Il provvedimento del 6 luglio porta nello stesso segmento giudiziario delitti rimasti separati per data, scena e modalità. La linea comune è la guerra di mafia garganica, con una contestazione che assegna ruoli distinti tra preparazione, esecuzione e copertura successiva.
Avvertenza giudiziaria: le misure appartengono alla fase cautelare. Nessuna responsabilità individuale è stata fissata con sentenza in questo procedimento.
Sommario dei contenuti
Il provvedimento emesso a Bari
Il perno giudiziario è un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Bari su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. L’esecuzione ha coinvolto il Ros e il Comando provinciale di Foggia, con reparti specializzati dell’Arma. Le accuse assegnano agli indagati ruoli nelle fasi preparatorie, esecutive o successive ai delitti.
La scelta cautelare fotografa un passaggio investigativo maturo: non un solo omicidio isolato, bensì tre fatti di sangue riletti dentro la stessa guerra tra gruppi del promontorio. La distanza temporale, dal 2011 al 2016, rende centrale la tenuta degli apporti dichiarativi e dei riscontri materiali.
Le tre vittime e le date
Il fascicolo riunisce la lupara bianca di Francesco Li Bergolis, 41 anni, nel 2011, la morte di Francesco Armiento, 29 anni, nel 2016 e l’agguato a Ivan Rosa, 37 anni, nel 2014. L’ordine cronologico non coincide con la gravità giudiziaria: ogni delitto viene collocato come tassello della stessa guerra di clan, con vittime indicate come esterne ai gruppi in conflitto.
Il nome Li Bergolis richiede una cautela lessicale: la vittima viene indicata come parente dell’area omonima e fuori dai clan. Questo evita una sovrapposizione indebita fra cognome, parentela e appartenenza criminale.
La matrice della faida
La matrice indicata dagli atti è la contrapposizione fra Romito-Lombardi-Ricucci e Li Bergolis. La sigla Romito-Lombardi-Ricucci raccoglie la linea criminale colpita anche da Omnia Nostra; l’area Li Bergolis rappresenta il fronte avversario nella guerra che ha attraversato il promontorio garganico.
L’inquadramento mafioso dei tre delitti deriva dalla funzione assegnata agli omicidi: eliminare persone percepite come ostili, intimidire l’area di riferimento e ribadire la capacità di decidere vita e morte nei territori di influenza.
La lupara bianca e la cancellazione del corpo
Nei delitti Li Bergolis e Armiento, la contestazione ruota attorno alla lupara bianca: il corpo diventa la prima prova da nascondere. Per Ivan Rosa il fascicolo parla di agguato armato; nella conferenza stampa della Dda è stato richiamato il colpo al volto con fucile a canne mozze.
Il rapporto fra i due modi di uccidere racconta la grammatica violenta del clan: occultare il cadavere quando bisogna eliminare tracce, esibire l’esecuzione quando il messaggio deve circolare nel territorio. Nel Gargano mafioso la morte non chiude il fatto, lo usa come strumento di dominio.
Collaboratori e atti tecnici
L’impianto accusatorio poggia su dichiarazioni convergenti di collaboratori di giustizia e su atti tecnici: intercettazioni, immagini da sistemi di videosorveglianza, rilievi, perquisizioni e sequestri. La forza della contestazione nasce dalla saldatura fra racconti e tracce materiali.
Il ruolo dei collaboratori non vive da solo. Nel fascicolo viene affiancato a controlli esterni, materiale video e attività di sequestro. È la somma fra parole e riscontri a sostenere l’ordinanza, soprattutto perché i fatti risalgono a un arco ormai lontano.
Il legame con Omnia Nostra
Tre destinatari erano già stati condannati per associazione mafiosa nell’indagine Omnia Nostra del Ros, estesa dal giugno 2008 al luglio 2022, come appartenenti al clan Romito-Lombardi-Ricucci. Per altri tre il processo risulta ancora pendente.
Omnia Nostra dà profondità temporale agli atti: l’arco 2008-2022 copre anni precedenti e successivi ai tre delitti. L’ordinanza del 6 luglio intercetta una struttura già osservata in un’altra grande indagine antimafia e la collega a omicidi rimasti aperti nella storia giudiziaria del Gargano.
Le nove posizioni raggiunte dalle misure
Nella griglia delle misure figurano Andrea Quitadamo, Antonio Quitadamo, Renato Quitadamo, Francesco Notarangelo, Francesco Scirpoli, Giuseppe Lorusso, Michele Silvestri, Matteo Lombardi e Pietro La Torre. Quattro destinatari erano già detenuti al momento dell’esecuzione.
La distribuzione dei ruoli appartiene alla contestazione cautelare; il processo stabilirà il peso individuale delle condotte. In una vicenda di mafia, separare il nome dalla funzione contestata è una regola di rigore: esecutore, concorrente morale, fiancheggiatore e occultatore non occupano la stessa posizione processuale.
Foggia e Vieste, fascicoli diversi nello stesso promontorio
Il precedente articolo di Sbircia sull’operazione antimafia dell’11 maggio a Foggia aveva separato racket, duplice omicidio di Apricena e delitto Bruno, senza fondere fascicoli diversi. Il pezzo su Antonello Scirpoli ucciso a Vieste appartiene invece a un altro procedimento, con la stessa geografia investigativa: Dda di Bari, carabinieri e clan del promontorio.
Il collegamento editoriale non sovrappone accuse autonome. Accompagna il lettore nella continuità territoriale della mafia garganica, che alterna fascicoli su racket, omicidi recenti e delitti riaperti dopo anni grazie alle collaborazioni di giustizia.
Le misure non sono sentenze
Le persone raggiunte dal provvedimento sono indagate. La custodia cautelare serve al procedimento e non chiude il giudizio sulle responsabilità. Per il lettore, questo lessico evita due errori: trattare l’ordinanza come condanna o ridurre la sua portata a una mera ipotesi investigativa.
L’accusa oggi ha superato la soglia cautelare davanti al Gip. Il resto appartiene al processo, dove difese, prove e contraddittorio daranno la misura giuridica delle condotte contestate.
Riscontri pubblici e selezione dei fatti
Il tracciato coincide con le cronache di ANSA, Rai News, Telebari, Telenorba, la Repubblica, l’Immediato e Rete Gargano sui capisaldi giudiziari: nove misure, tre vittime, anni 2011-2016, Dda di Bari, Ros, due lupare bianche e un agguato armato.
Il lessico resta processuale perché l’ordinanza apre un segmento giudiziario, non una condanna. Separare fatto contestato e responsabilità accertata tutela il lettore, gli indagati e le vittime, piani da mantenere distinti nel racconto antimafia.
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Junior Cristarella
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