Fuori dall’aula, 23 eventi estremi al giorno. Dentro, 141 enti consortili che approvano un nuovo statuto, firmano un protocollo con la Protezione Civile e presentano 7,3 miliardi di progetti cantierabili in attesa di autorizzazione. La distanza tra quello che l’Italia sa fare e quello che riesce a fare in tempo utile si misura in centimetri: quelli che il lago Albano perde ogni settimana.
L’Italia ha i progetti. Ha i Consorzi. Ha i fondi (1,6 miliardi di PNRR già assegnati). E da oggi ha persino un protocollo per condividere i dati prima che arrivi l’alluvione. Quello che non ha ancora è un quadro normativo capace di trasformare tutto questo in opere nei tempi che il clima impone. L’assemblea di Roma dei Consorzi di Bonifica oggi ha messo il dito esattamente lì. (Leggi qui: Assemblea ANBI: il Lazio porta i laghi che si svuotano e i canali che tengono).
I numeri con la testa dura
I numeri hanno la testa dura: 23 eventi estremi al giorno nel solo mese di giugno, più del doppio dello stesso periodo dell’anno precedente. Settecento tra violenti temporali, grandinate, tornado e tempeste di fulmini in trenta giorni. Danni diretti e indiretti all’agricoltura italiana per oltre 20 miliardi di euro negli ultimi quattro anni. Un quarto del territorio nazionale a rischio desertificazione.
In questo scenario, l’Assemblea nazionale dei Consorzi di Bonifica e Irrigazione che si è aperta oggi a Roma non è stata un convegno di settore. È la sede in cui una parte dell’Italia che lavora (quella che gestisce 231.000 chilometri di canali, 23.000 opere idrauliche, 3.000 impianti idrovori) si è ritrovata per dire, con la precisione dei numeri, che il problema dell’acqua non è un’emergenza: è una condizione permanente che richiede una risposta strutturale.
Quando lo statuto diventa un atto politico
La prima decisione dell’assemblea è stata la revisione dello statuto associativo. I 141 enti consortili aderenti hanno approvato un testo aggiornato che incorpora concetti oggi centrali nell’azione consortile: gestione sostenibile delle risorse idriche, adattamento climatico, mitigazione del rischio idrogeologico, uso circolare dell’acqua, soluzioni basate sulla natura, transizione ecologica e digitale.
Si tratta di un passaggio che, in apparenza tecnico, ha una valenza che va oltre la terminologia. Quando un’associazione che rappresenta i gestori del territorio riscrive il proprio statuto per includervi la biodiversità, la parità di genere, la trasparenza e la responsabilità sociale, sta descrivendo un cambiamento di identità: non più semplici gestori di canali e fossi, ma rete strategica nazionale nella lotta alla siccità, alla desertificazione, all’erosione costiera.
Il presidente Francesco Vincenzi lo ha detto con una formula che vale più di un discorso programmatico: un riconoscimento che proietta il sistema consortile al centro delle politiche ambientali, idriche e di sviluppo rurale degli anni futuri. Il direttore generale Massimo Gargano ha aggiunto che si tratta di «uno statuto del Terzo Millennio, un atto fondativo rinnovato».
Quando si riscrive lo statuto con questa ambizione, si sta scommettendo su un ruolo futuro che ancora non è stato formalmente assegnato. È un gesto di fiducia preventiva.
La firma che cambia il metodo
Il momento più significativo della giornata è stato però un altro: la firma del Protocollo d’Intesa tra il Dipartimento della Protezione Civile, ANBI, l’Autorità di Bacino dell’Appennino Centrale e quella dell’Appennino Settentrionale. A siglarlo: Fabio Ciciliano per la Protezione Civile, Francesco Vincenzi per ANBI, Marco Casini e Gaia Checcucci per le due Autorità di bacino.
Il protocollo istituisce un coordinamento stabile tra pianificazione di bacino, presidio territoriale, monitoraggio, adattamento climatico e pianificazione di protezione civile. Prevede scambio di dati, interoperabilità, studi idrologici e geomorfologici condivisi, gemelli digitali distrettuali, applicazioni di intelligenza artificiale, simulazioni di scenario.
Detto così, sembra un inventario di tecnologie. Il punto politico è un altro: per la prima volta, i soggetti che gestiscono il territorio quotidianamente — i Consorzi di Bonifica — e quelli che gestiscono le emergenze — la Protezione Civile — si dotano di un sistema comune di lettura dei rischi. Non si aspetta che l’alluvione arrivi per coordinarsi: si costruisce la conoscenza preventiva che consente di anticiparla.
È la differenza, che Gargano ha sintetizzato in modo diretto, tra un quadro normativo capace di «accelerare la trasformazione delle progettualità in opere» e il sistema attuale, in cui le idee ci sono, i progetti ci sono, ma i tempi burocratici divorano gli anni in cui i cambiamenti climatici accelerano.
