E mentre la Calabria brucia, mentre i Pronto soccorso esplodono e per una visita o un esame bisogna emigrare fuori regione oppure attendere tempi biblici, mentre la Corte dei Conti smonta la narrazione di Calderoli, Occhiuto e del Governo sul commissariamento della sanità, mentre i dati sulla fuga dei giovani assumono contorni sempre più drammatici, l’imperatore Robertino si diletta ad organizzare una conferenza romana per pochi intimi con nientemeno che Tony West, global chief legal officer e numero due di Uber. E ancora non contento si fa filmare mentre chiama “sfigati” i suoi avversari lodandosi e imbrodandosi da solo biascicando e farfugliando addirittura in terza persona. E sticazzi! Avrebbero detto a Roma e non solo…
Ormai i problemi della Calabria sembrano questioni troppo provincialotte per chi ama muoversi da leader di caratura nazionale. Ma che dico nazionale… ormai siamo a livello “americano”! Del resto, i suoi riferimenti politici e culturali sembrano essere sempre più quelli dei salotti romani/milanesi e sempre meno quelli delle piazze calabresi. Ridotte al rango di “sfigati” al confronto con tale… coglione!
Occhiuto, ormai, in Cittadella si vede una volta al mese, quando va bene. Non risponde al telefono, ai messaggi, alle richieste di incontro. Non risponde ai calabresi, siano essi politici, amministratori o semplici cittadini. Risponde soltanto a chi chiama da Roma in su.
La sensazione diffusa è che abbia progressivamente perso interesse per la gestione quotidiana della Regione. Forse perché la nave fa acqua da troppe parti e affrontare i problemi richiederebbe presenza, ascolto e assunzione di responsabilità. Molto più semplice e comodo evitare il confronto e “sparare” reel. Chi da mesi attende l’annunciato allargamento della Giunta regionale sbotta senza troppi giri di parole: «Ma che si è ricandidato a fare? Non poteva andarsene direttamente a Roma invece di restare qui a fare il filosofo latitante e a rompere i…?».
Il malcontento è ormai palpabile. Tutti scalpitano, tutti sono insoddisfatti. Eppure lo scorso agosto Robertino aveva promesso un cambio di passo. Aveva promesso ascolto, apertura, dialogo. Aveva ammesso errori e assicurato che avrebbe rimediato. Parole che avevano conquistato molti di quei peones che hanno riempito le sue liste elettorali e sostenuto il suo progetto politico. Come sempre accade per gli Occhiuto, però, alle parole non sono seguiti i fatti.
Oggi il giudizio che serpeggia tra molti dei suoi sostenitori è impietoso: promesse dimenticate, porte chiuse e totale disinteresse verso chi lo ha accompagnato nel percorso politico. L’unica cosa che sembra contare davvero è il cerchio magico che lo circonda. Incarichi, consulenze e opportunità continuano a essere distribuiti all’interno di una ristretta cerchia di fedelissimi, quasi sempre con lo sguardo rivolto più a Roma che alla Calabria. E viene spontaneo chiedersi: perché?
Non serve essere grandi analisti per comprendere che il troppo scaltro Robertino stia lavorando a una rapida e improcrastinabile exit strategy. Ha capito che in Calabria il vento non sta proprio cambiando. Troppe inchieste, troppi scandali, troppi fallimenti amministrativi si stanno accumulando. La propaganda che per anni ha funzionato come una cortina fumogena si sta sciogliendo come neve al sole. Nemmeno i reel della supponente segretaria vicentina Veronica Rigoni funzionano più. Anzi, a dirla tutta stanno diventando un boomerang: sputa in cielo e gli ritorna in faccia per chi non capisce l’occhiutese…
Altro che presidente più amato d’Italia. Provate a chiedere ai calabresi cosa pensano realmente di lui e dei suoi compari. Ma non fermatevi agli elettori: chiedetelo anche ai suoi alleati e persino a molti dirigenti del suo stesso partito. Le definizioni ricorrenti sono sempre le stesse: uomo solo al comando, presuntuoso, permaloso, vendicativo. Uno che, alla fine, ha deluso praticamente tutti. E soprattutto uno che appare sempre più pronto a lasciare la Calabria dopo aver collezionato una lunga serie di risultati ben lontani dalle aspettative che lui stesso aveva alimentato.
