Intelligenza artificiale, il report Onu scuote i governi: “Sviluppo troppo veloce, servono regole”. I rischi per la scuola e la società


C’è una corsa invisibile in atto e, al momento, le nostre istituzioni faticano a tenere il ritmo. Non è uno scenario fantascientifico, ma una realtà documentata nero su bianco dalle Nazioni Unite.

Il 1° luglio 2026 è stato svelato il primo Preliminary Report sull’intelligenza artificiale.


Il documento nasce dal lavoro di quaranta scienziati ed esperti di spicco, chiamati a valutare le immense opportunità e i crescenti rischi di questi nuovi sistemi in totale indipendenza. Questo sforzo conoscitivo servirà a gettare basi solide per il UN Global Dialogue on AI Governance, in programma a Ginevra il 6 e 7 luglio, dove i governi del mondo si siederanno attorno a un tavolo per affrontare i risultati.

Tra i professionisti coinvolti spicca anche un pezzo di Italia con l’informatico Silvio Savarese, docente alla Stanford University. L’analisi del panel indipendente restituisce un quadro in chiaro-scuro, mostrando i vantaggi straordinari che potremmo trarre nel campo della medicina o dell’agricoltura, avvertendo contemporaneamente sui pericoli che stanno già trasformando le nostre vite.

Le macchine che imparano a decidere

Il nodo centrale sollevato dagli esperti è la vertiginosa velocità di sviluppo dei software. Stiamo rapidamente entrando in una fase in cui i programmi diventano degli agenti operativi. La cosiddetta intelligenza artificiale agentica va ben oltre la banale risposta testuale a una nostra domanda, arrivando a prendere decisioni, navigare sul web e usare altri software con una supervisione umana minima.

Questo salto tecnologico lascia indietro chi dovrebbe dettare le regole. I governi si trovano costantemente a rincorrere macchine sempre più complesse, capaci di aggirare i normali processi normativi a causa della loro rapida evoluzione. A rendere il quadro ancora più delicato è il monopolio delle risorse necessarie per farle funzionare. Elementi indispensabili come la potenza di calcolo e le capacità ingegneristiche sono concentrate nelle mani di pochissimi attori e aziende globali.

Sulla gravità di questo disallineamento è intervenuto direttamente il co-presidente del gruppo di lavoro internazionale. Yoshua Bengio ha difatti affermato: “Le capacità dell’AI stanno superando sia la comprensione scientifica sia la capacità dei governi di adattarsi. Con l’aumentare delle prove relative a comportamenti ingannevoli da parte dell’IA, la scienza non è attualmente in grado di garantire che, man mano che le capacità continuano ad aumentare, l’AI non causi danni catastrofici, sia autonomamente sia a causa di utenti malintenzionati”.


Minacce sociali e divario linguistico

L’esclusione sociale è un altro prezzo che l’umanità sta iniziando a pagare. I modelli più avanzati operano quasi esclusivamente in inglese, ignorando la ricchezza di migliaia di altre lingue. Questa cecità progettuale crea un enorme rischio di dipendenza e discriminazione per il Sud del mondo, limitando l’accesso a servizi essenziali come le diagnosi sanitarie automatizzate.

Spostando lo sguardo sulla nostra quotidianità, l’impatto sulla convivenza civile è già tangibile. La diffusione incontrollata di deepfake e contenuti generati artificialmente sta attaccando la nostra fiducia nel panorama informativo; risulta sempre più difficile distinguere un’immagine autentica da una falsificata, con conseguenze dirette sulla tenuta dei sistemi democratici e sui processi elettorali.

I ricercatori denunciano inoltre minacce apparentemente invisibili rivolte alle fasce più fragili: il rapporto evidenzia un aumento drammatico di materiale pedopornografico generato dai computer e pericoli legati all’abuso dei chatbot di compagnia. Assecondando costantemente le idee dell’utente, questi software creano dipendenza e in diverse occasioni documentate hanno incoraggiato l’isolamento o persino assecondato comportamenti autolesionisti.

La scuola in trincea

L’istruzione si trova nel mezzo di questo uragano digitale. Le aule ospitano una generazione che ha già metabolizzato i nuovi strumenti, spesso muovendosi senza una guida strutturata. Tra gli studenti europei delle scuole secondarie, il 74% ritiene che l’IA sarà cruciale per la propria carriera lavorativa. Nello studio domestico, il 56% dei ragazzi utilizza gli algoritmi per cercare informazioni, mentre il 31% vi fa ricorso per ottenere le soluzioni complete dei compiti.

Le istituzioni faticano tuttavia a stabilire confini chiari in tempi brevi. Ad oggi solo il 38% delle scuole ha fissato direttive precise, contro un 16% che ha optato drasticamente per il divieto assoluto. Questo scollamento non sfugge agli alunni, con appena il 44% dei giovani che considera i propri docenti adeguatamente preparati per affrontare la transizione. Senza regole certe e risposte adeguate, il rischio di disaffezione sale, tanto che quasi la metà degli studenti (il 48%) perde rapidamente interesse per la didattica scolastica se i corsi ignorano le loro nuove aspettative tecnologiche.


Il report illustra un vasto esperimento sul campo condotto in Turchia nel 2025, che ha coinvolto circa mille studenti delle scuole superiori alle prese con la matematica. L’uso di un assistente virtuale senza restrizioni ha portato a un miglioramento temporaneo delle prestazioni del 48%, innescando tuttavia una grave illusione di competenza: i ragazzi risolvevano la pratica immediata degli esercizi, ma non riuscivano a interiorizzare i concetti a lungo termine.

Le dinamiche di apprendimento si sono ribaltate completamente quando l’istituto ha adottato un tutoraggio protetto, basato su suggerimenti e ragionamenti passo dopo passo. In questo caso guidato, il successo a breve termine è balzato al 127%, riuscendo a fissare le conoscenze in modo stabile e duraturo. La differenza la fa quindi sempre il fattore umano e la preparazione dei docenti, ma la strada è in salita: nel 2024 solo un terzo dei professori usava l’IA, e tra loro appena il 40% possedeva una formazione specifica in merito. Formare chi siede in cattedra rimane l’investimento più logico e urgente per proteggere lo sviluppo cognitivo dei nostri studenti.


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 Giuseppina Bonadies

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