I numeri che pesano
L’assemblea è anche l’occasione per misurare con precisione il punto in cui si trova il sistema consortile nel ciclo degli investimenti pubblici. I Consorzi di Bonifica sono soggetti attuatori di 258 interventi finanziati nell’ambito del PNRR per un valore complessivo di circa 1,6 miliardi di euro. Obiettivi: efficientamento delle reti irrigue, contenimento delle perdite, risparmio della risorsa idrica, produzione di energia rinnovabile.
Ma il dato più rilevante viene dall’ultima finestra del PNIISSI: i Consorzi hanno presentato progetti per 7,3 miliardi di euro, in larga parte dotati di livelli avanzati di progettazione e immediatamente cantierabili. Sette miliardi e trecento milioni di interventi che potrebbero partire, se il quadro normativo consentisse di farlo con la velocità che la situazione richiede. È qui che Gargano ha identificato il nodo: non mancano le competenze, non mancano i progetti, non mancano le risorse. Manca un sistema normativo capace di tradurre le progettualità in opere nei tempi richiesti da un clima che cambia più in fretta delle autorizzazioni.
La proposta di legge presentata insieme al CNEL per consentire alle Regioni di stabilire convenzioni con i Consorzi per la manutenzione della rete fluviale è esattamente questo: un tentativo di colmare lo scarto tra la velocità della crisi e la lentezza del sistema.
Il Lazio nell’assemblea: una delegazione e una storia
Il Lazio era presente oggi con tutti i presidenti dei propri Consorzi di Bonifica: Lino Conti per il Lazio Sud Ovest di Latina, Gianluca Pezzotti per l’Etruria Meridionale e Sabina di Viterbo e Rieti, Niccolò Sacchetti per il Litorale Nord di Roma, Daniele Pili (neo commissario) per i Consorzi della provincia di Frosinone. Con i direttori Tullio Corbo, Vincenzo Gregori, Aurelio Tagliaboschi e Andrea Renna, anche in qualità di direttore di ANBI Lazio.
La delegazione laziale non si presentava con le mani vuote. Negli ultimi mesi la Regione ha costruito un percorso che l’assemblea nazionale può leggere come un caso di studio. I Consorzi del Frusinate hanno operato in campo per tutta la stagione più difficile — i fossi ad Anagni e Ferentino, la rete irrigua sotto pressione da mesi — mentre il lago Albano perdeva 64 centimetri in due anni e quello di Nemi seguiva la stessa traiettoria. Il confronto promosso da AUBAC ad Ariccia, con Regione, Città Metropolitana, ACEA ATO2, Parco Regionale dei Castelli Romani e comuni interessati, aveva già messo a fuoco la dimensione strutturale del problema e prodotto impegni concreti: risorse garantite dall’assessore Giancarlo Righini, attenzione confermata dall’assessore Manuela Rinaldi.
Il Lazio, in altri termini, si è presentato a Roma avendo già fatto il lavoro che l’assemblea chiedeva di fare a livello nazionale: coordinamento tra soggetti istituzionali diversi, presidio territoriale costante, risorse investite prima dell’emergenza. (Leggi qui: Il Po sotto i 350 metri cubi al secondo. E in Ciociaria i Consorzi già lavorano).
Ed una parentesi speciale per Anbi Lazio si apre al termine del confronto tra il presidente nazionale di Anbi Francesco Vincenzi ed il Direttore Generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo. La apre l’assessore regionale Giancarlo Righini che sale sul palco per dire che il Lazio con Anbi Lazio è un caso di eccellenza: per efficienza, capacità, professionalità, rapidità di esecuzione e di interventi. Viene fatto salire sul palco il DG Andrea Renna.
Il paradosso del ciclo breve
C’è una tensione, nella giornata di oggi. L’assemblea discute di adattamento climatico come sfida strutturale dei prossimi decenni. Fuori dall’aula, la Coldiretti certifica che solo in giugno si sono verificati in Italia più di 700 eventi estremi. I Consorzi gestiscono reti che, come ha detto Gargano, stanno diventando «pensanti e parlanti» grazie alla digitalizzazione in corso con Almaviva Bluebit. Ma i tempi della burocrazia restano quelli di un’Italia che non ha ancora aggiornato il proprio sistema normativo alla velocità del cambiamento che deve governare.
Il paradosso è questo: i soggetti che hanno la competenza, la struttura organizzativa e la presenza capillare per rispondere alla crisi idrica sono già in campo. I 258 interventi PNRR procedono, i 7,3 miliardi di progetti cantierabili aspettano, la rete dei Consorzi lavora ogni giorno in condizioni sempre più difficili. Quello che ancora manca è la decisione politica di mettere la questione dell’acqua al centro dell’agenda con la stessa urgenza con cui l’ha messa il ciclone africano di questi giorni.
L’assemblea di domani, con la seconda giornata di lavori, avrà modo di indicare se quella decisione è vicina o ancora lontana. I laghi Albano e Nemi, nel frattempo, continuano a scendere.
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