“Trapani è stata privata di tutti gli scarichi a mare. È un catino chiuso, dove l’unico scarico sono le pompe di via Tunisi. Perciò, come un catino, prima si riempie e poi lentamente si svuota”.
Con questa immagine l’ingegnere Simone Venturini, autore dello studio sul dissesto idrogeologico commissionato dal Comune di Trapani, sintetizza il problema che da decenni accompagna la città e che il violento acquazzone di venerdì ha riportato ancora una volta all’attenzione.
In pochi minuti, decine di millimetri di pioggia sono bastati per allagare diverse strade e rallentare la circolazione.
Nessun danno rilevante a persone o edifici, ma un copione che si ripete ormai con impressionante regolarità ogni volta che le precipitazioni superano una certa intensità.
L’episodio ha immediatamente alimentato lo scontro politico, che ha attribuito gli allagamenti ai cantieri del Bus Rapid Transit.
Una ricostruzione che il sindaco Giacomo Tranchida e il dirigente del Comune Orazio Amenta respingono sulla base delle verifiche effettuate.
Per l’amministrazione il problema non nasce dai cantieri, ma da un sistema idraulico progettato per un’altra città e per un altro clima.
La città che ha perso i suoi scarichi naturali
La metafora del “catino” utilizzata da Venturini è la sintesi di un preciso fenomeno idraulico.
Trapani è una città praticamente al livello del mare e, per conformazione naturale, avrebbe tutte le caratteristiche per smaltire rapidamente le acque meteoriche attraverso il deflusso gravitazionale.
Storicamente, infatti, le piogge provenienti dalle pendici di Erice percorrevano una rete di canali naturali e artificiali che attraversavano l’area urbana fino a riversarsi direttamente nel porto e nel mare.
Nel corso degli ultimi decenni questo equilibrio è stato progressivamente modificato dall’espansione edilizia, dall’interramento di antichi canali, dall’impermeabilizzazione del suolo e dalla realizzazione di nuove infrastrutture.
Il risultato, spiega lo studio Venturini, è che oggi l’acqua piovana dispone di sempre meno percorsi naturali di smaltimento e viene quasi interamente intercettata dalla rete fognaria.
È per questo che Venturini definisce Trapani un “catino chiuso”: l’acqua entra rapidamente nel sistema, ma ha un’unica via d’uscita, costituita dagli impianti di sollevamento meccanico.
Il “collo di bottiglia” creato dall’America’s Cup
La criticità più evidente interessa la Marina e il centro storico basso, un’area che il Comune monitora ormai da tempo e che lo stesso studio Venturini individua tra le più vulnerabili.
Secondo quanto spiegano Tranchida e Amenta, il funzionamento idraulico di questa parte della città è cambiato radicalmente dopo gli interventi realizzati in occasione dell’America’s Cup del 2005, con degli scavi in microtunnelling che hanno portato le tubature 11 metri al di sotto del livello del mare.
Prima di quei lavori, le acque meteoriche della Marina scaricavano direttamente nel porto, sfruttando la naturale pendenza verso il mare.
Successivamente, è stata realizzata una nuova rete fognaria che ha completamente modificato il percorso delle acque. Ma la rete delle acque bianche, che avrebbe dovuto raccogliere e portare le acque piovane a Ronciglio, non venne mai completata, restando monca.
Oggi le precipitazioni vengono convogliate nella stazione di sollevamento di Isolella, un impianto realizzato circa undici metri sotto il livello del mare.
Da qui l’acqua viene rilanciata attraverso elettropompe nella condotta diretta alla stazione di sollevamento di via Marsala e successivamente inviata al depuratore comunale.
Dal punto di vista tecnico significa che il deflusso naturale è stato sostituito da un sistema di drenaggio completamente artificiale.
L’acqua non raggiunge più spontaneamente il mare, ma deve essere raccolta, accumulata e pompata attraverso una rete di collettori la cui capacità è limitata dal diametro delle tubazioni, dalla portata delle pompe e dai tempi necessari al trasferimento verso il depuratore. Inoltre, le pompe della stazione di rilancio del porto si attivano dopo che la vasca si allaga, praticamente con la strada piena d’acqua.
Nella zona del porto c’è un bypass, di proprietà del Comune, che permetterebbe lo scarico delle acque in mare, ma per essere attivato occorrono le autorizzazioni dell’autorità portuale. Il bypass viene attivato in casi di estrema urgenza perchè lo scarico delle acque causa grossi impatti ambientali.
Come si genera l’allagamento
Il meccanismo che provoca gli allagamenti è quello che gli ingegneri idraulici definiscono saturazione della rete.
