Dopo l’incontro di diecimila persone al People’s Peace Summit di Tel Aviv, ora la società civile israelo-palestinese arriva a Parigi per allearsi con la politica e la diplomazia. Il 12 giugno il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot aprirà all’Institut du Monde Arabe la “Conferenza israeliano-palestinese per la soluzione dei due Stati”. L’iniziativa, promossa dal ministero dell’Europa e gli affari esteri francese con Alliance for Middle East Peace (Allmep), rete internazionale che riunisce oltre 200 organizzazioni israelo-palestinesi, ha un obiettivo molto ambizioso: dare spazio e maggior strumenti alla società civile per diventare interlocutore della diplomazia internazionale, portando le raccomandazioni di attivisti e attiviste ai governi e ai leader che si confronteranno al G7 dal 15 al 17 giugno a Évian. Ne abbiamo parlato con Nivine Sandouka, palestinese di Gerusalemme Est e regional director di Allmep e con Giorgio Gomel, economista, presidente per l’Europa di Allmep e cofondatore di JCall, un’associazione di ebrei europei impegnati a favore della soluzione “a due Stati”.
Il People’s Peace Summit di Tel Aviv ha riunito migliaia di persone. Cosa ha rappresentato per voi questo appuntamento?
NS. È stato un momento fondamentale perché si è svolto in una fase di enorme instabilità politica e umanitaria. A Gaza la situazione continua a deteriorarsi, il cessate il fuoco non ha retto, in Cisgiordania aumenta la violenza dei coloni. In questo contesto il summit di It’s Time ha mostrato che esiste un’altra realtà: israeliani e palestinesi che continuano a credere in un futuro diverso. Un aspetto fondamentale ha riguardato la narrativa palestinese che non è stata cancellata. Molti palestinesi non hanno ottenuto i permessi per raggiungere Tel Aviv ma sono intervenuti da remoto, raccontando la propria esperienza da Gaza e dalla Cisgiordania. Per migliaia di israeliani è stata invece un’occasione rara per ascoltare voci che normalmente non trovano spazio nel dibattito pubblico. C’erano anche molti giovani, e questo è un aspetto cruciale: bisogna dare speranza alle nuove generazioni e offrire loro un’alternativa all’estremismo e alla violenza. Inoltre Allmep ha facilitato la presenza di rappresentanti dell’UE e di diplomatici di vari livelli che è servita a parlare di come la società civile, il mondo diplomatico possano sostenersi a vicenda.
GG. Nivine ha sottolineato un aspetto molto importante: il lavoro che facciamo in Allmep si basa sulla combinazione di diplomazia dall’alto e società civile dal basso. Io lo chiamo spesso “doppia lealtà”: occorre tenere insieme entrambe le dimensioni. Il nostro lavoro consiste nel sostenere i costruttori di pace israeliani e palestinesi nel contrastare la disumanizzazione reciproca. È un compito difficile, ma indispensabile per cercare di portare avanti il nostro progetto e renderlo più visibile.
Molti osservatori considerano le organizzazioni della società civile una minoranza senza reale peso politico. È davvero così?
NS. Per troppo tempo il lavoro della società civile per la pace è stato poco finanziato, ignorato e poco coordinato. Allmep ha voluto creare coesione, superare la competizione tra organizzazioni. La nostra coalizione nasce per superare questa frammentazione e costruire un vero ecosistema della pace. Abbiamo fatto un sondaggio tra i giovani israeliani e abbiamo chiesto se siano favorevoli o disponibili a considerare uno Stato palestinese. Meno del 30% ha risposto di sì ma quando abbiamo posto la domanda in un quadro regionale, includendo la normalizzazione con i Paesi arabi, la percentuale è salita a oltre il 70%. Questo dimostra che esiste uno spazio politico molto più ampio di quanto si creda.
GG. Purtroppo molti di questi processi vengono oscurati o ignorati dai media mainstream. E c’è anche una forte autocensura. Inoltre nel sistema educativo israeliano molte attività di dialogo nelle scuole sono state cancellate: incontri con organizzazioni come Combatants for Peace o Parents Circle, che prima erano più frequenti, oggi vengono spesso bloccati o vietati. Sono occasioni piccole, ma importanti: ragazzi di 15, 16 o 17 anni che stanno per andare nell’esercito, e che avrebbero bisogno di incontrare i loro coetanei palestinesi.
