È l’ultimo commissario tecnico ad aver portato la Nazionale italiana ai Mondiali di calcio, nel 2014 – e si è dimesso subito dopo l’eliminazione, a differenza di un paio di suoi successori… fMa Cesare Prandelli è anche da sempre un uomo impegnato nel mondo del volontariato e della solidarietà. In questa intervista a Economy, Prandelli avverte: il declino del calcio italiano dipende anche dalla perdita della dimensione comunitaria e solidaristica.
Cesare Prandelli, ex calciatore, allenatore, commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio, oggi CT della Nazionale italiana non profit. Com’è nata questa nuova avventura?
Ho avuto la fortuna di conoscere il presidente Angelo Fasola, che mi ha prospettato questa opportunità, e ho accettato senza condizioni. Abbiamo fatto un evento a Milano, che è andato molto bene, organizzeremo altri appuntamenti. Tante volte basta poco per avere la capacità e anche l’opportunità di essere solidale con questi progetti.
Qual è più in generale il suo rapporto con il mondo del non profit, del volontariato, della solidarietà?
Nasce da quando sono ragazzino. Sono nato in una casa di Orzinuovi, in provincia di Brescia. Scavalcavo il muretto ed ero all’oratorio, dove c’era Don Vanni che mi faceva fare il chierichetto. Poi ho fatto il boy scout, già a 13-14 anni partecipavo ad eventi con persone che avevano bisogno di qualcosa, tipo la pulizia del giardino, o la raccolta di qualcosa. Mi piaceva l’idea di aggregare le persone per un bene comune. Tutte le volte che mi hanno proposto qualche iniziativa, con il tempo disponibile, ho accettato con entusiasmo. Perché poi alla fine più che dare, si riceve. Perché quando si è con tante persone, tutti portano la loro storia, la loro vita, e a volte si sentono racconti che fanno riflettere nel profondo.
Ci racconta qualcuna di queste esperienze?
Ho fatto il testimonial per tanti anni a Firenze per l’Associazione tumori Toscana. In quei tre o quattro eventi durante l’anno c’erano persone i cui racconti ti facevano capire l’importanza della vita. Non tanto della prospettiva, ma della vita in sé. Poi ho conosciuto a Firenze questo personaggio che è diventato un carissimo amico, Paolo Bacciotti, che ha creato la fondazione Tommasino Bacciotti. Ha perso un figlio piccolo per un tumore al cervello contro cui purtroppo non ha potuto fare nulla. Ma è stato capace di trasformare questo dolore in una grande energia, talmente contagiosa che è riuscito in tanti anni ad arrivare a 29 appartamenti a disposizione gratuita delle famiglie che accompagnano i bambini malati di tumore al cervello all’Ospedale Pediatrico Meyer. È veramente un uomo fantastico, sono onorato di essere suo amico.
Lei da allenatore e CT ha un po’ incarnato i valori della solidarietà. Secondo lei li si riesce a portare anche al mondo del calcio?
Assolutamente sì. È quel che abbiamo fatto il 13 novembre 2011 quando abbiamo portato gli azzurri a inaugurare un campo di calcetto a Rizziconi, in Calabria, su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta, su invito di Don Ciotti a me e all’allora presidente della Figc Giancarlo Abete. Ci disse che volevano ridare questo campetto ai bambini perché non sognavano più, e accettammo. I ragazzi ne furono entusiasti, molti erano già genitori e fortunatamente viviamo ancora in un mondo dove c’è tanta sensibilità. Dopo l’aereo facemmo 70 km in pullman, prima di arrivare c’era quel cameratismo che c’è sempre in una squadra, si ride, si scherza. Poi man mano che si avvicinava a questo campo ricostruito con queste tribune con tanti bambini, hanno cominciato a parlare meno, a riflettere: avevano capito l’importanza della nostra presenza.
Fare squadra è importante nel mondo del volontariato così come in quello del calcio: ma secondo lei c’è ancora ai nostri giorni questo spirito?
