La seconda prova scritta per il Liceo Classico è stata ufficializzata: sarà Marco Fabio Quintiliano, il grande maestro di retorica del I secolo d.C., il protagonista della versione di latino dell’esame di Stato 2026. Il Ministero ha scelto un passo tratto dal primo libro della sua opera capitale, l’Institutio Oratoria, e il tema è quanto mai sorprendente: la musica come fondamento dell’educazione del perfetto oratore.
Niente battaglie, niente discorsi politici infuocati. Quest’anno i maturandi si troveranno davanti a un testo che parla di ritmo, di armonia, di modulazione della voce. Un argomento che, a prima vista, sembra lontano dalla retorica classica, ma che per Quintiliano era invece il cuore pulsante di ogni buona formazione.
Cosa chiede la prova
Come da tradizione, gli studenti dovranno tradurre il brano dal latino all’italiano, ma non solo. La traccia prevede anche:
- la comprensione e interpretazione complessiva del passo, per capire quale ruolo Quintiliano assegni alla musica e perché la ritenga così importante;
- l’analisi linguistica e stilistica, con particolare attenzione alle scelte lessicali, alla sintassi e alle figure retoriche che l’autore utilizza per sostenere la sua tesi;
- un approfondimento e una riflessione personale, in cui si chiede ai ragazzi di collegare le idee di Quintiliano con la loro esperienza o con il mondo contemporaneo.
Platone e Socrate: la musica non è per dilettanti
Il retore chiama a testimoni filosofi, legislatori, generali e persino la natura stessa per dimostrare che senza musica non si diventa grandi oratori, ma nemmeno grandi uomini di Stato.
Quintiliano parte da lontano, dai greci. E il primo nome che fa è quello di Platone, che nel Timeo sostiene una tesi per l’epoca rivoluzionaria: la musica, per essere compresa davvero, richiede uno studio approfondito. Non è un passatempo, non è un divertimento per nobili annoiati. È una disciplina seria, che solo chi ci mette impegno riesce a padroneggiare.
Ma il colpo di scena arriva subito dopo, con un aneddoto che suona quasi provocatorio. Socrate, il padre della filosofia, il vecchio saggio che andava per le strade di Atene a interrogare i passanti, non si vergognava – ormai avanti con gli anni – di imparare a suonare la lira. Quintiliano lo sottolinea con una punta di ironia: se il più severo dei pensatori trovava il tempo per le corde e il plettro, forse un motivo c’era. E quel motivo era la convinzione che la musica affinasse la mente e preparasse l’anima a cogliere le armonie più profonde del discorso e della vita.
I condottieri e le trombe di guerra
Poi Quintiliano cambia registro. Non parla più di filosofi, ma di soldati. E qui il discorso si fa concreto, quasi fisico. I più grandi condottieri dell’antichità – quelli che hanno vinto battaglie e scritto pagine di storia – si servivano della musica per infondere coraggio ai loro eserciti.
E a proposito, chiede il retore, cosa fanno oggi nelle nostre legioni le trombe e i corni? Non sono forse strumenti musicali, prima ancora che segnali militari? Il loro suono non serve solo a dare ordini, ma a caricare gli animi, a sincronizzare i passi, a creare quella coesione che trasforma un gruppo di uomini in una macchina da guerra.
Quintiliano osa una tesi forte: il contributo della musica alla gloria di Roma non è stato inferiore a quello del valore militare o della disciplina. Un’affermazione che, in un’epoca in cui la potenza romana si reggeva sulle legioni, suona come una vera e propria dichiarazione di principio.
Licurgo, Sparta e la durezza che si piega alla lira
E se i filosofi e i generali non bastassero, Quintiliano tira fuori l’asso nella manica: Licurgo, il leggendario legislatore di Sparta, l’uomo che ha forgiato le leggi più severe e spartane – appunto – della storia. Persino lui, che ha costruito un sistema educativo basato sulla durezza e sul sacrificio, ha approvato l’educazione musicale.
Non è un dettaglio. Se Licurgo, con la sua rigidità, ha riconosciuto il valore della musica, significa che quella disciplina non è un vezzo da intellettuali, ma un pilastro della formazione umana, capace di addolcire persino le anime più austere e di preparare i cittadini alla vita pubblica.
