzione. La copertura vaccinale antinfluenzale negli over 65 nel 2025 si attesta al 52,5%: più della metà della popolazione anziana risulta vaccinata, ma il valore è ancora lontano da livelli ottimali e il Rapporto evidenzia forti disparità territoriali. Le coperture pediatriche sono più alte: 94,5% per la polio, 94,8% per il morbillo e 94,5% per il tetano, ma anche in questo caso non mancano segnali di attenzione, soprattutto per il mantenimento dell’omogeneità tra territori.
Il Rapporto fotografa poi il peso degli stili di vita. Il fumo riguarda il 20% della popolazione, mentre l’indicatore sull’alcol è pari al 15,8%. L’eccesso di peso raggiunge il 44,7% e, pur con segnali di miglioramento, resta uno dei grandi nodi della prevenzione delle patologie croniche. Il dato è particolarmente rilevante se letto insieme alla mortalità per malattie cardiovascolari, tumori, diabete e respiratorie: la riduzione degli esiti più gravi passa anche dalla capacità del sistema di agire prima, sui fattori di rischio modificabili.
Ma la fotografia più direttamente legata al funzionamento del Ssn arriva dagli indicatori sull’accesso e sull’offerta. Secondo Istat, l’1,6% delle persone di 16 anni e più dichiara di non aver effettuato cure mediche di cui aveva bisogno perché troppo costose. Un dato che nella tavola del Goal 3 risulta in peggioramento nell’ultimo anno e che richiama il tema della rinuncia alle cure, sempre più centrale nel dibattito sulla sostenibilità sociale del sistema sanitario.
Preoccupante anche il segnale sui posti letto. Nel 2023 i posti letto in degenza ordinaria negli istituti di cura pubblici e privati sono 29,9 per 10 mila abitanti, con un peggioramento nell’ultimo anno e una tendenza negativa anche nel lungo periodo. I posti letto in day hospital sono 3,0 per 10 mila abitanti, mentre quelli nei presidi residenziali socio-assistenziali e sociosanitari arrivano a 72,2 per 10 mila abitanti.
Sul personale sanitario, il Rapporto indica 4,9 medici ogni mille abitanti, 7,3 infermieri e ostetriche, 0,9 dentisti e 1,6 farmacisti. Per i farmacisti si registra un miglioramento nell’ultimo anno, mentre per medici, infermieri e dentisti l’indicatore risulta stabile. Numeri che, letti dentro il contesto di carenza di personale e difficoltà organizzative del Ssn, confermano quanto la disponibilità di professionisti resti uno dei pilastri della sostenibilità del sistema.
Nel confronto europeo, tuttavia, la salute è uno degli ambiti in cui l’Italia appare meglio posizionata. Nell’area “People”, che comprende i Goal da 1 a 5, il Rapporto segnala che il posizionamento relativo più favorevole del nostro Paese si osserva proprio nei Goal 3 Salute e 2 Fame zero: per la salute, l’Italia presenta una distanza dalla migliore performance europea contenuta e inferiore sia alla media Ue27 sia a Germania, Francia e Spagna.
Il messaggio che emerge dal Rapporto è quindi duplice. Da un lato l’Italia continua a registrare risultati importanti su molti indicatori di salute: aumenta la vita in buona salute, cala la mortalità prematura per le principali malattie croniche, migliorano diversi indicatori infettivologici. Dall’altro lato, però, restano fragilità che chiamano in causa direttamente le politiche sanitarie: accesso economico alle cure, prevenzione, coperture vaccinali, offerta ospedaliera e divari territoriali.
A quattro anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, la salute italiana si conferma dunque un punto di forza nel confronto europeo, ma anche un banco di prova interno. Perché il miglioramento degli indicatori generali rischia di non bastare se non si riducono le differenze tra territori, generi e gruppi sociali. Ed è proprio qui che il principio cardine degli SDGs, “non lasciare indietro nessuno”, diventa una questione molto concreta per il Servizio sanitario nazionale.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
ironfish_distributor
Source link


