Non c’è dubbio che l’avvenimento che abbia monopolizzato questo fine settimana — ma anche l’ultimo periodo politico — sia l’Assemblea Costituente del nuovo Partito del generale Vannacci, Futuro Nazionale. Che ha rivelato il volto di un neonato Partito entusiasmante e coinvolgente. Questa, insieme al corteo per la remigrazione che ha sfilato con ampia partecipazione e successo sabato scorso a Roma e al controcorteo della sinistra radicale, hanno accentrato il dibattito politico.
Il primo dato evidente è che una così consistente serie di avvenimenti e controavvenimenti — su temi tipici della destra contemporanea e così partecipati in entrambe le direzioni — si svolga con la completa assenza della destra di Governo. Questo è altamente indicativo. Segna una discrasia evidente tra l’azione di Governo e i temi realmente sentiti e partecipati dai cittadini. Un segnale che il Governo farebbe bene a comprendere e presto, per non correre il rischio di restare attardato rispetto al sentimento popolare e non subirne le conseguenze.
Miopia politica
Le reazioni del mondo parlamentare invece comprendono solo la modalità «strali politici» anti-Vannacci: da destra per il timore di un’erosione di consenso, da sinistra acriticamente e per partito preso su certi temi. Un caso acclarato e generalizzato di miopia politica.
Eppure lo abbiamo scritto poche settimane fa, citando la Psicologia delle folle di Gustave Le Bon: nella nostra epoca i movimenti e contromovimenti popolari sono l’unica forza propulsiva e inarginabile. «Mentre le nostre antiche credenze vacillano e scompaiono, e le vecchie colonne a mano a mano sprofondano, l’azione delle folle è l’unica forza non minacciata e il cui prestigio ogni giorno si accresce. L’epoca in cui entriamo sarà veramente l’Era delle folle». (Leggi qui: Fenomenologia della leadership. Capi veri o guappi di cartone)
La melassa europea, il mandato tradito
L’andamento del consenso è diventato sempre più simile a una sinusoide che sale e scende, alternando le forze di Governo in dipendenza di quello che è il sentimento delle «folle» — di chi è capace di intrattenere e canalizzare il consenso popolare. E la discriminante è sempre una e sola: se chi è deputato a governare applichi o no il programma elettorale e il mandato ricevuto dal popolo.
Invece anche il Governo Meloni testimonia una cosa: che indipendentemente di come si è saliti al Governo, una volta eletti si rimanga invischiati in quella melassa appiccicosa che è l’attuale Europa dei burocrati, che tra buone e cattive ammansisce ogni Governo verso politiche che invece sono certamente distanti dagli interessi popolari. Eppure lo ripeto sempre: il potere è per sua natura transitorio e ha delle condizioni. La prima è il rispetto della volontà di chi ti ha votato. Se la abbandoni, fallisci.
Ed è in questo quadro che la nascita di Futuro Nazionale è dirompente e deflagrante. Molto più di quanto gli organi di stampa e gli analisti di regime vogliano mostrare. Alcuni impegnati a caricare il generale Vannacci in funzione anti-Meloni, altri a denigrarlo in funzione pro-sinistra. Ma entrambi sono ipocriti e in malafede. A fargli da contrappasso dantesco è invece il consenso popolare spontaneo e fortissimo che Vannacci sta raccogliendo.
Il fenomeno Vannacci
Ed è qui che tutti sbagliano analisi, convinti che una buona campagna stampa o le veline e i post decadenti di chi teme il consenso popolare possano sgonfiare il ciclone Vannacci. Sbagliano perché Vannacci è un fenomeno. Lo è nella capacità comunicativa e in quella organizzativa. Tenere botta agli attacchi continui, schivarli e trasformarli in consenso è una dote non comune. Serve una personalità strutturata, una solida cultura, senso del tempo comunicativo e capacità dialettiche fuori dall’ordinario — ma soprattutto credibilità.
E poi, di quella rigidità strutturale tipica dei militari che spesso ne condiziona le ascese politiche, sembra averne brillantemente mantenuto solo gli elementi positivi di attitudine al comando e non la macchinosità.
