C’è un silenzio strisciante che attraversa i vicoli dei piccoli comuni dell’entroterra meridionale, un silenzio che rischia di inghiottire storie millenarie. Non si tratta di un’impressione suggestiva, ma di una realtà quantificabile: tra il 2001 e il 2023 il Sud ha perso circa 730mila residenti. Le proiezioni demografiche per il futuro, calcolate su uno scenario medio e tutt’altro che pessimistico, delineano una prospettiva ancora più drammatica: entro il 2080 il Sud potrebbe registrare una perdita di circa 8 milioni di abitanti. Una contrazione che colpirà in modo devastante le fasce più giovani della popolazione, configurando una vera e propria “estinzione naturale”.
L’errore più grave che l’Italia potrebbe commettere oggi è liquidare la crisi demografica del Mezzogiorno come una “questione meridionale” isolata. Lo spopolamento del Sud è, a tutti gli effetti, un’emergenza nazionale che mina la coesione dell’intero Paese.
I flussi migratori interni mostrano dinamiche complesse: oggi l’emigrazione non risparmia il Nord, da dove molti under 35 scelgono di trasferirsi all’estero. Nelle regioni settentrionali, il ricambio generazionale all’interno di uffici pubblici, scuole, tribunali, comuni e forze dell’ordine è ampiamente garantito dai giovani che arrivano dal Sud. Se questo bacino demografico si esaurisce a causa della denatalità e del vuoto generazionale, l’impatto si rifletterà direttamente sulla tenuta dei servizi e della macchina produttiva di città come Milano, Torino o Trieste. La desertificazione delle aree interne meridionali è il preludio a una crisi strutturale che colpirà l’intero sistema Paese. Lì si avverte di più e si vedono già adesso le conseguenze. Ma è un fenomeno che interessa anche le aree costiere e le città. Non è più possibile lasciare i sindaci, gli amministratori locali e il Terzo settore a gestire questa transizione in totale solitudine. Non perdiamo solo numeri, perdiamo laureati, energia, creatività e legami sociali. Abbandonare i territori significa infatti recidere le proprie radici, ma comporta anche un tracollo economico tangibile, dove tra l’altro interi patrimoni immobiliari e storici concentrati in comuni destinati all’abbandono perdono ogni valore.
Davanti a questo scenario segnato da denatalità, emigrazione e invecchiamento, abbiamo due strade: rassegnarci a un declino che sembra scritto o unire le forze per cambiare rotta, evitando di innescare una lotta fratricida tra territori in cui ognuno cerca di sottrarre persone all’altro.
In questo contesto si inserisce la campagna partecipativa Sud Vivo, promossa dalla Fondazione con il Sud in coerenza con gli obiettivi strategici del suo Piano triennale 2025-2027. L’iniziativa nasce con un duplice obiettivo politico e culturale: passare dalla narrazione dello sconforto a quella delle possibilità, ovvero ribaltare la narrazione dominante e attivare una rete concreta di esperienze per contrastare lo spopolamento attraverso la rigenerazione di comunità e territori.
Siamo consapevoli che si tratta di una sfida epocale e che non esistono ricette magiche per invertire la rotta, né soluzioni uniche applicabili dall’alto. Noi, anche attraverso campagna, proponiamo una chiave interpretativa basata su quattro pilastri interconnessi, pensati per trasformare il territorio in un luogo in cui sia possibile immaginare e pianificare il futuro.
- Nascere: ricostruire i servizi essenziali, il welfare e le opportunità professionali affinché la scelta di formare una famiglia e avere figli non si traduca in una rinuncia alla sicurezza economica o alla carriera.
- Rimanere: trasformare il restare in un diritto effettivo e in una scelta di libertà progettuale. Decidere di non partire non deve più essere percepito come un atto di eroismo solitario o una rassegnazione, ma come un’opportunità supportata dal contesto sociale.
- Ritornare: creare le condizioni ideali per attrarre chi è andato via, puntando su innovazione e servizi, sulla qualità della vita e su spazi in cui sia possibile mettere a frutto le competenze professionali acquisite altrove.
- Arrivare: apriamo i nostri comuni a nuovi abitanti, a chi viene da altre parti di Italia e dal mondo. L’accoglienza deve essere interpretata come una spinta economica, culturale e demografica capace di riportare vitalità laddove le culle sono rimaste vuote.
Queste quattro direttrici sono le stesse che guidano il bando sperimentale Riabitare il Sud, attraverso il quale la Fondazione ha spronato i piccoli comuni e il Terzo settore a collaborare e progettare insieme prospettive concrete di sviluppo locale, coinvolgendo 260 piccoli comuni e 200 enti di terzo settore e dando il via poche settimane fa a quattro co-progettazioni in altrettanti territori meridionali.
Come anticipato, occorre l’impegno di tutti. Il nucleo operativo di Sud Vivo risiede proprio nella sua natura partecipativa. L’obiettivo è superare il racconto del lamento sterile per dare visibilità alle storie di chi sta già reagendo sul campo: imprese di comunità, associazioni che riparano i legami sociali logorati, istituzioni virtuose e giovani che investono nei propri territori. Il futuro non è un destino già scritto, ma l’esito di scelte presenti. La campagna è aperta a tutti, e per questo invitiamo istituzioni, comuni, imprese, scuole, enti di Terzo settore ad aderire e a cittadini e giovani a raccontare “storie collettive” legate al nascere, restare, tornare, arrivare al Sud.
In particolare, enti, comuni e imprese sono invitati ad aderire formalmente alla campagna condividendo le proprie esperienze e le azioni concrete di rigenerazione urbana, economica e sociale già avviate al Sud. Associazioni e cittadini possono partecipare raccontando la propria “storia collettiva”. Non semplici biografie individuali, ma narrazioni di comunità legate ad almeno una delle quattro direttrici (nascere, restare, tornare, arrivare) che dimostrino come un filo rosso di cooperazione abbia permesso, anche nel piccolo, un reale cambio di rotta.
La campagna è stata lanciata ufficialmente con il Premio “Comune Vivo”, promosso dalla Fondazione con il Sud in collaborazione con ANCI e rivolto ai comuni italiani che stanno invertendo il trend dello spopolamento, ovvero, che promuovono la rigenerazione demografica delle comunità di riferimento secondo le quattro dimensioni del nascere, restare, tornare, arrivare. La cerimonia di premiazione si è svolta l’11 giugno a Roma durante il Forum PA, proprio per sottolineare la necessaria collaborazione pubblico-privato sociale davanti a questa grande sfida, premiando i comuni di Portomaggiore (Ferrara), Collevecchio (Rieti), Santa Maria del Cedro (Cosenza) e Castiadas (Cagliari).
Attualmente, oltre ai già citati, hanno aderito alla campagna come partner Acri, Assifero, CSVnet, Festival dell’Ospitalità, Fondazione Marea, Forum del Terzo Settore, Giffoni Film festival, Ied, Isola Catania, Premio letterario Energheia, Sos Innovazione, condividendo le iniziative e le azioni messe in campo per invertire la rotta, che saranno diffuse attraverso la campagna stessa.
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Anna Spena
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