La formula americana del 1° luglio ha aperto un capitolo diverso da una denuncia del trattato. Il comunicato dell’USTR afferma il mancato assenso degli Stati Uniti alla proroga nella forma attuale. Nello stesso atto mantiene in piedi l’accordo durante il confronto con Messico e Canada.
La portata legale è netta: nessuna preferenza tariffaria salta per il solo mancato rinnovo. Salta il conforto di una proroga lunga già firmata. Il mercato continua a vivere nel trattato, però con un calendario politico più corto.
Collegamento interno: questo sviluppo segue gli articoli pubblicati da Sbircia sul tavolo T-Mec di maggio e giugno. Il no americano alla proroga lunga introduce un fatto nuovo e modifica il peso della ronda del 20 luglio.
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La decisione degli Stati Uniti
Il 1° luglio 2026 la Free Trade Commission del USMCA si è riunita in formato virtuale per il riesame previsto dal sesto anniversario. Al termine del confronto gli Stati Uniti hanno negato la conferma scritta alla proroga di altri sedici anni. La mossa non chiude il mercato nordamericano. Interrompe la via automatica verso il 2042.
La posizione americana nasce da due accuse individuate da Washington: squilibri commerciali e insufficienza dell’accordo nel riportare produzione negli Stati Uniti. Reuters conferma la permanenza del trattato per dieci anni e la cadenza annuale degli esami fino alla scadenza, salvo intesa dei tre Paesi.
Articolo 34.7: il patto non cade nel 2026
Il testo dell’articolo 34.7 non disegna un precipizio. Prevede una durata iniziale di sedici anni, dal 1° luglio 2020 al 1° luglio 2036 e assegna al sesto anniversario la scelta sulla proroga. Con il no americano, la Commissione deve tornare ogni anno sullo stesso fascicolo.
La proroga resta accessibile prima della scadenza tramite conferma scritta dei capi di governo. L’uscita dal trattato segue un altro binario: l’articolo 34.6 richiede una notifica e sei mesi di attesa. Il 1° luglio ha prodotto una stretta sull’orizzonte negoziale, non lo spegnimento del trattato.
Il 20 luglio oltre il calendario
La settimana del 20 luglio arriva dopo due passaggi bilaterali già consumati: Città del Messico a fine maggio e Washington il 16-17 giugno. Il nuovo incontro riporta la trattativa nella capitale messicana con un compito più stretto. I negoziatori dovranno separare il calendario annuale dal pacchetto industriale che Washington vuole riscrivere.
Marcelo Ebrard ha presentato la data come il momento destinato ad abbassare l’incertezza. Il messaggio non promette un accordo chiuso. Indica una messa a fuoco per i mercati: modifiche circoscritte oppure pressione ripetuta ogni anno. ANSA ed El Economista collocano lo stesso passaggio al centro della posizione messicana.
Auto e origine: il capitolo più esposto
Il settore auto regge la pressione maggiore. La regola attuale del USMCA fissa il contenuto regionale degli autoveicoli al 75%, impone che almeno il 70% degli acquisti di acciaio e alluminio dei produttori provenga dal Nord America e aggiunge un requisito sulla quota lavoro fra il 40% e il 45% del veicolo qualificato, con soglia retributiva di 16 dollari l’ora.
Washington chiede più contenuto statunitense dentro il veicolo nordamericano. Nella trattativa è circolata una soglia Usa al 50% e un totale regionale all’82%. La risposta messicana difende la propria industria auto: regole troppo strette indebolirebbero stabilimenti che assemblano in Messico con componenti provenienti dai tre partner.
Dazi Section 232 fuori dal testo, dentro la trattativa
I dazi Section 232 non appartengono al testo del USMCA. Ebrard li tratta lo stesso come la variabile che altera il negoziato, perché colpiscono merci già inserite nelle catene regionali. In sede messicana il riferimento riguarda auto, acciaio e alluminio, con estensioni su altri prodotti industriali.