Eppure avevano già sperimentato, al tempo del bestseller Il mondo al contrario, che la stucchevole demonizzazione programmata a tavolino era controproducente con una figura come Vannacci, in grado di sostenere ogni tipo di dibattito e risposta. Nonostante questo continuano nella stessa scia perché, privi di ogni forma di strategia, denigrare è l’unica attività che conoscono.
Centomila tesserati spontanei
E celebrare la nascita di una neoformazione politica che ha già dato prova di grandi capacità organizzative, radicamento su tutto il territorio nazionale e che in poche settimane ha superato la soglia dei centomila tesserati è una cosa fuori dal comune. Soprattutto in un periodo in cui per far prendere la tessera di Partito a qualcuno lo devi quasi minacciare con un fucile e poi pagarla tu, dirigente di Partito, mentre la corsa al tesseramento di Vannacci è stata sempre spontanea, convinta e autofinanziata.
In un’epoca di partiti eterodiretti, spesso creati dall’alto e non dal basso, semplici referenti e passacarte dei loro danti causa occulti, vedere un Partito nuovo creato dal basso è un evento incredibile e quasi anacronistico. Ma assolutamente potente, da non sottovalutare in alcun modo.
E lo scenario in cui si colloca la nuova formazione è per alcuni tratti inaspettato. In particolare per questo rapporto fortemente dialettico con l’attuale maggioranza di Governo. L’ho scritto pochi giorni fa: Vannacci può essere per la Meloni un grande alleato o la sua nemesi. (Leggi qui: Ama il tuo sogno se pur ti tormenta: Vannacci e Meloni, accordo o nemesi?).
Svantaggio o ricchezza?
E la formazione di un nuovo Partito credibile di destra può essere una ricchezza, non uno svantaggio. Questo solo se la premier inizierà a ragionare da leader di coalizione e non da Segretaria di Partito.
Diciamoci la verità: gran parte dei temi di Vannacci sono patrimonio della destra moderna e lo erano anche certamente della Meloni pre-Governo. Vannacci dice esattamente ciò che ha consentito alla Meloni di andare al Governo. Ma l’attuale Governo su molti dei suoi temi fondanti ha latitato abbondantemente. Nonostante il sentimento popolare sia ancora lo stesso, è stato sacrificato sull’altare del «lo vuole l’Europa», che io trovo francamente apodittico e insopportabile.
Ed è su questo che Vannacci sta sfondando nel consenso popolare del versante destro dell’arco parlamentare, attraendo in più anche chi si è disabituato al voto. E lo fa per una dote fondamentale e sottovalutata: la coerenza.
La fiducia, la credibilità
Ecco, ora dico una cosa pesante — lo so, ma vera. Il consenso crescente di Vannacci è dovuto al fatto che, pur se alcune idee sono identiche a quelle della Meloni, oggi chi le apprezza pensa che — a differenza della bionda premier — Vannacci una volta eletto quelle cose non solo non le dimenticherà, ma le farà. Cioè oggi il popolo, quello che determina il consenso, vede in Vannacci una figura credibile e conseguenziale che non si lascia intimorire né dalle élite né dai potentati e sarà in grado di portare a compimento — o almeno di lottare per — i progetti che ha presentato. Ed è una cosa enorme. Si chiama fiducia. Un elemento oggi pressoché scomparso nel rapporto tra elettore e classe politica.
Vannacci ispira fiducia e soprattutto ingenera la convinzione fondata che una volta al Governo possa fare ciò che ha promesso. Ha una credibilità già altissima fondata sulla capacità di strategia unita ai valori e alla dote di non indietreggiare nemmeno di fronte alle polemiche più dure o ai nemici più pericolosi.
Prendete l’esempio delle preferenze nella nuova legge elettorale — ne abbiamo già scritto. (Leggi qui: Il «Paurellum»: la nuova legge elettorale fondata sulla paura e sulla (in)coerenza) Può presentare un testo senza preferenze chi è stato impegnato tutta la vita a dire che le preferenze erano un obbligo morale e politico, senza sembrare incoerente? È normale che in Parlamento l’unica formazione politica che abbia depositato un testo con le preferenze sia la neonata Futuro Nazionale? E questo vale per sicurezza, immigrazione, tasse, sviluppo e misure economiche.