Secondo me sì, dipende tutto dalla sensibilità dei dirigenti, dei protagonisti, ma soprattutto dai comportamenti, perché è questo che li qualifica, non tanto le parole. Il calcio non è solo un gioco, io ho iniziato ad allenare presto e l’allora presidente dell’Atalanta, Cesare Bortolotti, e il padre Achille mi dissero: ricordati che è importante il calcio, ma anche che questi ragazzi che escono dal nostro settore giovanile dell’Atalanta capiscano l’importanza della solidarietà, devono trasmettere anche questo valore. Non tutti hanno la fortuna di diventare dei campioni, però possono avere la fortuna di vivere in un ambiente dove imparano quali sono i valori importanti della vita.
Lei ha conosciuto tanti campioni di calcio, ce n’è uno che ha avuto una vicenda nel campo della solidarietà che ricorda in modo particolare?
Tanti, in silenzio, hanno agito. Tre campioni del mondo hanno fatto delle cose straordinarie per una bambina che aveva bisogno di aiuto, senza proclamare nulla, non faccio i nomi per rispetto della loro scelta.
Lei è stato l’ultimo CT che ha portato la nazionale italiana ai mondiali: perché il calcio italiano è regredito così tanto?
Quanto tempo abbiamo? (Ride) Non c’è un singolo responsabile, la società è cambiata molto velocemente. Ad esempio gli oratori sono chiusi, a volte per problemi di assicurazione, perché se si fanno male i bambini, i genitori poi si lamentano. Ma tutti ci siamo fatti male all’oratorio… Oggi poi per giocare a calcio devi pagare, ci sono tante scuole calcio, anche giustamente le cose vanno avanti. Ma forse la svolta potrebbe venire dal tornare a mettere al centro di tutto il bambino, e non tanto gli interessi. Bisognerebbe cambiare anche qualche metodologia di insegnamento. Tanti anni fa ormai noi bambini guardavamo Novantesimo minuto la domenica per vedere i gesti tecnici dei campioni, e poi andavamo all’oratorio a sfidare l’amico a imitare Rivera, Mazzola: il gesto tecnico era protagonista. In questi anni forse siamo diventati troppo bravi a livello tattico, ma meno bravi a dare la possibilità ai talenti di crescere. Il talento ha bisogno di libertà, di spazio, di creare lui l’evento. Purtroppo magari tanti allenatori dei piccoli pensano di essere loro i protagonisti: no, il protagonista è sempre il bambino. Quando il bambino ti fa un gesto, decide di fare una cosa in campo e tu subito gli dici: non va bene!, allora invece di farlo crescere lo blocchi.
Quindi bisogna tornare ad allenare la tecnica e dare meno enfasi alla tattica?
Bisogna assolutamente eliminare la tattica, vietarla fino ai 13-14 anni, per quanto mi riguarda, e anche le classifiche. Devono divertirsi, e quei bambini che hanno la capacità, l’idea, la voglia di fare qualcosa di diverso rispetto agli altri, devono essere lasciati liberi di stupire. Altrimenti possiamo avere un buon livello, sono tutti bravi a fare il loro compito, però nella difficoltà della partita se si deve fare qualcosa di diverso, siamo in difficoltà.
Forse il calcio, e non solo quello, in Italia ha perso questa dimensione comunitaria, solidaristica?
Assolutamente sì. Come dicevano i Bortolotti, il calcio deve trasmettere valori, anche da parte di chi non diventa professionista, ma magari allenatore di ragazzi a sua volta. Più in generale, mi ricordo quando da bambino uscivo dalla porticina di casa per andare a scuola. Facevo quattro vie, ma ogni 30 metri c’era una signora che mi chiedeva: tutto bene a casa, la mamma è guarita, il papà sta bene? Se hai bisogno di qualcosa, dillo! Non c’erano i telefonini, c’era solo questa solidarietà, il contatto umano, il desiderio di dire: se avete bisogno, ci sono. Secondo me basta poco.
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Riccardo Venturi
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