Cosa si rischia a rimuovere il microchip dalla carta d’identità?


Reato di falso documentale, altre implicazioni penali e conseguenze amministrative: inutilizzabilità del documento e perdita dei servizi digitali.

Alcuni lettori ci hanno interpellati per sapere cosa si rischia a rimuovere il microchip dalla carta di identità.

Diciamo subito che togliere il microchip dalla propria Carta d’Identità Elettronica (CIE) non è una semplice “bravata” o un gesto di protesta legato alla privacy, ma una condotta che comporta gravi rischi penali e amministrativi.

Negli ultimi tempi (tra la fine del 2025 e il 2026) le forze dell’ordine hanno registrato un forte aumento di questo fenomeno che sembra andare di moda su tutto il territorio nazionale: per questo motivo sono stati intensificati i controlli e le sanzioni.

Ora vediamo in dettaglio perché non è una buona idea togliere il microchip dalla CIE.

Ti anticipiamo subito che, se qualcuno pensa di poter “cancellare” i propri precedenti penali o giudiziari facendoli sparire semplicemente rimuovendo il chip dalla sua CIE, in realtà non ottiene nulla, poiché questi non sono memorizzati nel documento, bensì nei sistemi del casellario giudiziale del Ministero della Giustizia e negli archivi elettronici della Banca Dati Interforze della Polizia.

A cosa serve il microchip nella carta d’identità?

Il microchip contactless integrato nella Carta di Identità Elettronica (CIE) serve a proteggere l’identità del titolare, prevenire la falsificazione e permettere l’accesso sicuro ai servizi digitali.

Ecco le funzioni principali del chip:

  • identificazione sicura: contiene dati biometrici (foto e impronte) che rendono il documento quasi impossibile da falsificare;
  • accesso online: la CIE permette di accedere ai servizi della Pubblica Amministrazione (INPS, Agenzia Entrate, ecc.) e siti privati, agendo come alternativa al sistema SPID;
  • Firma Elettronica Avanzata (FEA): consente di apporre firme digitali valide su atti e contratti;
  • verifica immediata: agevola i controlli alle frontiere o di polizia. Ciò consente di utilizzare la CIE come documento di viaggio riconosciuto dai Paesi dell’area Schengen.

Il chip può essere letto con un apposito lettore di smartcard su PC o con l’app CIE ID su smartphone dotati di interfaccia NFC (Near Field Communication).

All’interno del microchip sono memorizzati in maniera sicura i dati personali e biometrici del titolare (foto e impronte digitali) e le informazioni che ne consentono l’identificazione online. L’accesso alle impronte digitali, però, è consentito solo alle autorità di controllo che dispongono di apposite autorizzazioni.

I rischi penali: la denuncia e il sequestro

La Carta d’Identità Elettronica è, a tutti gli effetti, un atto pubblico e un certificato amministrativo dello Stato.

Dalla descrizione delle funzioni che ti abbiamo fornito nel paragrafo precedente avrai compreso che il microchip sul retro non è affatto un accessorio, ma il cuore tecnologico del documento, poiché custodisce i dati anagrafici e biometrici (tra cui foto e impronte digitali) del titolare.

Pertanto, le conseguenze penali della rimozione del microchip dalla CIE sono molto severe e gravi. Nello specifico, chi asporta il chip va incontro a:

  • denuncia per il reato di falsità materiale commessa dal privato (artt. 477 e 482 del Codice penale). La rimozione del chip altera la struttura originale e la conformità della carta alla legge nazionale, configurando una vera e propria contraffazione del documento;

  • sequestro penale immediato: se durante un normale controllo stradale o d’identificazione le forze dell’ordine (es.: Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza o Polizia Locale) notano il “foro” o la mancanza del circuito, procedono al sequestro immediato della CIE così alterata, come prova del reato commesso e anche come modo per prevenire che l’illecito venga portato a ulteriori conseguenze (sequestro preventivo);

  • indagini per finalità illecite: chi viene trovato senza chip può essere oggetto di ulteriori approfondimenti investigativi finalizzati a capire il perché del gesto, e dunque ad accertare, ad esempio, possibili delitti di terrorismo, traffico di stupefacenti o associazioni a delinquere volte a riciclaggio o a truffe.

In tutti i suddetti casi, si presume la sussistenza del dolo (cioè l’elemento soggettivo del reato: la consapevolezza e volontà di produrre l’evento dannoso o pericoloso), che comunque nel processo penale va sempre accertato. Un’asportazione netta e volontaria del microchip può far ritenere improbabile il danneggiamento accidentale (che, essendo colposo e non doloso, non è penalmente punibile), dato che il “buco” è vistoso e il titolare della CIE difficilmente potrà sostenere di non essersene accorto.