Molti che hanno espresso consenso al Governo Meloni soffrono per vederlo attuare più che il programma elettorale il piano Draghi o un suo surrogato. Non è quello per cui avevano votato, e il sentimento iniziale invece è rimasto lo stesso, identico. Questo Vannacci lo sta interpretando alla perfezione.
Classe dirigente, caso Pozzolo e stile di comando
Ora tocca a lui fare in modo di canalizzare questo consenso perché diventi durevole ed efficace. Forse è partito leggermente in anticipo e potrebbe soffrire qualche flessione a ridosso delle elezioni. Anche il più indistruttibile dei carri armati non può viaggiare in perenne accelerazione. Certamente non è semplice creare una classe dirigente dal nulla o partire per fare un grande Partito da dirigenti di medio livello, ma con scelte oculate la selezione della dirigenza potrà funzionare. Certo, un po’ di esperienze e di «sherpa» in più non guasterebbe. Un Partito non può mai reggersi solo sul suo leader e quando il consenso flette, come accade sempre, deve sopperire l’organizzazione. Ma ha tutto il tempo di crearla.
Ma il modo in cui difende con vero spirito di comando e corporativo tutti i suoi elementi è onorevole. Prendete il caso Pozzolo. Tralasciamo se sia un genio, uno sprovveduto o solo sfortunato. Quando accadde il caso dello sparo, la Meloni lo cacciò in tronco senza nemmeno abbozzare una difesa. Quando Pozzolo esce di strada con valori alcolici sopra la norma — la norma è molto stringente, diciamocelo — Vannacci lo difende e dichiara subito che non avrà conseguenze. Magari in privato lo ha cazziato ma in pubblico, come si dice in gergo, «ci ha messo il corpo». Ed infatti la polemica dello sparo è durata mesi, mentre l’incidente stradale si è spento dopo le dichiarazioni di Vannacci. Che forza comunicativa.
L’ho osservato con sana invidia ricordando a me stesso che se nel mio caso personale avessi avuto un leader così, probabilmente tutto sarebbe finito in poche ore. Mentre con dei leader tipo Alfano e compagnia cantante — che per salvare il loro beato didietro abitualmente gettavano gli esponenti di Partito, me compreso, in pasto alla stampa e alle procure come le antiche religioni propiziavano i sacrifici umani rituali — l’autodistruzione era assicurata.
Una sporca dozzina in Parlamento
Non a caso tutti i titoli dei giornali citavano le frasi di Vannacci: «Una sporca dozzina in Parlamento. Siamo la feccia, i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Come a dire: il giudizio sulla mia formazione lo do io, non lo faccio dare dagli altri. Questa è leadership, è sicurezza. È avere chiaro l’obiettivo senza che importi il punto di partenza, ma come raggiungerlo. «Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle», diceva Oscar Wilde. E questo Vannacci lo ha dimostrato. Gli obiettivi, da dovunque e con chiunque si parta, sono guardare in alto.
Ma in pochi hanno citato il forte contenuto valoriale del discorso: deciso, indirizzato, coerente. Un ottimo discorso. Alcuni hanno sottolineato il battere spesso su certi temi e l’assenza di altri, in particolare economici. Ma si stava creando un partito identitario quel giorno, non era mica il discorso di candidatura a presidente del Consiglio. Almeno per ora. E avrà tutto il tempo di coinvolgere figure di riferimento e ampliare l’offerta programmatica — non c’è urgenza.
Almeno a mio giudizio strettamente personale. Ma che volete: uno come me che per trent’anni ha utilizzato come slogan politico «Il Futuro è Fiorito» e che come immagine sui social ha da sempre Marinetti temporale patriottico, il dipinto futurista di Depero, quando sente la parola «futuro» e «futurismo» gongola. In più penso che il bacino di consenso che oggi viene dato al 5% di Futuro Nazionale possa raggiungere percentuali molto più alte, forse simili ad Alleanza Nazionale dei tempi d’oro, se non superarle. Troppo ottimista? Vedrete.
La Praòtes: Governo del fuoco, non assenza di fuoco
C’è solo, in finale di analisi, un consiglio non richiesto che mi sento di dare. Passa per la parola nel titolo di questo articolo. La Praòtes greca.
