Belorado, chiesti 12 anni per sette ex clarisse


Il soprannome delle monache dei cioccolatini racconta l’attività dolciaria che per anni ha sostenuto il monastero. Il fascicolo penale si muove altrove: assistenza alle consorelle anziane, potere interno alla comunità e amministrazione dei beni dopo lo strappo ecclesiale del 2024.

Avviso processuale: la richiesta di pena precede il giudizio. Le sette ex clarisse respingono le accuse e nessuna sentenza di condanna è stata emessa su questi addebiti.

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La richiesta di pena depositata a Bilbao

La cifra fissata dalla Procura spagnola e dall’accusa particolare è 12 anni per ciascuna imputata. Il processo riguarda sette ex clarisse; l’ottava religiosa uscita dall’inchiesta nella chiusura dell’istruttoria non entra nella richiesta di pena ora sul tavolo del giudice.


Le voci contestate riguardano l’abbandono delle cinque consorelle anziane, l’omissione di soccorso, le coazioni, il trattamento degradante e il versante patrimoniale indicato come amministrazione sleale e appropriazione indebita. La somma penale chiesta per ogni imputata dà la misura della gravità attribuita alle condotte.

Le cinque consorelle tra 87 e 101 anni

Le cinque religiose più anziane della comunità non avevano aderito alla rottura con Roma. Negli atti richiamati dal giudice compaiono profili personali distinti: deterioramento cognitivo lieve, moderato o severo, compromissione del linguaggio dopo un ictus e bisogno di assistenza continuativa.

La loro posizione pesa nella tesi dell’accusa perché incide sul consenso. Quando una persona fragile accetta una scelta comunitaria senza comprenderne pienamente i riflessi personali e patrimoniali, il consenso non basta più a chiudere il tema penale. Lì si saldano cisma, custodia quotidiana e ipotesi di pressione.

Orduña, 18 dicembre 2025

Il trasferimento delle anziane a Orduña avviene a fine luglio 2025, a ridosso della sentenza di sfratto dal monastero burgalese di Belorado. Il 18 dicembre 2025 la Guardia Civil entra nel monastero basco su disposizione del giudice di Bilbao e le cinque consorelle vengono portate all’ospedale di Basurto per accertamenti medici.

La cronologia separa il piano penale dal conflitto liturgico: l’intervento nasce dentro il fascicolo di tutela delle persone anziane. Quel giorno fissa il passaggio dalle liti su monasteri, obbedienza e possesso degli immobili a una domanda giudiziaria più severa: come erano trattate le religiose rimaste nella comunità riconosciuta dalla Chiesa.


Igiene, cure e consenso nel fascicolo

Il materiale forense richiamato nell’auto parla di assenza di igiene diffusa, cucina sporca, cibo in stato di conservazione dubbio, una cella con cani sul letto e residui organici. Vengono descritte anche una consorella seduta da sola sul water e un’altra allettata con stato fisico deteriorato.

Il versante medico non si ferma alle condizioni dei locali. Negli atti entra l’accesso sempre più limitato ai sanitari che seguivano le anziane in Castiglia e León, insieme al sospetto di modifiche autonome a terapie prescritte. L’accusa usa questi passaggi per sostenere che la custodia religiosa abbia assunto tratti incompatibili con il dovere di assistenza.

Dal Manifesto Católico alla scomunica

La frattura pubblica prende forma con il Manifesto Católico reso pubblico il 13 maggio 2024. Il testo rifiuta l’autorità del Papa e colloca il gruppo nell’orbita di Pablo de Rojas Sánchez-Franco, figura già scomunicata e indicata nelle cronache spagnole come falso vescovo.

Il 22 giugno 2024 l’arcivescovo di Burgos, Mario Iceta, comunica la scomunica delle dieci firmatarie e l’espulsione dalla vita consacrata. Le cinque consorelle anziane sono escluse da quel provvedimento ecclesiastico perché non avevano seguito il cisma; da questa separazione nasce la tensione tra chi abita il monastero e chi ne rivendica la continuità canonica.

Belorado, Orduña e Derio nel conflitto sui beni

Belorado comprende più di un edificio. Nella disputa compaiono anche Orduña e Derio, monasteri legati alla famiglia clarissa e al commissariamento pontificio. Le ex religiose hanno tentato di portare le comunità monastiche su un piano civile autonomo. La via è stata respinta dai giudici burgalesi.


