Lombardia, la corsa dei data center mette sul territorio


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La rivoluzione dell’intelligenza artificiale ha un volto apparentemente immateriale. Ogni domanda rivolta a ChatGPT, ogni ricerca effettuata attraverso i nuovi assistenti digitali, ogni algoritmo che analizza dati e genera contenuti sembra consumarsi nel perimetro invisibile del cloud. In realtà, dietro questa trasformazione tecnologica si nasconde una gigantesca infrastruttura fisica fatta di server, impianti elettrici, sistemi di raffreddamento e capannoni industriali. Ed è proprio in Lombardia che questa infrastruttura sta assumendo dimensioni tali da trasformare il territorio e aprire una nuova, delicata questione ambientale.

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La regione è ormai diventata il principale polo italiano dei data center, tanto da concentrare circa due terzi della capacità installata nazionale. Il cuore di questa espansione si trova nella fascia di pianura compresa tra Milano e Pavia, dove sta prendendo forma una sorta di distretto dell’intelligenza artificiale destinato ad attrarre investimenti e occupazione, ma anche a mettere sotto pressione reti energetiche, acquedotti e disponibilità di suolo.

I numeri raccontano con chiarezza la velocità del fenomeno. Secondo l‘Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, tra il 2021 e il 2024 la potenza installata in Italia è passata da 307 a 513 megawatt, con una crescita del 67% in appena tre anni. La Lombardia è il principale epicentro di questo sviluppo: soltanto nella provincia di Milano si contano già 33 impianti operativi.

Ancora più impressionanti sono le richieste di nuovi insediamenti che attendono autorizzazione. In Lombardia le domande presentate equivalgono a circa 40 gigawatt di nuova potenza, mentre a livello nazionale si arriva a 80 gigawatt. Per comprendere la portata del dato basta confrontarlo con il picco massimo di domanda elettrica registrato in Italia nel 2024, pari a 57 gigawatt. Un confronto che evidenzia quanto il tema non riguardi più soltanto l’innovazione tecnologica, ma investa direttamente la pianificazione energetica del Paese.

Le prospettive future alimentano ulteriori interrogativi. Uno studio di A2A stima che entro il 2035 il fabbisogno energetico dei data center potrebbe quadruplicare rispetto ai livelli del 2024, arrivando ad assorbire fino al 12% dell’intera domanda elettrica nazionale. Una quota significativa che pone inevitabilmente il tema della capacità della rete di sostenere la crescita dell’economia digitale.

L’altra faccia della medaglia riguarda l’acqua. I server che alimentano l’intelligenza artificiale generano enormi quantità di calore e necessitano di sistemi di raffreddamento sempre più sofisticati. Secondo Simone Negri, consigliere regionale del Partito Democratico, i cinque grandi data center in costruzione a sud di Milano potrebbero arrivare a consumare complessivamente una quantità di risorse paragonabile a quella dell’intera città di Bologna, che conta circa 400 mila abitanti. Una valutazione che ha contribuito ad alimentare il dibattito sulla sostenibilità di questi investimenti.

A ciò si aggiunge il problema dei rifiuti elettronici. Sempre secondo lo studio di A2A, qualora tutte le richieste di nuovi impianti venissero approvate, il sistema genererebbe circa 147 mila tonnellate di e-waste ogni anno. Una massa considerevole di componenti tecnologici destinati a essere sostituiti e smaltiti periodicamente.

Sul fronte territoriale, il tema si intreccia con quello del consumo di suolo. I dati Ispra mostrano che il 12,2% del territorio lombardo è già stato trasformato per usi artificiali, contro una media nazionale del 7%. Una differenza significativa che rende ancora più delicato l’arrivo di nuove infrastrutture energivore in una delle aree più urbanizzate e produttive d’Europa.

