Roma, lunedì 29 giugno 2026, ore 11:58 CEST. L’episodio supera la galleria isolata. Majdal Zoun è un tassello della linea che separa il negoziato firmato a Washington dalla realtà militare del sud libanese: lì Israele mantiene reparti, Hezbollah conserva strutture armate e Beirut deve dimostrare che le Forze armate libanesi sapranno riprendere il controllo delle aree concordate.
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Il sito demolito sotto Majdal Zoun
La struttura distrutta si trovava nell’area del villaggio di Majdal Zoun, nel settore meridionale libanese. Le misure comunicate dall’esercito israeliano indicano un tracciato di oltre 200 metri e una profondità superiore a 25 metri. Dentro erano presenti armi, esplosivi, componenti per velivoli senza pilota e vani destinati al deposito o alla permanenza dei miliziani.
La presenza di pozzi di lancio orientati verso Israele spiega la natura militare attribuita al sito. Un deposito sotterraneo di armi resta un bersaglio logistico; un impianto con uscite di lancio diventa parte della catena di tiro. La differenza incide sul modo in cui Israele giustifica la permanenza nella zona di sicurezza dopo la firma del testo di Washington.
La demolizione preparata dall’interno
La distruzione è stata eseguita come demolizione controllata. I reparti israeliani avevano già preso controllo del sito nei giorni precedenti, lo avevano ispezionato e predisposto alla demolizione. Nella catena operativa compaiono la 551ª Brigata, l’unità del genio Yahalom e il comando della 91ª Divisione.
La scelta della demolizione controllata segnala un impianto costruito per resistere a un attacco dall’alto. Una galleria profonda più di 25 metri richiede esplosivi collocati nei punti di cedimento, messa in sicurezza del perimetro e calcolo dell’onda d’urto. Per i villaggi vicini la detonazione è stata avvertita su un’area ampia, con segnalazioni locali di tremori e fiamme nell’area.
Armi, droni e pozzi di lancio
Il materiale indicato dentro il tunnel supera il profilo di un deposito di munizioni sottoterra. La combinazione fra droni smontati, componenti aeronautici, testate, esplosivi e pozzi di lancio descrive una struttura pensata per assemblare, custodire e far partire sistemi d’attacco senza esporli alla sorveglianza aerea.
L’attribuzione israeliana alla tecnologia iraniana pesa sul dossier regionale. Un tunnel con standard da infrastruttura militare avanzata collega il fronte libanese alla filiera di competenze che Israele attribuisce a Teheran. Nel linguaggio dell’IDF il sito veniva classificato come piattaforma di attacco sotto un villaggio abitato.
L’avviso a Washington prima dell’esplosione
Israele ha comunicato l’operazione agli Stati Uniti e al rappresentante americano in Libano prima della demolizione. Il passaggio non è formale: Washington ha appena sostenuto l’intesa firmata da Israele e Libano, con ritiro israeliano legato allo smantellamento delle strutture armate non statali e al compito delle Forze armate libanesi.
Sbircia la Notizia aveva già documentato il testo in 14 punti firmato a Washington. La demolizione di Majdal Zoun arriva subito dopo quel testo e lo mette alla prova nella parte più esposta: Israele rivendica libertà d’azione finché considera aperta la minaccia, il Libano deve evitare che la sovranità resti una clausola diplomatica senza controllo reale sul territorio.
Le zone pilota dopo il tunnel
Il documento di Washington assegna alle Forze armate libanesi la sicurezza di aree pilota e lega l’uscita progressiva dell’IDF allo smantellamento delle infrastrutture dei gruppi armati non statali. Majdal Zoun entra in quel meccanismo come misuratore reale della sequenza: prima il sito viene distrutto da Israele, poi resta da capire chi presidia l’area e con quale autorità.
Nel pezzo sulle truppe israeliane nel sud del Libano avevamo separato la zona di sicurezza israeliana dalle aree affidate a Beirut. La demolizione conferma quella divisione: la tregua ferma il fuoco solo quando i soggetti armati accettano le stesse regole, la presenza dei reparti israeliani resta agganciata alla valutazione della minaccia.
La risposta di Hezbollah
Hezbollah ha definito gli attacchi israeliani una violazione del cessate il fuoco e ha rivendicato il diritto a difendere il Libano. La frase arriva dopo una notte segnata dalla demolizione di Majdal Zoun e da altri attacchi nel sud, con Nabatieh tornata al centro delle segnalazioni locali.
La replica della milizia serve anche al fronte interno libanese. Se Hezbollah accetta la narrativa israeliana dello smantellamento, perde terreno davanti alla richiesta di disarmo. Se risponde militarmente, consegna a Israele l’argomento per prolungare la permanenza nella fascia meridionale. La leva della milizia resta stretta fra sovranità rivendicata e prezzo di una nuova escalation.
Berri porta la tensione dentro Beirut
La demolizione arriva nel giorno in cui Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese e alleato storico di Hezbollah, respinge l’accordo mediato dagli Stati Uniti e lo descrive come imposizione. Il suo messaggio non riguarda solo Israele. Colpisce il governo libanese che ha scelto il canale aperto con Washington e Tel Aviv nonostante l’opposizione della milizia sciita.
La disputa libanese si concentra sul rapporto fra ritiro israeliano e disarmo. Il presidente Joseph Aoun e il premier Nawaf Salam hanno sostenuto una linea che restituisca allo Stato il monopolio delle armi; Hezbollah e Amal vedono nella sequenza un tentativo di separare il Libano dall’asse iraniano. Majdal Zoun diventa così una detonazione militare e politica nello stesso giorno.
Il richiamo alla Risoluzione 1701
Il sud del Libano resta legato alla Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza ONU, che dopo la guerra del 2006 aveva previsto il ritiro israeliano e l’assenza di armi non appartenenti al governo libanese o a UNIFIL nell’area a sud del Litani. Ogni struttura Hezbollah sotto un villaggio ricade nel conflitto fra norma internazionale e potere armato locale.
Il problema politico nasce dalla simultaneità richiesta dalla risoluzione: Israele deve uscire dal territorio libanese e le armi non statali devono sparire dalla fascia. Nel 2026 nessuna delle due condizioni è pienamente realizzata. Israele presidia una zona di sicurezza, Hezbollah conserva capacità sotterranee e l’esercito libanese deve entrare in aree dove l’autorità statale non è mai stata esclusiva.
La misura reale della demolizione
Oltre 200 metri di galleria non raccontano da soli il peso del sito. La struttura vale per la funzione: deposito, assemblaggio, permanenza, lancio. Ogni funzione aggiunge una capacità diversa alla milizia e richiede una risposta diversa da chi vuole rimuoverla dal sud.
La demolizione lascia aperto il problema delle armi nel Libano meridionale. Mette però a nudo il parametro con cui Israele selezionerà i prossimi bersagli: postazioni visibili, lanciatori già impiegati e infrastrutture profonde che collegano villaggi, droni e catena di comando. Beirut dovrà dimostrare di poter impedire il rifacimento di nodi simili nelle aree affidate alle LAF.
Misure e località confermate
Le misure del tunnel, la località di Majdal Zoun e l’avviso a Washington coincidono con IDF e ANSA. La stessa base fattuale compare nelle cronache di Reuters, Times of Israel, Ynet, L’Orient Today e Jerusalem Post.
Il nucleo confermato resta netto: luogo, dimensioni minime, presenza di armi, pozzi di lancio, avviso agli Stati Uniti e collegamento con il negoziato del 26 giugno.
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Junior Cristarella
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