Nel frattempo Robertino frequenta i salotti buoni e si dedica a battaglie che poco hanno a che vedere con i problemi concreti dei calabresi. Diffida l’ARERA. Propone alla Meloni l’abolizione del bollo auto. Interviene sui diritti delle comunità LGBT. Si schiera contro la remigrazione. Addirittura ha deciso di trasformarsi nell’ariete anti-Vannacci, quel generale che probabilmente nemmeno lo considera un interlocutore politico e che, semmai, potrebbe rappresentare la pietra tombale dell’attuale leadership di Salvini e di una certa stagione del centrodestra.
Le elezioni politiche si avvicinano. Si potrebbe votare già nella primavera del 2027 e, dalle parti del cerchio magico, i motori sembrano già rombare. Perché, si sa, prima ancora di parlare di programmi bisogna sistemare gli amici degli amici. E così, secondo i bene informati, la Calabria rischia di trasformarsi nell’ennesima terra di conquista per candidature calate dall’alto. Ma non da quel Tajani ormai segretario nazionale solo sulla carta.
In cima alla lista dei possibili “paracadutati” c’è il compare Claudio Lotito, che qualcuno sostiene non riesca più a trovare particolare ospitalità elettorale né in Molise né nel Lazio. E poi Matilde Siracusano, la first lady delle sconfitte siciliane, destinata secondo molti a occupare uno dei primissimi posti alla Camera. Anche lei, raccontano i retroscenisti, non particolarmente gradita né in Sicilia né nelle altre regioni del Sud dove avrebbe tentato di ritagliarsi uno spazio politico.
Ma non basta. Perché bisognerà trovare posto anche ai fedelissimi del sistema. Si parla della sorella di Cannizzaro, al secolo Sabina, perché evidentemente Ciccio Bummino deve finire di sistemare tutta la razza sua… E si parla anche di Emanuele Ionà, il re delle auto blu, da molti considerato uno degli uomini più vicini al cerchio magico di Occhiuto, presenza costante nelle dinamiche del potere che conta e quindi super-campione di lecchinaggio.
Insomma, la competizione per le candidature promette scintille. E il paradosso è che, nel risiko delle poltrone, potrebbero restare fuori persino pezzi da novanta della politica regionale. Giuseppe Mangialavori, uscente, racconta in giro di non volersi più candidare. Si fanno i nomi di Gianluca Gallo, il recordman delle preferenze, e addirittura di Andrea Gentile, il “re dei ricorsi”, figlioccio politico di Morcavallo e ultimo erede di una delle dinastie più longeve della politica calabrese, quella dei Cinghiali di Cosenza. Due che fino a qualche tempo fa sembravano avere un posto assicurato, ma che oggi osservano la partita da una posizione molto meno comoda. E c’è da giurare che non siano proprio… fan di Occhiuto.
E poi ci sono quelli che, a detta di molti, sarebbero ormai definitivamente fuori dai giochi: Tonino Daffinà e Sergio Ferrari. Due nomi scomodi e bruciati che un tempo aspiravano ad una candidatura utile e che oggi guardano a un futuro assai più incerto.
Nel frattempo, mentre il cerchio magico discute candidature e sistemazioni future, la Calabria continua ad attendere risposte sui problemi veri. E forse è proprio questo il punto che più irrita i calabresi: vedere una classe dirigente già proiettata alla prossima elezioni quando molti dei nodi della legislatura attuale restano ancora drammaticamente irrisolti.
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