Per molti osservatori il rischio è che si ripeta uno schema già visto con l’espansione della logistica nell’ultimo decennio. Anche allora la pianura lombarda si trasformò rapidamente in un mosaico di magazzini, poli distributivi e piattaforme industriali. Oggi il copione sembra ripresentarsi con edifici meno visibili al consumatore finale ma altrettanto impattanti sul territorio.

Le tensioni locali iniziano infatti a emergere con chiarezza. Nei pressi della Certosa di Pavia è previsto un nuovo insediamento da 50 megawatt distribuito su una superficie di 60 mila metri quadrati. A Bornasco è nato il comitato “Sentinelle del Territorio”, contrario all’arrivo di un altro grande impianto. Analoghe contestazioni si registrano a Lacchiarella e Siziano, area che già ospita nove data center, quattro dei quali appartenenti alla categoria hyperscale, ovvero strutture di dimensioni particolarmente rilevanti.

La pressione sul territorio non deriva soltanto dall’economia dei dati. La stessa fascia agricola della pianura lombarda è interessata da una crescente domanda di terreni per impianti fotovoltaici. Il risultato è una competizione sempre più intensa tra produzione agricola, energia rinnovabile, logistica e infrastrutture digitali. Una dinamica che preoccupa amministrazioni locali e associazioni agricole, timorose di vedere ridursi progressivamente la superficie destinata a coltivazioni tradizionali come mais e riso.

Non tutti, tuttavia, condividono le previsioni più allarmistiche. Gianluca Ruggieri, docente dell’Università dell’Insubria, invita a considerare anche scenari differenti. Secondo il ricercatore esiste la possibilità che il mercato dei data center stia vivendo una fase di entusiasmo destinata a ridimensionarsi, in modo simile a quanto avvenne durante la bolla di internet, quando investimenti per circa 120 miliardi di dollari in infrastrutture energetiche non si concretizzarono. Inoltre, osserva Ruggieri, i consumi attribuiti all’intelligenza artificiale vengono spesso sovrastimati nel dibattito pubblico: secondo alcune valutazioni, cinquemila interrogazioni a ChatGPT consumano una quantità di energia paragonabile a quella necessaria per una doccia calda.

Che si tratti di una crescita strutturale o di una fase destinata a rallentare, una certezza resta. Intere filiere economiche e vaste porzioni di territorio stanno cambiando rapidamente e la politica è chiamata a trovare un equilibrio tra attrazione degli investimenti e tutela delle risorse.

Con questo obiettivo la Lombardia ha deciso di muoversi prima del legislatore nazionale. Il 27 maggio il Consiglio regionale ha approvato una normativa composta da dieci articoli che introduce regole specifiche per la realizzazione dei nuovi data center. La legge nasce dall’esigenza di gestire l’accumularsi delle richieste di autorizzazione e di colmare un vuoto normativo che finora aveva lasciato ampio spazio alle interpretazioni.

Tra le misure più significative figura il divieto di utilizzare acqua potabile proveniente dagli acquedotti per il raffreddamento dei server. L’obiettivo è azzerare il ricorso a una risorsa sempre più strategica, considerando che un impianto di dimensioni medie può arrivare a consumare volumi idrici paragonabili a quelli di una città di 40 mila abitanti.

La legge interviene anche sul consumo di suolo. Gli operatori che sceglieranno di costruire su terreni agricoli saranno chiamati a sostenere oneri maggiorati del 200%, mentre chi recupererà aree industriali dismesse beneficerà di condizioni economiche più favorevoli. Un meccanismo che punta a orientare gli investimenti verso il riuso del patrimonio esistente piuttosto che verso nuova urbanizzazione.

Infine, la Regione punta a valorizzare una delle principali risorse finora poco sfruttate dei data center: il calore prodotto dai server. L’energia termica generata dagli impianti potrà essere recuperata e immessa nelle reti di teleriscaldamento, contribuendo ad alimentare abitazioni e attività produttive.


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 Cristina Giua

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