La 35° edizione del Reykjavík Arts Festival in Islanda


La presentazione del Festival è avvenuta il 30 maggio 2026 alla sede Hafnarhús dell’Art Museum, conclusa da una parata di giovani musicisti che guidano il pubblico alla piazza davanti ad Harpa, l’auditorium in vetro colorato ispirato al paesaggio basaltico dell’Islanda. Nella stessa piazza aspettano altre tre orchestre che, durante la presentazione del Festival, sono in giro per la capitale. I cinquecento giovani delle quattro orchestre scolastiche della città mettono così in scena la prima mondiale di Loftvægi, una composizione dai toni classici ed epici, vagamente wagneriana, ma dilatata nel tempo, del musicista islandese Samúel Jón Samúelsson. Quattro orchestre che si alternano, collaborano, per inscenare una performance tecnicamente non ineccepibile, ma d’impatto. Il gruppo è forza, il movimento è collaborazione, la performance è corale.

Il pubblico segue l’orchestra verso Harpa

La 35° edizione del Reykjavík Arts Festival tra relazioni, fantasia e natura

In effetti, il tema della 35° edizione del festival è “come mettersi in contatto attraverso l’arte”, anche grazie alla partecipazione di artisti dall’Ucraina e dal Ruanda. Come in quasi tutti i festival islandesi, però, è sempre garantito il ruolo principale agli artisti locali. Nell’arcipelago di Vestmannaeyjar, per esempio, il festival musicale Þjóðhátíð si conclude sempre con la performance di uno dei 4414 residenti, accompagnato dai circa 16000 partecipanti. È insomma tradizione islandese. Ritornando al festival in corso a Reykjavik, terminato il 14 giugno, l’estetica del catalogo è frutto della sovrapposizione e della giustapposizione tra natura e immaginazione, dove la geometria essenziale e naturale diventa fluorescente, rimandando alla natura dell’isola, dove i colori di strutture ricche di basalto, ferro, zolfo e silicio, vengono controbilanciati da alghe luminescenti o dai “ghiacci arcobaleno”, pezzi di ghiacciai che, quando rotti, sembrano avere dentro un arcobaleno. Forse non per caso, il logo del festival ricorda questo fenomeno fisico che, secondo i locali, è comune solo in Islanda.

Danza e coreografia al Reykjavík Arts Festival

Salta il primo giorno per le condizioni meteorologiche, ma viene poi eseguita il giorno successivo The Air Between Us, una danza tra la coreografa neozelandese Chloe Loftus e l’artista belga Florent Devlesaver. Ballano insieme, supportati da una terza persona che, a lato, alza e abbassa le funi di Chloe e di Florent, un uomo in sedia a rotelle. “Questa danza aerea unica nel suo genere esplora la nostra innata capacità di vivere in armonia simbiotica, gli uni con gli altri e con l’ambiente che ci circonda”, scrive l’organizzazione del festival.


Il Reykjavík Arts Festival tra arte, natura e… incomprensioni

Poco dopo inaugura una serra che, ricoperta di muschio ed erba, denti di leone e acetosella, profuma di cerfoglio e betulla, ma anche di “sporco”. Sei artisti hanno collaborato a questo progetto, che diffonde l’essenza olfattiva del festival nel centro della capitale islandese. Ma l’arte non è sempre facile da capire e, il giorno dopo, i residenti del centro chiamano i vigili del fuoco, che intervengono e, per una decina di minuti, pensano di rompere il vetro, per evitare eventuali incendi. La serra comunque rimane, ancora oggi, nel centro di Reykjavik. Solo con vapori meno densi. La prima giornata porta gli appassionati d’arte alla National Gallery of Iceland, per l’apertura del dialogo tra Björk, che ha presentato in questa sede, in anteprima mondiale, tre nuove canzoni con i rispettivi video, e James Merry, l’unico artista non islandese protagonista di questo sabato primaverile.

La mostra di James Merry a Reykjavík

Metamorphlings è la prima retrospettiva dedicata all’artista britannico ora residente in Islanda, con oltre 80 opere in mostra. Nell’ultimo decennio, Merry ha sviluppato una serie di maschere, che ricordano film di fantascienza o culture orientali, per lo più cinesi e giapponesi. “La maschera è intesa come veicolo di trasformazione, catalizzatore della performance e portale attraverso cui lidentità può mutare. La mostra si concentra sul momento della metamorfosi, in cui forma e identità sono in continuo mutamento”, si legge nel comunicato stampa. Merry è diventato noto ai più proprio per la collaborazione di lunga data con Björk.

In attesa del nuovo album di Björk

La musicista islandese ha presentato due “brani elegiaci” composti in onore di sua madre, morta di recente, e un nuovo brano del prossimo album [in uscita nel 2027, ndr]. Ancestress è un “lamento” messo in scena in una remota valle islandese del nord, dove la madre di Björk andava a raccogliere erbe. “My skull is my cathedral” – “Il mio cranio è la mia cattedrale” –: inizia così la composizione proiettata nella sala principale del museo. Sorrowful Soil è invece “un requiem in cui melodie simili a canoni si intrecciano tra tre gruppi di cantanti in una struttura policorale”. Trenta altoparlanti trasmettono ciascuno una voce del coro Hamrahlíð, diretto da Þorgerður Ingólfsdóttir, direttrice di coro islandese. La composizione parla ancora una volta di radici, di passato e della madre di Björk.

La proiezione del video di
La proiezione del video di “Sorrowful Soil” di Björk

Le collaborazioni di Björk

Il video è ambientato in una valle del Paese dove un vulcano erutta alle spalle della cantante che, in un vestito tra il blu e il viola che sembra un iris, indossa anche una maschera di James Merry. La cantante sessantenne inizia intonando “into sorrowful soil” – “in un terreno desolato” – e finisce dicendo alla madre “you did well”, ringraziandola per quello che ha fatto. Nonostante la semplicità dell’inizio e della fine, non mancano esempi delle trovate linguistiche di Björk (esempio: “geological mortuary”, “mortuario geologico“). Nell’ultima composizione Nerve Bloom, parte del nuovo album, ripete “I bow” (“mi inchino”). Il video, frutto della collaborazione con la pittrice Natalia Kleszczewska e l’animatrice Natalie Liv, presenta l’estetica del nuovo album, nel quale la tecnologia, e soprattutto l’intelligenza artificiale, dovrebbe diventare centrale.

L’atmosfera “glocal” al Reykjavík Arts Festival

Il pubblico della prima giornata del festival è variegato: partecipano spesso intere famiglie islandesi, o gruppetti di nonni con nipoti. Alla vernice, non mancano poi gli artisti locali e amici, una piccola comunità variegata, questa volta non strettamente islandese. La giornata d’apertura si conclude proprio con una festa queer. Il festival poi continua con un totale di 1300 artisti coinvolti, in tutti i musei e le gallerie della città, vertendo sui due musei d’arte contemporanea e su Harpa che, forse non per caso, si trova davanti all’edificio che ospita sia il Ministero della Cultura che il Ministero degli Affari esteri.


Il valore dell’arte a Reykjavík

Se la natura diventa ispirazione per l’arte e l’arte diventa naturale nel senso di parte del panorama della città, il dialogo continua anche in altri modi: soprattutto tra generazioni. Il festival centra così l’obiettivo di riunire le persone intorno all’arte e usarla come strumento per rendere l’Islanda ancora più rilevante a livello internazionale, nonostante i discorsi in islandese e la presenza marginale della stampa internazionale. Questa 35° edizione è comunque un esempio di metodo e di collaborazione.

Sergio Matalucci

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