La natura come dono
L’ultimo passaggio della traduzione si sposta su un piano quasi metafisico. Quintiliano suggerisce che la natura stessa ci ha donato la musica come un beneficio, per renderci più capaci di sopportare le fatiche. Il ritmo, persino quello del canto più semplice, ha il potere di incoraggiarci, di sostenerci quando le forze vengono meno.
È un’idea che arriva dritta al cuore dell’esperienza umana: chi non ha mai intonato una canzone per darsi coraggio? Chi non ha mai trovato nel ritmo di una marcia la spinta per andare avanti? Quintiliano, duemila anni fa, aveva già intuito che la musica è molto più di un’arte: è un meccanismo profondo che ci aiuta a vivere.
Chi era Quintiliano, il primo professore statale della storia
Nato a Calagurris, nell’odierna Spagna, intorno al 35 d.C., Quintiliano fu il primo retore stipendiato dallo Stato romano, un onore che gli fu conferito dall’imperatore Vespasiano intorno al 74 d.C.. Per oltre vent’anni insegnò retorica a Roma, formando giovani di famiglie illustri – tra cui Plinio il Giovane e due nipoti adottati dell’imperatore Domiziano. Fu un uomo di temperamento severo ma profondamente umano, per il quale la moralità era a fondamento di ogni attività e la lingua doveva rispecchiare la dignità del pensiero.
La sua opera principale, l’Institutio Oratoria in dodici libri, è molto più di un manuale di retorica: è un vero e proprio corso di educazione del futuro oratore. Quintiliano non si limitava a insegnare le tecniche del discorso; voleva formare il vir bonus dicendi peritus, l’uomo perbene esperto nel parlare. E per farlo, riteneva necessario un percorso educativo che partisse dall’infanzia e abbracciasse ogni aspetto della cultura.
La musica come palestra per la voce e per l’anima
Ed è qui che entra in gioco la musica. Nel primo libro dell’Institutio, Quintiliano dedica un’intera sezione a dimostrare perché lo studio della musica sia indispensabile per chi aspira a diventare oratore. Non si tratta di un vezzo estetico, ma di una necessità pratica.
Secondo il retore spagnolo, la musica offre all’oratore una triplice utilità. In primo luogo, insegna il ritmo: chi conosce la musica sa quando accelerare e quando rallentare, quando fare una pausa e quando premere sull’acceleratore. Un discorso senza ritmo è piatto, monotono, incapace di catturare l’attenzione. In secondo luogo, la musica affina la modulazione della voce: l’oratore deve saper variare tono e intensità, passare dal sussurro al grido, dalla dolcezza alla severità, esattamente come fa un cantante. In terzo luogo, la musica educa alla disposizione delle parole e delle idee, insegnando quell’armonia complessiva che trasforma un insieme di frasi in un discorso coerente e persuasivo.
Quintiliano, insomma, vedeva nella musica una sorta di palestra per l’oratoria. I maestri di canto addolciscono i suoni con il canto, ma l’oratore deve imparare da loro l’arte di modulare la voce senza cadere nell’enfasi. La differenza tra un cantante e un oratore, per Quintiliano, non sta nella sostanza ma nell’uso: entrambi lavorano con lo stesso strumento, la voce umana, ma con finalità diverse.
Un’intuizione che anticipa la pedagogia moderna
Ciò che rende la lezione di Quintiliano ancora viva, a distanza di quasi duemila anni, è la sua concezione dell’educazione come processo graduale e integrale. A differenza di molti suoi contemporanei, che consideravano l’infanzia una fase preparatoria marginale, Quintiliano ne sottolineava l’importanza decisiva. “Anche gli studi hanno la loro infanzia”, scriveva, “e come la preparazione dei corpi destinati a essere presto fortissimi muove dal latte e dalla culla, così anche il futuro grande oratore una volta ha pur emesso un vagito”.
Per questo, nel primo libro dell’Institutio, si occupa proprio degli insegnamenti che precedono l’intervento del retore vero e proprio. La musica, in questa prospettiva, non è un accessorio ma un fondamento: getta le basi per quelle competenze – ritmo, modulazione, armonia – che l’oratore maturo dovrà padroneggiare.
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Andrea Carlino
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