Quando l’intensità della pioggia supera la capacità di smaltimento delle condotte, la quantità d’acqua in ingresso diventa maggiore di quella che le pompe riescono a evacuare.
Il livello idrico all’interno dei collettori aumenta rapidamente, le tubazioni entrano in pressione e l’acqua cerca sfoghi alternativi, risalendo attraverso caditoie, tombini e pozzetti stradali.
È in quel momento che le strade della Marina, di via Ammiraglio Staiti e delle altre zone depresse del centro storico si trasformano in veri e propri bacini temporanei.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che tutta questa acqua meteorica raggiunge anche il depuratore, impianto progettato principalmente per trattare reflui civili e non enormi volumi di acqua piovana. Il risultato è un sovraccarico dell’intero sistema fognario, con effetti che si propagano lungo tutta la rete.
Amenta: “È andato in crisi il sistema fognario, non la BRT”
Secondo Tranchida e Amenta, il problema non è legato alla manutenzione ordinaria, né alla presenza della BRT.
Il percorso della BRT è costeggiato da delle griglie su tutti e due i lati, chhe servono proprio ad impedire che le strade si allaghino, e in ogni basola ci sono due buchi dal quale defluiscono le acque in caso di pioggia, per evitare l’effetto barriera.
La criticità invece nasce dal fatto che le reti fognarie sono state dimensionate tra gli anni Settanta e Novanta utilizzando le cosiddette curve di possibilità pluviometrica, cioè i parametri statistici che definiscono quanta pioggia può cadere in un determinato intervallo di tempo.
Quei valori erano basati sul clima dell’epoca e prevedevano precipitazioni intense ma distribuite in tempi più lunghi.
Oggi, invece, gli eventi estremi scaricano nello spazio di pochi minuti quantitativi d’acqua che un tempo cadevano nell’arco di diverse ore. La portata che arriva contemporaneamente nelle condotte supera quindi quella di progetto, facendo collassare il sistema.
È uno scenario che riguarda molte città europee e che ha portato anche l’Unione europea a rivedere i criteri di progettazione delle reti di drenaggio urbano, imponendo standard più elevati per adattarsi agli effetti del cambiamento climatico.
Il piano Venturini
Da queste considerazioni nasce il piano Venturini, lo studio commissionato dal Comune per ricostruire il funzionamento dell’intero bacino idraulico urbano e individuare gli interventi necessari per ridurre il rischio di allagamento.
Per l’amministrazione rappresenta la prima analisi complessiva effettuata sulla città dopo circa sessant’anni e parte da una constatazione ritenuta paradossale: nonostante Trapani sia stata più volte interessata da alluvioni e allagamenti, le cartografie regionali del rischio idraulico non evidenziavano criticità significative sul territorio comunale.
Lo studio ricostruisce il percorso delle acque provenienti dalle pendici di Erice, analizza la capacità idraulica della rete esistente, individua i punti di accumulo, valuta gli effetti dell’urbanizzazione e propone una serie di opere strutturali.
Tra queste figurano il recupero degli antichi canali di deflusso, la realizzazione di nuove opere di laminazione delle piene per trattenere temporaneamente l’acqua durante gli eventi più intensi, l’adeguamento delle sezioni idrauliche dei collettori, il potenziamento degli impianti di sollevamento e la tutela urbanistica delle aree che continuano a svolgere una funzione essenziale per il drenaggio naturale delle acque.
Cosa può essere fatto subito
Le opere previste dal piano richiederanno investimenti consistenti e tempi lunghi. Per questo il Comune sta lavorando su un primo intervento considerato prioritario: il potenziamento della stazione di sollevamento del porto, aumentando la capacità di pompaggio dell’impianto per ridurre i tempi di smaltimento delle acque durante gli eventi più intensi.
Parallelamente, spiegano Tranchida e Amenta, sono in corso interlocuzioni con il Commissario per il dissesto idrogeologico e con l’Autorità di Bacino della Regione Siciliana per finanziare l’intero programma di opere previsto dal piano Venturini.
Entrambi, tuttavia, mettono in guardia da facili semplificazioni: aumentare la capacità delle pompe potrà attenuare gli effetti degli acquazzoni, ma non risolverà definitivamente il problema.
Perché, come sintetizza efficacemente Venturini, finché Trapani continuerà a funzionare come un “catino chiuso”, ogni pioggia eccezionale continuerà a riempirlo molto più velocemente di quanto il sistema riesca a svuotarlo.
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redazione@tp24.it (Luca Sciacchitano)
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