Scaduto il termine del 30 giugno fissato dal PNRR per l’attivazione delle Case di comunità, il dibattito si sposta dalle inaugurazioni all’effettiva operatività delle strutture. A sollevare il tema è il Nursing Up, che punta l’attenzione sulla carenza di personale sanitario e, in particolare, di infermieri, elemento ritenuto indispensabile per dare concretezza alla riforma dell’assistenza territoriale prevista dal DM 77/2022.
Secondo il sindacato, oggi la questione non è più quanti edifici siano stati realizzati, ma quanti siano realmente in grado di assistere i cittadini. «Una struttura può essere inaugurata, ma è il personale a renderla davvero operativa», sottolinea il Nursing Up.
I dati più recenti di Agenas parlano di 781 Case di comunità con almeno un servizio attivo. Tuttavia, solo 204 risultano dotate della presenza medica conforme agli standard fissati dal DM 77 e appena 216 dispongono della presenza infermieristica prevista dalla normativa. Lo stesso monitoraggio evidenzia un fabbisogno ancora scoperto di oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri a tempo pieno. Numeri che, secondo il sindacato, confermano come il problema non sia soltanto quello di completare le strutture, ma soprattutto quello di renderle realmente funzionanti.
La situazione
Sono marcate le differenze tra le regioni italiane. Valle d’Aosta, Liguria, Alto Adige e Umbria risultano tra le realtà più avanzate, mentre la Sardegna ha già superato il target previsto, con 59 Case di comunità operative rispetto alle 50 programmate.
Più complesso, invece, il quadro nel Mezzogiorno. In Campania sono operative 98 strutture sulle 171 previste; in Puglia 42 sulle 78 programmate; in Calabria risultano completati i lavori in 48 delle 60 strutture previste.
Sicilia, nemmeno la metà operative
In Sicilia sono attive 54 Case di comunità sulle 146 programmate, mentre altre 27 strutture risultano ultimate ma ancora in attesa di entrare in funzione.
Per il Nursing Up il punto centrale della riforma rischia però di essere trascurato. Il DM 77 definisce infatti la Casa di comunità come un modello organizzativo multiprofessionale, nel quale operano in modo integrato medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità, specialisti ambulatoriali, professionisti sanitari, assistenti sociali e operatori sociosanitari.
L’infermiere di famiglia e comunità, in particolare, è individuato dal decreto come una figura chiave della nuova assistenza territoriale, chiamata a garantire la presa in carico dei pazienti, la continuità assistenziale, la gestione delle patologie croniche, la prevenzione e il collegamento tra ospedale e territorio, secondo uno standard di un infermiere ogni 3.000 abitanti.
«Nessuno mette in discussione il ruolo fondamentale dei medici – dichiara Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up – ma la politica continua a concentrarsi sugli edifici e su alcune figure professionali, mentre il vero banco di prova della riforma è costruire équipe complete. È questo il messaggio del DM 77».
Secondo De Palma: «Le Case di comunità non sono state pensate per funzionare grazie a una sola professione. Sono il luogo in cui medici, infermieri, professionisti sanitari e operatori sociosanitari lavorano insieme per garantire la presa in carico dei pazienti cronici, fragili e non autosufficienti. Se continua a mancare uno dei pilastri fondamentali dell’équipe, l’intero modello rischia di non raggiungere gli obiettivi per cui è nato».
Il sindacato richiama infine l’attenzione anche sul fabbisogno complessivo di personale previsto dalla Missione Salute del PNRR. Tra Case di comunità e Ospedali di comunità serviranno almeno 20 mila infermieri per garantire il funzionamento del nuovo modello assistenziale.
«Gli infermieri vengono formati in modo eccellente dalle nostre università – conclude De Palma – ma sempre più professionisti scelgono di lasciare il Servizio sanitario nazionale, lavorare all’estero o cambiare strada. La domanda è semplice: chi li convincerà a restare?».
La rivoluzione che non c’è
Doveva essere la grande rivoluzione della sanità territoriale. Il progetto destinato a cambiare il rapporto tra cittadini e sistema sanitario, alleggerendo gli ospedali e portando cure e assistenza più vicino alle persone. Ma, almeno allo stato attuale, le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità raccontano una storia diversa: quella di una riforma ancora incompleta, fatta di edifici, cantieri e grandi aspettative che faticano a trasformarsi in servizi concreti.
Il problema non è soltanto infrastrutturale. È soprattutto organizzativo. Senza professionisti, anche la struttura più moderna rischia di trasformarsi in un contenitore vuoto.
Molte strutture non sono ancora pienamente operative. In diversi casi i lavori sono ancora in corso, mentre altre attendono il completamento degli allestimenti o l’organizzazione dei servizi previsti dal decreto ministeriale.
Ma pesa anche la comunicazione. I cittadini, nella maggior parte dei casi, non hanno ancora compreso cosa sia realmente una Casa della Comunità. Una riforma così ambiziosa avrebbe richiesto una campagna informativa capillare. Invece la comunicazione istituzionale è rimasta debole e frammentata.
La sfida non è inaugurare edifici, ma renderli vivi.
Ostetrica di Comunità
L’ASP di Trapani accoglie con entusiasmo l’approvazione dell’emendamento parlamentare che istituisce l’Ostetrica di Comunità.
Un traguardo nazionale che vede l’azienda sanitaria trapanese muoversi in anticipo: l’ASP è infatti tra le prime realtà ad aver già attivato una rete capillare di questo servizio nelle proprie Case di Comunità.
L’Ostetrica di Comunità rappresenta un presidio essenziale per la tutela della salute delle donne, con servizi gratuiti e senza impegnativa: prevenzione oncologica, supporto alla maternità, assistenza post-partum e contrasto alla violenza.
Gli ambulatori sono già attivi a Partanna, Salemi, Castelvetrano, Mazara del Vallo, Marsala, Custonaci e Castellammare del Golfo.
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