“Pathos Formulas”: la mostra di IED che parte da Aby Warburg per riflettere sugli archivi


Pathos Formulas colpisce innanzitutto per il materiale che fornisce a chi vi entra in contatto. Un piccolo archivio da portare con sé, composto da fogli sciolti, eleganti nella loro essenzialità, progettati come una pubblicazione in divenire: ogni progetto una scheda, ogni scheda un frammento di pensiero da sfogliare, sovrapporre, ricomporre, insieme a una mappa per orientarsi tra le opere in mostra. Una scelta grafica raffinata, firmata dallo studente Alejandro Dominguez, che rivela immediatamente il cuore del progetto.

Francesca Gavin. Courtesy Ied Firenze. Photo Casati e Andolcetti

“Pathos Formulas”: la mostra di IED che riflette sull’archivio

“Pathos Formulas”, il progetto espositivo curato da Francesca Gavin per IED all’ex Teatro dell’Oriuolo di Firenze, è anzitutto unariflessione sull’archivio. Il pensiero di Aby Warburg, storico dell’arte e della cultura tedesco da cui il progetto prende spunto, ruota intorno all’idea che le immagini non siano mai immobili né definitivamente appartenenti al passato, ma continuino ad attraversare le epoche, a trasformarsi e a riaffiorare assumendo nuovi significati. Con il suo Atlante Mnemosyne, Warburg costruì un archivio visivo in movimento, fatto di rimandi, analogie e ritorni, mostrando come nessuna immagine esista davvero in modo isolato. In questo senso, il suo pensiero appare oggi straordinariamente attuale.

Pathos Formulas. Courtesy Ied Firenze. Photo Casati e Andolcetti
Pathos Formulas. Courtesy Ied Firenze. Photo Casati e Andolcetti

Il ruolo dell’archivio nel mondo contemporaneo

E oggi, forse, non esiste tema più contemporaneo. Viviamo immersi negli archivi. Collezioniamo immagini, le ricombiniamo, le trasformiamo. La moda si alimenta di ritorni, il digitale conserva tutto, l’intelligenza artificiale genera nuove visioni partendo da ciò che già esiste. Il presente sembra aver perso l’ossessione per il nuovo per scoprire quella, forse ancora più affascinante, della sopravvivenza delle immagini. È esattamente qui che il pensiero di Aby Warburg torna a parlarci. Ed è su questo che Francesca Gavin ha voluto far riflettere il gruppo di lavoro. Storica dell’arte, critica, editor e curatrice internazionale, Gavin utilizza Warburg come una lente per osservare il presente. La sua Pathosformel — quella sopravvivenza di gesti, emozioni e forme visive che attraversano i secoli — diventa uno strumento per interrogare una generazione cresciuta nell’epoca delle immagini infinite. E Firenze, città profondamente intrecciata alla vicenda intellettuale di Warburg, diventa il luogo ideale per questa riflessione.

La voce degli studenti di IED per “Pathos Formulas”

In questo caso, Gavin si è confrontata con diciassette studenti provenienti da tutti i campus del Gruppo IED — Firenze, Milano, Roma, Torino, Cagliari, Barcellona, Madrid, Bilbao e Como — molti dei quali non si erano mai incontrati prima. È questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: la relazione, come sottolinea Benedetta Lenzi, direttrice IED Firenze: “Relazione tra persone, tra discipline, tra memoria e futuro”. Per cinque mesi gli studenti hanno lavorato insieme, spesso a distanza, imparando a uscire dal proprio seminato, contaminandosi a vicenda. Fashion designer insieme a fotografi, stylist insieme a illustratori, sound designer insieme e graphic designer. Non una semplice collaborazione, ma un vero dialogo di linguaggi. Ed è proprio la contaminazione, sostiene Gavin, a produrre le cose più interessanti. Così la moda non è il punto di arrivo, ma la radice da cui far germogliare altri mondi. Ne sono nati sette progetti collaborativi e due individuali, un soundwork che attraversa l’intera esposizione e la pubblicazione editoriale che raccoglie e mette in relazione tutti i lavori come un archivio aperto e in continua crescita.

Le diverse formule del pathos

Le “formule del pathos” assumono forme diverse. Living Gesture trasforma il movimento del corpo in una traccia digitale che continua a mutare nel tempo. Sublime Terrain dialoga con il Romanticismo tedesco e con la memoria delle silhouette ottocentesche, sospendendo il corpo in uno spazio tra rovina e trasformazione. Fragile Movement riflette sul corpo come luogo di continua metamorfosi, dove il tessuto diventa una seconda pelle capace di custodire e rivelare identità. Memory Silhouette mette in scena la tensione tra la costruzione sociale dell’immagine e il suo inevitabile deterioramento. Seamless Forms guarda invece all’architettura decostruttivista e alla fluidità delle forme, immaginando corpi e oggetti in costante movimento. Con Fallen Angel, la figura dell’angelo caduto, ispirata a Dante, diventa simbolo di fragilità e trasformazione. Modern Antoinette rilegge Maria Antonietta attraverso il filtro del presente, interrogando il rapporto tra lusso, desiderio ed eccesso. A tenere insieme questi frammenti è Temporal Sound, il lavoro di sound design che attraversa tutta la mostra come una memoria acustica condivisa. E infine c’è Archive Transparency, il progetto grafico-editoriale che incarna il pensiero warburghiano: una pubblicazione fatta di stratificazioni, rimandi, possibilità diverse di lettura.

Gli studenti di IED protagonisti di una mostra a Firenze che omaggia Aby Warburg e riflette sul ruolo degli archivi
Progetto editoriale, Pathos Formulas. Courtesy Ied Firenze. Photo Casati e Andolcetti

Pathos Formulas, dunque, non è una mostra che si rifà alla storia, ma una mostra sul modo in cui la storia continua a vivere dentro di noi. Gavin non ha richiesto agli studenti di illustrare Warburg, ma di scoprire che cosa del passato continua a risuonare nel loro presente. E allora il passato smette di essere un luogo da conservare. Diventa una materia viva. Un archivio aperto. Una costellazione di immagini, emozioni e relazioni che continua a trasformarsi. Dopo Firenze, il progetto continuerà il proprio viaggio: uno spin-off della mostra sarà ospitato dal 22 al 25 ottobre all’interno diUltra REF, la sezione speciale del Romaeuropa Festival dedicata alla sperimentazione e alla contaminazione dei linguaggi. Un’altra migrazione di immagini. Un altro capitolo di questo archivio vivente.

Margherita Cuccia

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