Essere radicati nel futuro. Non un ossimoro, ma una sfida che riguarda tutti: immaginare il domani e quindi costruirlo, seguendo interessi, aspirazioni e obiettivi delineati con chiarezza. Un lavoro necessario per creare opportunità e valorizzare talenti, da effettuare a più livelli: programmazione istituzionale, pianificazione aziendale e presa di consapevolezza da parte dei giovani grazie a percorsi di orientamento e mentoring.
È attorno a questa urgenza – anzi, opportunità – che si è articolato “Progettare futuro”, il festival organizzato a Siracusa da Fondazione Ortygia impresa sociale per festeggiare i 10 anni di attività. Un’occasione per riflettere su responsabilità e strategie per offrire ai giovani del Sud Italia gli strumenti per interrogarsi, comprendere i criteri di scelta, i percorsi di vita.
Una giornata di lavori divisa in due atti. Al mattino, i workshop “Conosci te stesso” – un laboratorio per i ragazzini dai 12 ai 14 anni dedicato ai temi dell’energia e della sostenibilità – e “Una mentor mi ha detto…” – un momento di confronto con studentesse universitarie e giovani professioniste riguardo a orientamento, lavoro e costruzione del proprio percorso di vita in un contesto come quello del Sud – hanno tradotto in pratica queste ambizioni, dando voce e protagonismo direttamente ai ragazzi, mentre il pomeriggio è stato momento di confronto tra esperti riguardo a buone pratiche da implementare e complessità da superare.

L’emorragia di talenti: come trattenerli?
Secondo Giampiero Reale, presidente di Confindustria Siracusa, al Sud manca un vero “diritto a restare”, cioè i giovani sono costretti a emigrare al Nord o all’estero perché mancano le condizioni sociali, economiche e lavorative che incentivino a rimanere nella propria terra. Se è vero che il problema della fuga dei talenti riguarda tutto il Paese, ha sottolineato Reale, al Nord l’emorragia verso l’estero è parzialmente compensata dalla migrazione interna. Il Sud, invece, non ha flussi che colmino l’emigrazione di giovani diplomati e laureati, con un danno economico enorme. «È stato calcolato che il costo della formazione fatta al Sud e poi dispersa altrove è di otto miliardi di euro». Le ragioni di questa “fuga”, ha detto Reale, non sono da ricercarsi solo nella maggiore offerta di lavoro e nello stipendio, ma anche nel desiderio di un ambiente culturale e sociale più equo e coinvolgente. Motivo per cui, per un’azienda siciliana, creare un ambiente di lavoro stimolante deve significare, innanzitutto, permettere le condizioni di rimanere in Sicilia.


Il ruolo delle aziende: progettare i mestieri di domani
Il tema riguarda tutta Italia e, secondo Giorgio Colombo, vicepresidente Human Resources e Ict del gruppo Edison, a farsene carico devono essere soprattutto le aziende. I temi, ha detto, sono due: da un lato, bisogna ritornare a far amare ai giovani il lavoro, ascoltando le loro aspettative e i loro sogni; dall’altro, bisogna aiutarli a capire che cosa vorranno fare e che cosa vorranno trovare come offerta di vita e di lavoro. «È qui che vengono in gioco le aziende, perché nessuno a parte loro può immaginare e “progettare” i mestieri che abiteranno il mercato del lavoro fra tre, cinque o 10 anni», ha puntualizzato Colombo. «Sono le imprese che hanno questa responsabilità».
Molto, in questo senso, passa anche dalla comunicazione. Il settore manifatturiero affronta una forte carenza di manodopera. Il problema, ha rilevato Valentina Scaramuzza, Public affairs manager di Sonatrach raffineria italiana, è che spesso i giovani non conoscono il mondo dell’industria: «Sanno quello che vedono, per esempio camini e serbatoi, ma non immaginano le persone, le risorse, le competenze e la tecnologia che ci sono dietro». Nella sua azienda, che produce e commercia petrolio, c’è, per esempio, una forte domanda e presenza di laureati in materie non Stem, eppure di primo acchito uno non lo penserebbe. Per questo, «il nostro dovere, come aziende, è quello di trasmettere queste opportunità creando ponti con la scuola e l’università. Dobbiamo fare in modo che i ragazzi siano consapevoli delle possibilità che ci sono, altrimenti andranno sprecate».
Il mentoring va messo a “sistema”
Dal canto loro, i giovani hanno bisogno di essere accompagnati per capire non solo cosa vogliono fare ma, soprattutto, chi vogliono diventare. Un percorso che, per essere efficace, deve essere misurato nel suo impatto. È il caso dei programmi di mentoring promossi da Fondazione Ortygia, i cui risultati preliminari – valutati dall’Università di Napoli Federico II – sono stati presentati durante il festival. I numeri restituiscono un quadro positivo: il programma Yep (Young women empowerment), dedicato a studentesse universitarie, mostra evidenze preliminari di un impatto favorevole sul percorso di studio e sull’orientamento professionale e che le partecipanti registrano risultati accademici migliori, sono più vicine alla laurea e si dimostrano più attive e preparate nell’accesso al mercato del lavoro. Il programma My future buddy, invece, dedicato all’orientamento e al mentoring per i ragazzi degli istituti superiori, ha rilevato nei beneficiari un aumento dell’ottimismo sulle proprie prospettive future e una migliore conoscenza delle opportunità post-diploma e segnali incoraggianti di rafforzamento delle competenze socio-emotive.
Per funzionare su larga scala e sul lungo periodo, le strategie aziendali e i programmi di orientamento devono inserirsi in una cornice istituzionale chiara. Non tanto nei suoi elementi concreti, quanto nella direzione in cui si vuole andare. A chiarirlo è stata Lucrezia Reichlin, fondatrice e presidente di Fondazione Ortygia: «Queste esperienze pilota possono fare la differenza solo se vengono accompagnate da politiche pubbliche adeguate e da un territorio capace, nei suoi diversi attori, di farle proprie. Altrimenti rischiano di restare iniziative isolate».


