Al fine di garantirsi una terza età serena e senza preoccupazioni, la corretta gestione del carico previdenziale è di fondamentale importanza. Ma cosa succede in presenza di contributi INPS non versati? Per i lavoratori dipendenti, il mancato pagamento da parte del datore rappresenta un grave inadempimento, che può avere conseguenze anche penali. Per i lavoratori autonomi, oltre a minacciare il diritto alla pensione, l’omissione dei contributi può esporre a sanzioni e altri provvedimenti. È quindi necessario controllare la propria posizione contributiva e, in caso di mancanze, procedere al recupero dei contributi prima della prescrizione, generalmente in 5 anni.
Quando è il datore a non versare i contributi INPS
Ai sensi dell’articolo 2115 del Codice Civile, per i lavoratori dipendenti è il datore il soggetto responsabile del versamento previdenziale, sia per la quota a proprio carico che per quella del dipendente.
Nonostante questo obbligo, non è automatico che i contributi per i lavoratori dipendenti vengano effettivamente versati. Oltre ai casi di lavoro nero, dove giocoforza gli oneri previdenziali non possono essere corrisposti perché l’istituto previdenziale è all’oscuro del rapporto di lavoro subordinato, può capitare che il datore:
- ometta parzialmente il dovuto, a causa di una sottodichiarazione del rapporto lavorativo. È quel che di solito accade per il lavoratore a tempo pieno che viene inquadrato come un part-time;
- trattenga indebitamente le somme sulla busta paga del dipendente, ma di fatto non effettua il versamento all’ente previdenziale;
- si trovi in una crisi aziendale e faccia appello alla mancanza di liquidità, per sospendere unilateralmente i pagamenti previdenziali, ad esempio per far fronte a spese più urgenti.
Affinché il lavoratore possa rendersi conto di eventuali ammanchi, è necessario che effettui controlli regolari sul portale INPS, accedendo con SPID, CIE o CNS e verificando l’effettivo versamento dall’Estratto Conto Contributivo.
I contributi non versati da autonomi e professionisti
La dinamica è invece diversa quando il mancato versamento riguarda soggetti che lavorano in modo indipendente. Ma in quali casi si verifica una situazione di contributi INPS non versati dal lavoratore autonomo?
A differenza dei lavoratori dipendenti, autonomi e professionisti sono chiamati a versare direttamente gli oneri previdenziali alla loro cassa di riferimento, come ad esempio la Gestione Separata. Di conseguenza, l’eventualità di contributi INPS non versati da Partite IVA o altre tipologie di autonomi può derivare da:
- un mancato saldo dei contributi fissi, come quelli minimi soggettivi, da parte dello stesso autonomo;
- un’omissione dei contributi a percentuale, in base a quanto fatturato o guadagnato nel corso dell’anno di riferimento;
- possibili errori nella dichiarazione dei redditi, con la compilazione inesatta del Quadro RR del Modello Redditi Persone Fisiche.
Cosa succede se non si pagano i contributi INPS
L’omissione contributiva non dovrebbe mai essere sottovalutata, perché può portare a gravi conseguenze, a seconda del soggetto obbligato e all’intenzionalità dell’illecito. Oltre a minacciare il diritto a una pensione congrua, vanificando così anni interi di lavoro, possono esservi sanzioni e, in alcuni casi, anche conseguenze più gravi.
Va però sottolineato che non esiste una singola penale per contributi INPS non versati, bensì un quadro più articolato di sanzioni civili, amministrative e penali a seconda del soggetto e della gravità dell’omissione.
I datori di lavoro sono le figure sulle quali gravano le responsabilità maggiori. La Legge 388/2000 individua infatti due tipologie diverse di irregolarità:
- l’omissione contributiva, ad esempio per mancato o ritardato versamento di importi rilevabili dalle denunce regolari, che prevede una sanzione civile pari al tasso di riferimento maggiorato del 5,5%, fino a un massimo del 40% dei contributi non versati;
- l’evasione contributiva, cioè l’occultamento di rapporti o retribuzioni con intento fraudolento, che comporta sanzioni civili ben più pesanti, calcolate al 30% su base annua e fino a un tetto massimo del 60% del debito, oltre a possibili conseguenze penali.
Il datore rischia appunto anche risvolti penali, in base a quanto previsto dal D.Lgs. 8/2016. In caso di omesso versamento di contributi previdenziali per importi superiori a 10.000 euro annui, soprattutto se relativi a quote trattenute al lavoratore, è infatti prevista la reclusione fino a 3 anni e la multa fino a 1.032 euro.
I lavoratori dipendenti possono invece approfittare dal principio di automaticità delle prestazioni, previsto dall’articolo 2116 del Codice Civile. In questo caso, l’INPS considera validi i periodi lavorati ai fini dell’erogazione della pensione, anche quando il datore è inadempiente. In base alla Legge 335/1995, però, questo principio si applica solo ai contributi non ancora prescritti.