Noto nella volontà di Vannacci il voler affrontare tutto e tutti, rispondere a ogni domanda o polemica, come fosse ancora un outsider. Invece, guardandosi intorno, deve realizzare che ormai è un leader conclamato — non perché autoaffermato, ma perché gli altri lo trattano evidentemente da leader.
Lo avete visto rispondere a Nardella al question time in Europa: sembrava lui il presidente del Consiglio a cui Nardella chiedeva risposte. E il modo in cui ha risposto a Marina Berlusconi che lo criticava. Ormai gli altri lo trattano come leader e lui consolida la sua credibilità. Lo avete sentito affermare di aver fatto un miglio a nuoto nel suo viaggio in Sicilia: un po’ come fece Beppe Grillo che con quel gesto assunse una vera credibilità personale. Dico una cosa e poi la faccio. In gergo psicologico si chiama «trasferimento di autorità» e tutti questi casi fanno parte del cosiddetto «comportamento incrementale dell’autorità».
Le forche caudine della Gruber
E l’exploit l’altra sera dalla Gruber, dove ha raggiunto quasi il dieci per cento di share. Tantissimo. Lei aggressiva come sempre, alla fine gongolava. Perché ha sì dimostrato di attaccarlo rivendicando la sua estrazione di sinistra, ma il modo in cui Vannacci ha tenuto botta e risposto ha contemporaneamente enfatizzato anche le capacità del generale, confermandolo come un osso duro da scalfire. Così quella trasmissione ha ottenuto un duplice scopo: soddisfare la sinistra ma anche visibilizzare la forza di Vannacci in chiave anti-Meloni.
E cosa sta moltiplicando il consenso di Vannacci oggi? Proprio la politica. Gli attacchi concentrici e continui della politica lo rendono centrale e protagonista e invece di scalfirlo lo rafforzano. Per questo lui deve condurre, guidare e non rispondere a tutte le polemiche. Deve governare l’istinto di rispondere a tutti, anche se provocato. Anche perché — non fosse solo per statistica — non si possono vincere sempre tutti i duelli: alcuni possono contenere insidie inaspettate. Perché rischiare.
Ecco perché la Praòtes. La citava una mia colta amica, greca ed ex senatrice, ricordandomela giorni fa, e io la riporto omaggiandola.
La citazione
«Praòtes è la capacità di avere un’ira governata. Ma di solito la tendiamo a tradurre con “mitezza”. In Aristotele non indica una calma debole, passiva, incapace di reagire. La praótēs riguarda il modo in cui l’uomo sta davanti all’ira. Perché la rabbia, per Aristotele, non è sempre un errore. Ci sono cose davanti alle quali non arrabbiarsi sarebbe quasi una mancanza: un’ingiustizia, un’offesa, qualcosa che calpesta ciò che merita rispetto.
Il problema non è provare ira. Il problema è esserne posseduti. Nell’Etica Nicomachea, Aristotele loda chi sa adirarsi quando bisogna, come bisogna, verso chi bisogna e per il tempo che bisogna. Qui nasce il senso della praòtes. Non è assenza di fuoco. È governo del fuoco. Una rabbia lasciata a sé stessa può diventare rancore, vendetta, impulso cieco. Ma una rabbia educata dalla ragione può diventare limite, energia, difesa, direzione. La praótes non spegne l’ira. Le dà forma. Forse la vera mitezza non consiste nel non arrabbiarsi mai. Consiste nel non permettere alla rabbia di diventare padrona».
Se il generale — mi perdonerà se lo consiglio — inizierà a selezionare a chi e cosa rispondere in base al ruolo che oggi ha assunto, secondo me diventerà un fenomeno difficile da frenare per chiunque. E vedrete che è talmente intelligente che succederà così.
Chiudo con la citazione contenuta nell’incipit del Manifesto Futurista del 20 febbraio 1909, pubblicato da Marinetti su Le Figaro e utilizzata anche da un importante deputato alla Costituente: «Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora la nostra sfida alle stelle».
È bello futuristicamente puntare alle stelle. L’importante è che siano «stelle danzanti», come diceva Nietzsche: perché quelle hanno il caos vitale dentro.
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Franco Fiorito
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