Non sono cambiati nella loro natura profonda, ma sono “molto meno attrezzati dal punto di vista emotivo”.
Roberta Bruzzone, psicologa e criminologa, ospite della rubrica “I protagonisti” condotta da Francesco Bunetto, su Orizzonte Scuola TV, ha tracciato un quadro netto della violenza giovanile nelle scuole. L’occasione è il caso di aggressione a Parma, ma il discorso abbraccia un fenomeno che, secondo i dati citati, registra tra i cinquanta e i settanta episodi gravi denunciati ogni anno.
Quando un gruppo di adolescenti trasforma un conflitto verbale con un insegnante in uno scontro fisico, non si può parlare di “semplice intemperanza adolescenziale”. Bruzzone parla di “perimetro di allarme rosso”. “È saltato un argine fondamentale – spiega – il riconoscimento del limite. Un soggetto che non riconosce il limite e lo varca in maniera disfunzionale mette a rischio se stesso e anche gli altri”. Non si tratta, precisa, di dipingere i ragazzi come “mostri” o “irrecuperabili”, ma di prendere sul serio un segnale dal quale “non si torna più indietro se non si agisce tempestivamente”.
L’autorità scolastica viene percepita oggi non come una funzione da rispettare, ma come “un ostacolo da sfidare, una fonte di frustrazione”. Il conflitto smette allora di essere educativo e diventa “una prova di forza”. L’alternativa, per Bruzzone, non è rimpiangere la scuola autoritaria del passato, bensì recuperare “l’autorevolezza adulta”: non paura, non repressione, ma la capacità di rappresentare “un confine chiaro, stabile e non negoziabile”.
Sul video dell’aggressione, diffusosi in rete e diventato centrale nel dibattito pubblico, la criminologa invita alla cautela. “È rischioso giudicare un episodio così violento attraverso pochi secondi di immagini – afferma – perché non si ha una visione completa”. Quei fotogrammi, però, non sono “di poco conto”: restituiscono una porzione di realtà significativa, “un’aggressione brutale” che va oltre “il confine accettabile”. Il rischio del giudizio social, avverte, è trasformare una sequenza emotivamente potente in “verità rivelata e insindacabile”, quando la ricostruzione richiederebbe contesto, testimonianze, approfondimenti medico-legali.
Il termine “branco”, molto usato dai media, va maneggiato con cura. È efficace sul piano comunicativo, ma in criminologia implica un meccanismo preciso: la regressione del funzionamento individuale, la diminuzione della percezione della responsabilità, l’aumento artificiale del coraggio. “L’adolescente dentro un gruppo di questo tipo può fare cose che da solo non si sognerebbe mai di fare – spiega Bruzzone – perché il branco abbatte i freni individuali e lo mette in una condizione di performance”. Non tutti nel gruppo hanno lo stesso ruolo: chi aggredisce, chi filma, chi ride, chi avrebbe potuto fermarsi ma non lo ha fatto. Una valutazione giudiziaria deve distinguere con precisione la gravità delle singole condotte.
Uno dei nodi più delicati sollevati dall’intervista riguarda la scelta di un docente di non denunciare l’aggressione, rivendicando una motivazione educativa. Bruzzone esprime più di una perplessità. “Il perdono è nobile – dice – ma quando presuppone che l’altro possa usarlo per elaborare consapevolezza. Se arriva quasi senza che l’altro l’abbia chiesto o se lo sia meritato, diventa pericoloso perché viene letto come assenza di conseguenze”. La mancata denuncia, a suo avviso, rischia di trasformare l’aggressione a un docente in “un fatto privato” che l’adulto gestisce da solo. “Non è una questione tra singoli – sottolinea – è una questione educativa che riguarda tantissimi altri ragazzi. Leggono questa assenza di denuncia come assenza di conseguenze, una sorta di via libera”. E aggiunge: “Questi ragazzi hanno bisogno di sperimentare conseguenze. La loro devianza è proprio l’esito di conseguenze che non hanno mai sperimentato in maniera funzionale”.
Per la criminologa, il problema di fondo non è genetico né epocale. “I ragazzi non sono diversi da quello che eravamo noi trenta o quaranta anni fa – afferma – sono molto meno attrezzati emotivamente perché hanno avuto a che fare con una classe genitoriale molto più friabile”. Oggi molti adulti nella funzione educativa vengono delegittimati: insegnanti, allenatori, educatori e persino i genitori stessi. “Il ragazzo cresce dentro un sistema in cui il limite, anziché essere uno strumento di regolazione, lo vive come un’offesa personale”. Il caso del tredicenne che accoltella l’insegnante di francese per un brutto voto ne è l’esempio estremo: la frustrazione non viene tollerata perché non è mai stata sperimentata come tollerabile. “Non sanno gestire la vergogna, la rabbia, l’umiliazione – spiega Bruzzone – la loro più grande paura è essere visti come sfigati, inadeguati, perdenti. Manca la capacità di mentalizzare l’emozione negativa. Quando questa capacità non c’è, si agisce: si urla, si spinge, si colpisce, si accoltella”.
A ciò si aggiungono famiglie “incredibilmente protettive, assenti, che difendono i figli a prescindere, che non insegnano il limite e delegittimano gli altri adulti”. I social media fanno da amplificatore, non da generatore. “Il conflitto non basta più viverlo – osserva – bisogna mostrarlo, registrarlo, rilanciarlo. La violenza diventa un contenuto condivisibile per dimostrare che quell’offesa è stata lavata nel modo più violento possibile”. Il problema non è il cellulare in sé, ma l’“effetto pubblico” che la videocamera crea in automatico. “In adolescenza la componente performativa diventa straordinariamente appetibile. Non è più un confronto, è un ruolo che ha un obiettivo preciso: ottenere visibilità e approvazione, che oggi è potere”.
Bruzzone lancia un allarme sulle conseguenze. “Molti adolescenti non percepiscono la gravità di quello che fanno perché sono catturati dal fatto che quel contenuto metterà in mostra una parte di loro vincente, forte, assertiva. Le conseguenze scompaiono dall’equazione”. E conclude: “Se anche il mondo adulto quelle conseguenze non gliele fa sperimentare, ho veramente paura di quello che ci aspetta”.
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Andrea Carlino
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