Intervista a Nic Alessandrini sulla polemica del murale di Edicola 518 a Perugia


Sin dal momento in cui l’opera di Nic Alessandrini è comparsa sulla serranda di Edicola 518, a Perugia, è diventata oggetto di un acceso dibattito pubblico. L’intervento è stato accusato di vilipendere la cultura locale e la tradizione religiosa della città. Il motivo? Sulla serranda del celebre spazio culturale è raffigurata la testa di Sant’Ercolano mentre rotola giù dalle scale, un’immagine che richiama la leggenda legata all’agiografia del patrono perugino.

La polemica del murale di Edicola 518 a Perugia

A riaccendere la polemica in questi giorni è stato un esposto presentato da Margherita Coccia, consigliera comunale di Fratelli d’Italia ed ex candidata sindaca del centrodestra, sconfitta alle elezioni di due anni fa.“Qualche giorno dopo siamo stati contattati dal Comune di Perugia per alcune verifiche documentali relative al regolare utilizzo della nostra licenza”, scrivono i responsabili di Edicola 518. “Verifiche che ci è stato detto essere necessarie a seguito di un esposto presentato da due consiglieri comunali”.

In altre parole, l’intervento artistico di Nic Alessandrini viene ritenuto sufficientemente grave da giustificare accertamenti che potrebbero persino mettere a rischio l’attività di Edicola 518. Eppure, nei suoi dieci anni di vita, lo spazio è diventato uno dei casi più interessanti e imitati di produzione culturale in provincia, capace di inventare nuove strategie di crescita, partecipazione e condivisione con la comunità. Con una notorietà internazionale. Ma cosa ne pensa l’artista di questa polemica? Glielo abbiamo chiesto.

Intervista all’artista Nic Alessandrini

Qualche mese fa Edicola 518 ti invita a realizzare un’opera sulla sua serranda. E poi?
Frequento l’Edicola e chi ci lavora sin da prima del mio trasferimento a Perugia nel 2023, e con loro ho sempre avuto uno scambio culturale e dialogico molto intenso; credo che per questo sia stato naturale per loro coinvolgermi all’interno del progetto L’Edicola che vorrei, con cui hanno vinto il bando ministeriale Laboratorio di Creatività Contemporanea. Il mio intervento si inserisce nella fase conclusiva di questo progetto, assieme a un restyling dell’Edicola stessa e al suo cambio d’uso in spazio di lettura e fontana pubblica, e arriva dopo più di un anno di attività che hanno visto il susseguirsi di incontri, laboratori, approfondimenti ad opera di creativi ed agitatori culturali su scala sia locale che nazionale, attorno al quartiere, alle sue storie e alle sue esigenze.

Dimmi qualcosa sul tuo coinvolgimento.
La prima riflessione sui soggetti da rappresentare all’interno della mia opera risale a quasi un anno fa, in occasione di una presentazione pubblica del progetto, durante la quale sono stato invitato a “schizzare” forme e suggestioni sulla serranda. Quella superficie, già segnata dalla sua natura di elemento urbano, era attraversata da un’intricata trama di scritte, tag ed espressioni pubbliche estemporanee. Al termine dell’incontro, l’atto performativo si concluse con una mano di bianco che ricoprì ogni segno, a simboleggiare la necessità di ritrovare un nuovo foglio bianco, un nuovo inizio. Il desiderio di dialogare con un’agiografia non soltanto perugina, ma profondamente legata a quel luogo e alla sua storia, è stato probabilmente il primo impulso: il più forte, e quello che, insieme agli amici di Edicola, ho deciso di seguire. L’immagine, naturalmente, ha attraversato il consueto processo di trasformazione che caratterizza il mio lavoro, fatto di limature, revisioni, variazioni stilistiche e diverse modalità di rappresentazione. Eppure, non appena l’opera è stata realizzata, è scoppiata la polemica.

L’opera parte da un mito relativo al santo patrono di Perugia. Mi spieghi il concept del dipinto?
L’opera nasce da un’intuizione visiva estremamente semplice. E se la testa di Sant’Ercolano fosse rotolata dalle scale fino a dove ora è posta l’Edicola? E se, per proprietà transitiva, la rappresentazione della testa sulle serrande dell’Edicola trasformasse la struttura nella testa stessa? Sant’Ercolano è stato un vescovo combattente, che con astuzia ed intelligenza ha lottato contro l’invasione di Perugia da parte dei barbari Ostrogoti, salvo poi essere tradito da un chierico, spellato vivo e decapitato. La sua testa diviene quindi, simbolicamente, uno uno scrigno di sapere che mi è sembrato quasi naturale sovrapporre a un luogo così importante e vitale per la vita culturale cittadina come Edicola 518. Tutta la mia opera nasce da un bisogno estremo di religiosità laica, di sacralità della carne, di riportare al centro del sentire culturale e politico il corpo come simulacro del dolore, dell’ingiustizia sociale, ma anche del riscatto e del rispetto.

Come si manifesta questa ricerca?
La mia stessa modalità di rappresentazione, che aspira al realismo tramite l’uso di una pittura fisica, sofferta, che cerca più la ferita rispetto all’integrità, vuole raccontare la vicinanza al corpo raffigurato. In questo caso il soggetto, la testa di Sant’Ercolano, mediata dall’opera del Perugino, è stato dipinto tramite i colori basici (nero, bianco e rosso) per rendere al contempo più grafica, incisiva ma anche drammatica la rappresentazione. Al posto degli occhi ho voluto inserire frammenti di cielo, rubati durante la caduta, per suggerire una sorta di aspirazione all’eternità, mentre la testa capovolta, omaggio al grande artista Georg Baselitz appena scomparso, vuole essere un invito a vedere la realtà da un’altra prospettiva: Sant’Ercolano lottava contro i barbari, ma chi sono ora i barbari?