La rimozione volontaria del microchip può, quindi, essere valutata come alterazione materiale del documento e può portare a sequestro e denuncia per falso materiale. Tuttavia, la configurabilità del reato non è automatica: in concreto, molto dipende dalle modalità della manomissione, dall’uso fatto del documento e dagli accertamenti sulla corrispondenza dei dati.

Ad esempio, in un recente caso il Tribunale del Riesame di Genova ha ritenuto che la sola assenza del microchip non basta, di per sé, a qualificare la carta come falsa se i dati anagrafici corrispondono a quelli dell’intestatario e dell’anagrafe che ha rilasciato il documento.

Altri reati ravvisabili

Al di là del reato di falsità materiale commessa dal privato in certificati (artt. 477 e 482 c.p.) che abbiamo analizzato nel paragrafo precedente, la condotta di chi pone in essere la manomissione fisica della carta d’identità elettronica mediante asportazione di una sua componente essenziale (il microchip), consente in molti casi di ravvisare anche questi ulteriori reati:

Nella prassi operativa attuale, le contestazioni principali mosse a carico di chi toglie il chip dalla carta d’identità elettronica riguardano il falso materiale o l’uso illecito del documento.

Il focus delle indagini: perché la Polizia è così severa?

L’attenzione degli inquirenti è altissima perché dietro la rimozione dei chip si nasconde spesso un mercato illecito legato alle frodi d’identità. Chi asporta il microchip di solito lo fa per due motivi principali:

  • creare identità “zoppe”: esibire un documento vero ma privo di chip permette di superare i controlli visivi meno attenti, impedendo però alle forze dell’ordine l’identificazione digitale rapida tramite palmari o lettori NFC;

  • alimentare il mercato nero delle identità digitali: la vastità del fenomeno fa sospettare l’esistenza di un circuito criminale in cui il chip rimosso viene ceduto o venduto a terzi per essere abbinato a documenti falsi o clonati, per effettuare accessi abusivi ai servizi della Pubblica Amministrazione, per attivare SIM card illegali o per aprire conti correnti online fantasma (utilizzati poi per riciclaggio o truffe).

Ecco perché gli inquirenti si concentrano col massimo scrupolo su questo fenomeno emergente, che presenta aspetti pericolosissimi. Così chi viene “beccato” con una CIE senza microchip subirà molto probabilmente una severa indagine e un rigoroso processo penale, in cui sarà piuttosto difficile dimostrare la propria estraneità all’illecito base e, talvolta, anche ai reati ulteriori commessi grazie alle identità contraffatte o clonate mediante il microchip asportato dalla sua sede originale.

Ricordiamo che se si incorre nel reato di cui all’art. 497-bis c.p., cioè il possesso di documenti falsi validi per l’espatrio, data la severità delle pene previste (pena massima di cinque anni), è possibile l’applicazione di misure cautelari personali, incluso l’arresto facoltativo in caso di flagranza di reato, ai sensi dell’articolo 381 del codice di procedura penale.

Rischi pratici e amministrativi

Oltre alle conseguenze penali che abbiamo esaminato, sul piano pratico il cittadino che manomette la sua CIE togliendo il microchip subisce un danno immediato che si concretizza in:

  • inutilizzabilità del documento: la carta perde la sua funzione di identificazione certa. Il titolare viene considerato, di fatto, come se fosse sprovvisto di documenti, con il rischio di essere accompagnato e trattenuto in Questura per il fotosegnalamento e le altre procedure di identificazione;

  • perdita dei servizi digitali: senza il chip NFC diventa impossibile utilizzare la carta per accedere ai servizi online tramite l’app CIE Id (l’alternativa ufficiale allo SPID): non ci si può autenticare correttamente e così tutte le funzionalità dei servizi pubblici (es. Agenzia Entrate, INPS, Comuni, ecc.) vengono precluse;

  • blocco alle frontiere: nei viaggi all’estero, i varchi elettronici degli aeroporti e delle frontiere respingono immediatamente il documento, poiché la scansione digitale del chip fallisce, impedendo la partenza e il transito in altri Stati (o l’arrivo in Italia, se si tratta di un rientro).

Conclusione

Il chip contiene i dati anagrafici e biometrici (foto e impronte digitali). Senza di esso, il documento perde tutto il suo valore certificativo e di chiave d’accesso digitale ai servizi della Pubblica Amministrazione.

Chi danneggia o rimuove il microchip della CIE distrugge un pezzo di documento con valore certificativo di proprietà dello Stato. La conseguenza non è la tutela della propria privacy, ma l’apertura di un’indagine penale a proprio carico, l’immediato ritiro del documento, la possibilità di essere coinvolti in inchieste ulteriori per altri reati e, in ogni caso, la preclusione all’utilizzo di tutti i servizi che la CIE integra consente.




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 Paolo Remer

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