110 milioni di miliardi di km


La mappa riguarda i filamenti sotterranei, le ife, prodotti dai funghi micorrizici arbuscolari che vivono agganciati alle radici. Il risultato ridimensiona la geografia biologica del pianeta: una massa sottile, nascosta nel primo suolo, governa scambi di carbonio e nutrienti su scala continentale.

Scala della stima: i numeri si riferiscono ai primi 15 cm di suolo terrestre vegetato. Il profilo profondo non entra nel totale globale.

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Il numero senza equivoci: 1,10×10^17 km

La cifra principale è 1,10 ± 0,13×10^17 chilometri di ife vive nel primo strato dei suoli vegetati. In forma leggibile equivale a 110 milioni di miliardi di chilometri. La resa anglofona 110 quadrillion km crea facilmente confusione in italiano, dove il termine quadrilione rimanda alla scala lunga; la notazione scientifica elimina l’ambiguità.

Rapportata alla distanza media Terra-Sole, pari a 149,6 milioni di km, la lunghezza corrisponde a circa 735 milioni di unità astronomiche. L’espressione giornalistica del miliardo descrive l’ordine di grandezza, non un conteggio astronomico puntuale.

Il perimetro biologico: ife AM agganciate alle radici

Il calcolo riguarda i funghi micorrizici arbuscolari, un gruppo che costruisce simbiosi con circa il 70% delle specie vegetali terrestri. La pianta cede carbonio ricavato dalla fotosintesi; il fungo estende nel terreno tubi cellulari sottilissimi che veicolano acqua e nutrienti verso la radice.

La struttura misurata è il micelio extraradicale. Le ife sono cellule tubolari, prive di setti trasversali quando vive, chiuse alle estremità in crescita e capaci di sostenere flussi bidirezionali di carbonio, fosforo e azoto tra ospite vegetale e fungo.

La banca di misure: 16.000 carote e 100 ecoregioni

Il lavoro ha raccolto oltre 4.000 quantificazioni di densità ifale derivate da più di 16.000 carote di suolo. Il materiale copre 9 dei 14 biomi vegetati e 100 delle 846 ecoregioni terrestri, con 1.874 campioni di campo geolocalizzati usati per la stima spaziale.

Gli esperimenti in vaso, 2.136 campioni, sono serviti per confrontare identità delle piante e dei funghi; l’atlante spaziale invece si basa sui campioni di campo. Le misure sono state portate alla stessa unità, metri di ifa per centimetro cubo di suolo, così il confronto fra prateria, foresta, deserto e coltivo entra nello stesso calcolo.

Dalla carota al chilometro quadrato

La proiezione globale usa algoritmi Random Forest su griglia di circa 1 km². Nel calcolo entrano clima, chimica del suolo e copertura vegetale; neve permanente, ghiacci, aree quasi nude e zone urbane dense sono escluse perché non offrono il tipo di vegetazione ospite necessario alla simbiosi AM.

Le stime vengono integrate nei primi 15 cm, profondità mediana dei campioni. Una relazione di decadimento indica una densità dimezzata intorno a 47 cm, con intervallo 37,8-56,2 cm. Le osservazioni oltre i 50 cm sono appena circa il 2% dell’insieme: per il profilo profondo gli autori non sommano chilometri al totale globale.

Il robot che pesa le ife

La massa non nasce da una conversione generica lunghezza-peso. Per stimarla sono state acquisite oltre 300.000 misure di larghezza su cinque ceppi appartenenti a tre specie diffuse: Rhizophagus clarus, Rhizophagus irregularis e Rhizophagus sp. isolate 165. Il raggio medio delle ife vive impiegato nella stima è 2,7 ± 0,2 micrometri.

La biomassa vivente delle ife AM nel primo suolo arriva così a circa 300 ± 60 megatonnellate di carbonio, pari in media a 1,7 ± 0,5 tonnellate di carbonio per km². La scelta di misurare il raggio ha un peso enorme: nel calcolo del volume il raggio entra al quadrato, variazioni micrometriche cambiano la massa finale.

Praterie e steppe concentrano la massa

La densità più alta emerge nelle praterie selvatiche, nelle steppe e nelle zone umide erbacee. Everglades in Florida, Sudd del Sud Sudan e altopiano tibetano compaiono tra le aree a maggiore densità prevista; la mappa segnala anche Flint Hills Prairie, puna andina e ambienti aridi del Kalahari sopra la soglia di 5 metri di ife per centimetro cubo in varie ecoregioni.

La mappa ribalta l’intuizione legata alla vegetazione visibile. Le foreste tropicali hanno produttività aerea enorme; le praterie montane mostrano densità ifale AM circa 39% superiori rispetto alle foreste tropicali umide. La spiegazione fisica sta nelle radici fini delle erbacee e nella maggiore quota di carbonio assegnata ai simbionti micorrizici.

Suoli coltivati: densità sotto i suoli selvatici

Nei campioni di campo, la densità ifale nei suoli coltivati risulta 47,3% più bassa rispetto ai suoli non coltivati, con intervallo 30,8-77,2%. L’effetto si lega a meccanismi agronomici noti: lavorazioni che spezzano le reti; eccessi di fosforo e azoto che abbassano lo scambio di carbonio verso i funghi, impiego di fungicidi.

La perdita stimata non distribuisce lo stesso peso su ogni bioma. Le riduzioni previste risultano maggiori nelle foreste tropicali secche a latifoglie, con -22,4% ± 3,7%; nei deserti con arbusteti xerici, con -19,3% ± 4,9%. Nel boreale, dove molte piante native sono ectomicorriziche, l’introduzione di colture AM altera il segnale rispetto agli altri ambienti.

Carbonio in transito verso il suolo

Ogni anno dalle piante ai funghi AM passano circa 1 miliardo di tonnellate di carbonio pari a circa 3,9-4 miliardi di tonnellate di CO2e. Il valore indica carbonio allocato ai funghi e trasferito nel sistema sotterraneo, mentre la frazione stabilizzata a lungo termine dipende da necromassa, da essudati e da legame con minerali del suolo.

Quando le ife muoiono lasciano frammenti organici che entrano nella necromassa fungina; durante la crescita emettono composti ricchi di carbonio. Una parte di questo materiale si associa ai minerali e resta nel suolo per tempi lunghi; il tasso di ricambio delle ife AM rimane una misura ancora rada nelle campagne di campionamento.

Incertezza: dove la mappa chiede nuovi campioni

La stima ha un coefficiente medio globale di variazione dell’11,8%. Le aree con incertezza più alta sono deserti, tundra e foreste temperate a latifoglie, cioè zone dove i campioni storici sono radi o distribuiti male rispetto alla varietà ambientale.

L’aspetto meno intuitivo riguarda i protocolli. Profondità del prelievo, volume della carota e intensità di campionamento spiegano meno variazione rispetto a clima e vegetazione. La mappa segnala così dove mandare squadre di campo prima di usare le stime come base per tutela delle praterie o gestione del suolo agricolo.

Dal laboratorio scolastico alla griglia mondiale

La dimensione planetaria dialoga con un filone già seguito da Sbircia la Notizia: il progetto RootNet premiato a Mad for Science 2026 lavorava su micorrize autoctone, scarti agricoli e risposta delle piante agli stress climatici. Qui cambia la scala: dalle prove scolastiche su suolo e radici si passa a una griglia mondiale che assegna alle reti AM un ruolo misurabile nella gestione del carbonio e della fertilità.


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 Junior Cristarella

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