@ Nic Alessandrini. L’opera posta sulle saracinesche di Edicola 518 a Perugia

Le polemiche sollevate da Fratelli d’Italia contro l’opera

Si parte da una leggenda locale per costruirci sopra un’opera d’arte destinata al territorio. Da cosa arrivano le polemiche?
Dal momento che credo nella libertà di giudizio e nella pluralità di pareri nei confronti di un’opera d’arte pubblica, mi sembra che la situazione abbia assunto connotati prevalentemente legati a una visione propagandistica della politica locale, trasformandosi in un balletto di post, articoli e comunicati che ormai nulla hanno più a che fare con il senso non solo dell’opera, ma dell’intera operazione culturale che il progetto rappresenta. Da artista che lavora nell’ambito pubblico e urbano da moltissimi anni, trovo estremamente interessante riflettere sulle storie che trasudano dai luoghi, dai muri, dalle parole che incontro. Operazioni di questo genere implicano questioni e riflessioni molto delicate, perché l’opera pubblica diviene, una volta realizzata, “proprietà” di chi vive quello spazio. Quanto violento può o deve essere questo rapporto affinché l’opera abbia un “peso”? Può, o deve, un’opera creare una memoria, suggerire una visione, alterare un immaginario? Decontestualizzare, come in questo caso, un simbolo sacro così importante per la comunità perugina, come la testa di Sant’Ercolano, per trasformarlo in una visione sacra laica, non dogmatica, intima ma al contempo profondamente umana, cosa genera?


Sono domande a cui la censura toglie ogni possibilità di risposta…
Nelle operazioni di arte di strada, che non presuppongono l’ingresso volontario in un luogo, come accade nei musei o nelle gallerie, ma agiscono interferendo con la quotidianità, cerco sempre di lasciare degli spazi vuoti tra la figurazione e il senso che essa può assumere per chi dell’opera fruisce. Passati l’amore e l’odio, passati il “mi piace” o il “non mi piace”, rimane qualcos’altro? Forse è proprio in questi spazi che possono nascere gli strumenti necessari all’esercizio della libertà: il senso critico, il dialogo, il dibattito, la curiosità, la scoperta, il rifiuto, la poesia. Arrivare, come si sta arrivando, all’esercizio della censura attraverso norme e cavilli significa interrompere questo processo di dialogo e confronto.

A Perugia è scoppiata una polemica politica per un murale disegnato su un’edicola. L'intervista
@ Nic Alessandrini. L’opera posta sulle saracinesche di Edicola 518 a Perugia

Il murale di Nic Alessandrini per Edicola 518 sarà rimosso?

Nei vari articoli e nelle varie accuse lanciate dagli esponenti di Fratelli d’Italia (gruppo di opposizione in città) il tuo nome emerge sempre meno. Mi sembra sintomatico del fatto che il tema sia squisitamente politico.
Ma forse è così perché l’idea dell’artista come individuo libero e dell’arte come pratica di esercizio di questa libertà è un’invenzione prettamente romantica e non ha mai rappresentato, se non attraverso rarissime scintille nel corso della storia dell’arte, uno status reale. L’arte, soprattutto se esercitata all’interno dello spazio pubblico, deve essere anestetizzante. Probabilmente l’intrattenimento è l’arte di regime di questo momento storico di agonia post-capitalista.

L’arte non è presente.
È estremamente facile usare una figura non edulcorata, come quella che ho dipinto, nata non da afflati anarchici o rivoluzionari, ma in seno a morigerate progettualità pubbliche, per cercare consensi populisti. È logico che l’arte, perlomeno quella romantica che ci è sempre piaciuto immaginare, fatta anche di drastici contrasti e sottili conflitti, in questo dibattito non ci sia.

Sei un artista visivo attivo su più fronti, tra pittura e illustrazioni, con frequenti interventi nello spazio urbano. Perché lavorare nello spazio pubblico in Italia è spesso così complicato?
Sarebbe assai lungo fare una panoramica esaustiva di cosa significhi lavorare nello spazio pubblico in Italia, non solo nell’ambito della cultura urbana. Basti dire che ogni movimento ha avuto una propria genesi, i propri apici e le proprie cadute, dovute proprio al rapporto complesso con le forme di potere, sia che assumano la forma più concreta di un’amministrazione pubblica, sia quella più aleatoria di un mercato, di un flusso economico o di una moda. Realizzare opere murali nello spazio pubblico è un’operazione che comporta sempre più spesso valori produttivi elevati e molti dei progetti economicamente più strutturati devono passare sotto le forche caudine di amministrazioni spesso impaurite dal giudizio pubblico o arroccate in posizioni di boriosa onniscienza.

Qual è il risultato?
Vengono sostenuti sempre più spesso progetti che non contengano elementi problematici al loro interno, che parlino alle comunità con l’enfasi e la profondità di una cartolina turistica, che raccontino l’ovvio, l’inopinabile della quotidianità. Su questo argomento ci sarebbe moltissimo da dire, ma mi fermo qui, prima di addentrarmi in ambiti ancora più pericolosi, perché devo andare: mio figlio piange, ha fame.


Alex Urso

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Alex Urso

Source link

Di