La partita sugli immobili spiega il salto dal diritto canonico al tribunale civile. Una comunità contemplativa non dispone liberamente del monastero come fosse una società commerciale: i beni seguono regole ecclesiastiche, rappresentanza pontificia e regole proprie dell’ente religioso. Il rigetto della trasformazione in associazione civile ha tolto forza alla tesi di pieno controllo patrimoniale delle ex clarisse.

Pensioni e conti intestati nel versante economico

Il filone patrimoniale entra nel processo attraverso conti condivisi, pensioni delle consorelle anziane e movimenti bancari contestati. La Procura lega questi passaggi alla vulnerabilità delle religiose più fragili, perché il controllo della vita quotidiana avrebbe favorito anche il controllo sulle risorse.

La contestazione non riguarda una sola operazione isolata. Nel fascicolo pesa l’idea di una catena: accesso ai conti, influenza sulle titolari, uso delle somme per esigenze non riconducibili al sostegno delle anziane. Sarà il giudizio a stabilire se questa catena regga o se la difesa riuscirà a spezzarla con spiegazioni documentali.

Il soprannome dei cioccolatini

Il nome mediatico nasce dalla produzione artigianale di dolciumi che aveva reso riconoscibile il monastero. Quel soprannome aiuta il pubblico a riconoscere Belorado. Nel processo ha un peso laterale: i cioccolatini raccontano l’autosostentamento della comunità e non la materia delle accuse.

La distanza tra marchio dolciario e fascicolo penale va mantenuta netta. Da una parte c’è l’immagine quasi domestica di una comunità che vende prodotti da monastero; dall’altra c’è un’accusa che parla di anziane vulnerabili, condizioni igieniche, consenso alterato e denaro. Confondere i due piani riduce la gravità del caso.


La risposta delle imputate

Le sette ex clarisse respingono ogni addebito, si dichiarano “pienamente innocenti” e descrivono il processo come una “caccia alle streghe”. Nel loro comunicato rivendicano la scelta di fede compiuta nel 2024 e sostengono che la pressione giudiziaria ed ecclesiastica punti a spezzare la loro vita comunitaria.

La difesa pubblica poggia su negazione dei fatti e tesi persecutoria del conflitto. In aula servirà però un terreno meno simbolico: cartelle cliniche, accessi medici, movimenti bancari, testimonianze protette e documenti sulle decisioni prese dalle anziane. Il processo misurerà lì la distanza tra racconto religioso e responsabilità penale.

La sequenza che porta ai 12 anni richiesti

L’8 maggio 2024 le religiose firmano davanti al notaio la separazione dalla Chiesa cattolica conciliare; il 13 maggio diffondono il Manifesto Católico; il 22 giugno arriva il decreto di scomunica. A fine luglio 2025 le anziane vengono spostate a Orduña, il 18 dicembre entrano Guardia Civil e medici forensi.

Nel marzo 2026 le ex clarisse lasciano Belorado prima dell’esecuzione dello sfratto. A maggio il giudice di Bilbao chiude l’istruttoria per sette indagate e il 1 luglio Procura e accusa particolare chiedono 12 anni per ciascuna. La sequenza mostra perché il caso non ruota più solo attorno alla disobbedienza ecclesiale: il nucleo penale ora riguarda custodia, salute e patrimonio.

Il nucleo pubblico del caso

Il tracciato fattuale coincide nelle cronache di ANSA, RTVE, EFE, Europa Press, El País, Cadena SER, ACI Prensa e La Vanguardia: sette imputate, richiesta di 12 anni per ciascuna, cinque anziane tra 87 e 101 anni, sede istruttoria a Bilbao e origine ecclesiale nella rottura del 2024.


Le valutazioni emotive delle parti escono dal perimetro accertato. La parte accusatoria parla di abbandono e pressione su persone vulnerabili; le ex clarisse leggono il processo come punizione per la scelta religiosa. La sentenza dovrà decidere sui fatti penalmente contestati, non sulla simpatia pubblica per l’una o l’altra narrazione.


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 Junior Cristarella

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