La frizione è più netta dell’etichetta giuridica. Un veicolo conforme al trattato perde margine quando una tariffa settoriale aggredisce la quota non statunitense. Per le case automobilistiche la prova di origine diventa parte del prezzo finale, non un documento da archiviare a spedizione conclusa.
La risposta messicana: produzione regionale
La linea messicana usa una leva offensiva: produrre di più nella regione. Città del Messico offre a Washington una replica industriale alla dipendenza da importazioni. Ebrard ha citato apparecchiature informatiche ed elettronica. Nel capitolo sanitario ha inserito penicillina e farmaci, con i semiconduttori come innesto manifatturiero ad alta intensità di capitale.
La proposta regge solo se Washington accetta che uno stabilimento messicano rafforzi l’autonomia nordamericana anziché sottrarre capacità produttiva agli Stati Uniti. Qui sta la partita politica del 20 luglio: stabilire quando il Messico agisce da piattaforma regionale e quando viene trattato come canale per merci extra-area.
Il Canada nel vincolo di firma
Ottawa non siede nella ronda bilaterale del 20 luglio e conserva la facoltà di chiudere o negare qualunque proroga trilaterale. Dominic LeBlanc ha confermato il sostegno canadese al rinnovo e ha ricordato che il patto resta pienamente in vigore fino al 2036, con proroga accessibile in qualunque momento per altri sedici anni.
Global Affairs Canada concentra la posizione canadese sui dazi settoriali applicati ad acciaio, alluminio, auto e legname. La convergenza con il Messico riguarda l’accesso preferenziale. La distanza emerge nel formato: Washington sta negoziando pezzi separati mentre il trattato richiede consenso dei tre governi.
La scala commerciale che spinge Washington
I numeri del 2025 spiegano la leva scelta da Washington. Lo scambio di merci tra Stati Uniti e Messico ammonta a 872,8 miliardi di dollari: 338 miliardi di esportazioni americane e 534,9 miliardi di importazioni dal Messico. Il disavanzo merci statunitense verso il partner meridionale raggiunge 196,9 miliardi.
Con il Canada la stessa categoria di scambi arriva a 719,5 miliardi: 336,5 miliardi di esportazioni americane e 383 miliardi di importazioni. Il saldo negativo statunitense è 46,4 miliardi. L’asimmetria orienta la pressione americana sul Messico, soprattutto dove nearshoring e catene uscite dalla Cina hanno gonfiato il flusso in ingresso negli Stati Uniti.
Contratti e origine: il lavoro delle imprese
Per le imprese l’effetto immediato non è doganale. Le preferenze del trattato restano in piedi. La parte che subisce una stretta è il calendario di investimento: invece di una proroga lunga già acquisita, gli stabilimenti lavorano con una scadenza al 2036 e con un esame politico ogni anno.
Contratti di fornitura e dichiarazioni dei produttori entrano nella trattativa interna alle aziende. Anche le distinte base acquisiscono peso negoziale. Chi produce in Messico per vendere negli Stati Uniti dovrà sapere quale quota nasce in Nord America e quale arriva da fuori area. Per l’auto, Washington aggiunge una richiesta più stretta sulla porzione statunitense.
Il riflesso per chi produce nella regione
La ricaduta tocca anche fornitori europei installati in Messico o collegati a stabilimenti statunitensi. Un componente italiano venduto a un assemblatore messicano entra nella contabilità di origine del bene finale. Se la quota regionale non regge, l’intero prodotto affronta costi o contestazioni.
Il 20 luglio riguarda la disciplina dei documenti che accompagnano ogni pezzo. Per i gruppi con magazzini, stampi o assemblaggio in Messico, la domanda commerciale diventa una domanda doganale: dove nasce il contenuto industriale che consente al prodotto di entrare negli Stati Uniti con trattamento preferenziale?
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Junior Cristarella
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