Per i lavoratori autonomi e per i professionisti, invece, non è prevista alcuna regolarizzazione automatica. L’ammontare delle sanzioni applicabile è sempre regolato dalla Legge 388/2000, a cui si aggiunge il D.L. 78/2010, che permette all’INPS di inoltrare un avviso di addebito, cioè un vero e proprio titolo esecutivo che apre la strada a fermi amministrativi su veicoli e pignoramenti del conto corrente.
Cosa fare se i contributi INPS non sono stati versati
Reagire prontamente all’ammanco previdenziale è di fondamentale importanza per evitare danni permanenti alla propria pensione. Ma cosa fare in caso di contributi INPS non versati?
I lavoratori dipendenti possono seguire diversi passaggi, in particolare:
- inviare una diffida formale al datore di lavoro, tramite raccomandata con ricevuta di ritorno o PEC, con l’aiuto del sindacato o di un giuslavorista. Nella comunicazione, si intima il datore a regolarizzare immediatamente la posizione;
- effettuare una segnalazione all’INPS, utilizzando la modulistica messa a disposizione per la denuncia di omissione contributiva da parte del datore;
- sollecitare l’intervento dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, chiedendo di avviare una verifica ispettiva in azienda per accertare l’illecito;
- avviare un’azione giudiziale, tramite il Giudice del Lavoro, affinché accerti l’esistenza del rapporto lavorativo e l’obbligo di versamento dei contributi.
È utile ricordare che la giurisprudenza riconosce al lavoratore il diritto al risarcimento del danno patrimoniale – ad esempio, una pensione ridotta o ritardata – derivante dall’omissione contributiva, da parte del datore inadempiente.
Autonomi e professionisti possono invece:
- accedere al ravvedimento operoso, per sanare spontaneamente la propria posizione, approfittando di sanzioni ridotte;
- richiedere la rateazione, concordando con l’ente un piano di dilazione dei debiti previdenziali;
- verificare le cartelle, con un commercialista o un consulente del lavoro, per controllare che le somme pretese dall’INPS siano corrette e non vi siano errori di calcolo.
Posso recuperare i contributi INPS non versati?
Fortunatamente, esistono diversi meccanismi che permettono di recuperare i contributi previdenziali non versati, proteggendo così il proprio futuro previdenziale. La prima possibilità è quella prevista dalla cosiddetta sanatoria per i contributi INPS non versati 2026, così come comunemente definita, anche se in realtà si tratta della Rottamazione-quinquies. Per i debiti affidati dall’INPS all’AdER nel periodo compreso tra l’1 gennaio 2000 e il 31 dicembre 2023, è possibile:
- pagare solo la quota capitale del contributo originario omesso, evitando le sanzioni, gli interessi di mora e gli aggi di riscossione;
- approfittare, se lo si desidera, di un piano rateizzato fino a 54 rate bimestrali.
Dopodiché, si possono prendere in considerazione anche altre possibilità:
- la costituzione di una rendita vitalizia reversibile, ai sensi della Legge 1338/1962, che permette di recuperare parte dei contributi prescritti. A questo scopo, viene calcolata la riserva matematica, ovvero una porzione di denaro che corrisponde al costo della porzione di pensione mancante, che può essere esercitata dal datore, dal lavoratore in sostituzione o dal lavoratore in proprio;
- il riscatto volontario, interamente a carico del lavoratore, che permette di coprire periodi specifici – ad esempio gli anni di laurea o di aspettativa non retribuita – con versamenti interamente deducibili;
- la pace contributiva, per coprire fino a 5 anni di periodi vuoti e non soggetti a obbligo di versamento, tra il 1996 e il 2023;
- la maxi-rateazione ordinaria, che permette di diluire le passività INPS su periodi estesi, da circa 72 rate mensili, estensibili in via straordinaria fino a 120, in caso si dimostri una grave difficoltà finanziaria.
Dopo quanto tempo va in prescrizione il mancato versamento dei contributi
Il fattore tempo gioca un ruolo decisivo per il recupero di eventuali posizioni previdenziali irregolari. In base alla Legge 335/1995, la prescrizione per i contributi INPS non versati è di 5 anni, dalla data di scadenza prevista per il versamento. Tuttavia, è utile sapere che:
- il termine diventa di 10 anni, se il lavoratore o i suoi superstiti presentano denuncia formale dell’omissione all’INPS o all’Ispettorato del Lavoro, prima dello scadere dei 5 anni;
- gli atti interruttivi, come la ricezione di una cartella esattoriale, un avviso di addebito o l’invio di una messa in mora da parte dell’avvocato, interrompono il conteggio.
È bene ricordare che, una volta prescritti, i contributi non possono essere versati: si dovrà accedere alla rendita vitalizia prevista per legge.
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Marco Grigis
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