Che cos’è Allmep e perché vi siete ispirati all’esperienza dell’Irlanda del Nord?
NS. Il nostro fondatore e presidente, Avi Meyerstein, è un ebreo americano che, visitando Israele e la Palestina, ha visto una società civile impegnata sul fronte della pace ma frammentata. Allmep si è ispirata all’esperienza dell’Irlanda del Nord dove la società civile ha avuto un ruolo essenziale nel preparare il terreno alla soluzione politica. Abbiamo pensato che servisse lo stesso modello per il conflitto israelo-palestinese.
GG. Ho iniziato a lavorare con Allmep circa dieci anni fa, quando ero a una conferenza a Washington per parlare di antisemitismo in Europa. Ho compreso immediatamente la forza del progetto di Allmep. Due anni dopo abbiamo creato la sezione europea, con base a Parigi. Negli ultimi anni il progetto è cresciuto molto: abbiamo uno staff in Europa, giovani molto attivi e ottenuto finanziamenti della Commissione europea che aiutano concretamente le attività sul campo. Ma è anche molto importante ottenere il sostegno politico dei governi nazionali europei per la soluzione dei due Stati, per fermare la violenza dei coloni e per affrontare la questione delle sanzioni contro chi sostiene gli insediamenti.
Cosa accadrà il 12 giugno a Parigi?
NS. Si terrà la seconda edizione dell’Appello di Parigi. Circa 150 rappresentanti della società civile israeliana e palestinese lavoreranno insieme alla comunità internazionale per elaborare raccomandazioni su cinque diversi temi: la soluzione dei due Stati, la ricostruzione di Gaza, la sicurezza, l’integrazione regionale e nuove narrazioni di pace. Le nostre proposte saranno presentate al governo francese e ad altri attori internazionali. L’obiettivo è rafforzare il collegamento tra il lavoro della società civile e i processi diplomatici. Ci saranno grandi organizzazioni come Combatants for Peace, Women Wage Peace, Women of the Sun, Parents Circle, ma anche gruppi più piccoli e nuove realtà guidate da giovani, come Young Federalists, Land for All, Geneva Initiative e organizzazioni interreligiose. Verrà presentato l’intero ecosistema. E Le nostre raccomandazioni riguarderanno la protezione dei civili in Cisgiordania, la ricostruzione di Gaza; l’aumento degli aiuti umanitari, la responsabilità per chi commette violenza da entrambe le parti; il riferimento al diritto internazionale umanitario. Stiamo lavorando sulle basi concrete che possano portare a una soluzione politica. Inoltre, è importante riconoscere che entrambi i popoli hanno diritto all’autodeterminazione e a sentirsi al sicuro.
È questo il passo successivo. Creare un’alleanza con la diplomazia internazionale?
GG. Direi di sì. Per troppo tempo questi mondi sono rimasti separati. Oggi è necessario costruire un collegamento stabile tra il lavoro svolto sul terreno e le decisioni politiche.
NS. La società civile non può sostituire la politica, ma può preparare il terreno perché le soluzioni politiche diventino possibili. È questo il senso del lavoro che stiamo facendo.
Cosa vi aspettate dal futuro, guardando in prospettiva alle elezioni in autunno in Israele?
NS. Credo che le nuove generazioni possano svolgere un ruolo importante nel processo di pace e cambiamento. Riguardo alle elezioni di autunno, guardiamo con speranza all’ingresso di figure del campo pacifista nella Knesset. Anche se non raggiungeranno la maggioranza, è importante che abbiano una presenza parlamentare. In Palestina, invece, servono urgentemente elezioni e una leadership più inclusiva. Oggi giovani e donne sono esclusi da molti organismi. In Israele, vediamo già giovani impegnati nella società civile e nella pace. Anche in Palestina le nuove generazioni possono portare cambiamenti importanti.
GG. L’Europa ha un ruolo importante. Deve sostenere l’opposizione israeliana e le nuove voci palestinesi che parlano di pace. I governi europei devono prendere posizione a favore dei costruttori di pace. E ribadisco: Oggi più che mai abbiamo bisogno di costruire sinergie tra la società civile, la diplomazia e la politica.
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Anna Spena
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