A farle eco, Andrea Gavosto, direttore di Fondazione Agnelli, che ha sottolineato come gli elementi favoriti dall’orientamento – fiducia, ottimismo, autoconsapevolezza – siano scarsamente tenuti in considerazione dalle politiche che riguardano i giovani. Eppure, l’orientamento sarebbe fondamentale: «I dati ci dicono che il tasso di abbandono universitario al primo anno è ancora il più alto fra i Paesi avanzati, il 20%, quindi vuol dire che la scelta dell’università non è avvenuta in maniera adeguata». Ma la mancanza di un accompagnamento vero, secondo Gavosto, si rileva già alla fine delle scuole medie: «Il cosiddetto “consiglio orientativo” che viene dato dalle scuole ai ragazzi alla fine della terza media molto spesso non è nulla di più di una traduzione della pagella» e di una presentazione delle varie scuole superiori. «È profondamente sbagliato», ha detto Gavosto, puntualizzando come l’orientamento sia, piuttosto, la capacità di far emergere aspirazioni e interessi dei ragazzi e non un dire loro «sei più o meno bravo».
Oltre la scuola: l’urgenza di una comunità educante
Un cambio di paradigma che, ha aggiunto Francesco Profumo, vicepresidente del Comitato di indirizzo strategico del Fondo per la Repubblica Digitale, deve essere favorito innanzitutto dal ministero, perché spesso le scuole «non hanno le competenze adatte» a farlo. Per Profumo, la ricetta per trasformare l’orientamento da insieme di consigli teorici a percorso pratico di formazione è prevedere momenti didattici affidati da figure aziendali esperte. Persone che sappiano «insegnare un mestiere», che aiutino i ragazzi a essere più pronti quando si affacceranno sul mercato del lavoro. Un grande problema, secondo Profumo, è che «moltissimi giovani non sanno assolutamente che esistono alcuni mestieri, perché sempre di più i titoli dei corsi di laurea non sono più identificabili con una professione precisa».
Non tutto, però, può arrivare dallo Stato: serve fare rete tra enti pubblici, aziende e Terzo settore. Serve, cioè, costruire una «comunità educante», come ha ribadito Stefano Consiglio, presidente di Fondazione Con il Sud. Anche perché l’orientamento e lo sviluppo di percorsi virtuosi non bastano ad annullare le disuguaglianze: «Soprattutto al Sud, ci sono tantissimi bambini e ragazzi che a scuola proprio non ci vanno, quindi con loro non si può parlare di orientamento». La sfida, ha detto Consiglio, è attivare reti sul territorio che sappiano immaginare dei «giochi a somma positiva», fuori dalla logica della competizione.
Perché l’obiettivo non è trattenere i giovani a tutti i costi, ma creare in loro desiderio e possibilità di restare. Proprio per questo, Fondazione Ortygia continuerà a puntare sui programmi Yep e My future buddy. Una prospettiva che Lucrezia Reichlin ha sintetizzato così: «Senza competenze non c’è futuro. Senza fiducia, i giovani non restano. Ecco perché il futuro del Mezzogiorno dipende dal suo capitale umano: investire sulle persone significa attivare uno sviluppo che nasce dai territori e li rafforza».
Per maggiori informazioni, consultare il sito https://www.ortygiabs.org/it.
Le foto sono di Fondazione Ortygia impresa sociale
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Francesco Crippa
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