A poche ore dall’inizio dei Mondiali di calcio 2026, Città del Messico si prepara a tornare al centro della scena globale ospitando la partita inaugurale Messico-Sudafrica. Ma nel cuore della capitale, lontano dagli stadi e dalle cerimonie ufficiali, un’altra narrazione prende forma.
In un edificio dal fascino decadente, nel pieno centro storico, viene proiettato “Os de casa” (“Quelli di casa”), documentario sui Mondiali del 2014 in Brasile e sulle migliaia di persone sfrattate per far spazio a stadi e infrastrutture. Una riflessione su chi “possiede” davvero la città durante i grandi eventi, e sulle disuguaglianze sociali. Il pubblico è composto da attivisti, giornalisti, cittadini. Tutti attenti e desiderosi di comprendere le trasformazioni in corso. A commentare il film, al termine della proiezione, c’è Maria Silvia Emanuelli, avvocatessa italiana originaria di Napoli. Da vent’anni vive a Città del Messico, dove coordina, per l’America Latina, la Coalición Internacional para el Hábitat (HIC-AL), organizzazione che si occupa di diritto alla casa e giustizia abitativa.
«Il film fa parte di una rassegna cinematografica organizzato dalla fondazione tedesca Rosa Luxemburg, che ha lo scopo di interrogarci sulle implicazioni sociali, culturali e ambientali del Mondiale che ospiteremo. L’impatto non è paragonabile a quello avuto in Brasile, anche perché nel nostro Paese si giocheranno solo 13 partite (a Città del Messico saranno 5), mentre le altre si terranno in Canada e Stati Uniti».

Non abbiamo avuto «un’ondata di sfratti come quella raccontata dal documentario, però è evidente che questo evento ha aggravato il processo di turistificazione e gentrificazione, che qui è in corso da circa vent’anni. Stiamo assistendo a un aumento continuo del prezzo di terreni e case, e a una riduzione delle abitazioni a disposizione per i messicani. Basti pensare che, ogni 48 ore, tre case vengono tolte dal mercato degli affitti tradizionali, per entrare nelle piattaforme di affitti brevi».
A Città del Messico, la gentrificazione è legata a diversi fattori. Un ruolo importante lo hanno gli affitti brevi su piattaforme come Airbnb, perché riducono le case disponibili per chi vive stabilmente in città e fanno sì che sia più conveniente affittare ai turisti, disposti a pagare di più.
Poi c’è il tema dei cosiddetti “nomadi digitali”: giovani tra i 25 e i 35 anni, che lavorano da remoto utilizzando internet. Molti di loro, provenienti soprattutto da Stati Uniti ed Europa, negli ultimi anni hanno scelto di vivere a Città del Messico per diversi motivi: il clima, il cibo, l’offerta culturale, i locali alla moda, oltre ai costi più bassi rispetto alle città di origine. Spesso sono ragazzi che hanno redditi medio-alti, e questo contribuisce all’aumento dei prezzi di affitti e case.


L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?
«Anche in altre città del cosiddetto Nord globale, come Milano o New York, si assiste allo stesso fenomeno, la differenza, però, è che a Città del Messico gli inquilini sono molto meno tutelati» prosegue Emanuelli. «I contratti di affitto in genere durano un anno ed è molto facile essere sfrattati. La nostra organizzazione, insieme ad altri collettivi, sta realizzando una mappa degli sfratti negli ultimi dieci anni: la maggior parte si concentra nell’area di Cuauhtémoc, che comprende alcuni dei quartieri più noti e turistici, come Roma, Condesa e Juárez. Qui stanno venendo a vivere sempre più stranieri. E’ interessante osservare come le vittime di questi sfratti siano spesso anche cittadini della classe media».


Il tema è caro a Carlos Acuña, giornalista pluripremiato che da anni racconta il Messico e che insieme a Emanuelli conduce il dibattito al termine del documentario brasiliano. Anche lui è stato sfrattato, nel 2018, da un’impresa che voleva realizzare, dove viveva, un edificio di appartamenti per affitti brevi. «Potremmo dire che i Mondiali sono l’ultimo anello di una grande catena di business turistico che da anni si sta sviluppando in questa città» commenta dice. «Io e molti attivisti lamentiamo il fatto che, con l’arrivo di questo evento, sono state sospese alcune politiche pubbliche che erano in fase di elaborazione per arginare la gentrificazione. Politiche che spaziano dalla regolamentazione delle piattaforme di affitti brevi alla garanzia di affitti equi, fino a una serie di azioni per garantire il diritto dei cittadini a rimanere nei quartieri in cui hanno scelto di vivere».
Emanuelli ci mostra un articolo di Quinto Elemento Lab una organizzazione giornalistica investigativa e senza scopo di lucro, con sede a Città del Messico. La testata ha pubblicato un’analisi del settore degli affitti a breve termine in Messico, realizzata da Inside Airbnb, un progetto indipendente che mira a evidenziare l’impatto globale della piattaforma e a stimolare il dibattito pubblico sul tema.
L’articolo riporta che Airbnb ha offerto incentivi fino a 750 dollari ai residenti nelle 16 città che ospiteranno le partite tra Messico, Stati Uniti e Canada, affinché mettessero a disposizione le proprie abitazioni come alloggi temporanei. Sempre secondo il report, in Messico una quota rilevante degli immobili presenti sulla piattaforma è riconducibile a soggetti che gestiscono numerosi annunci: il 44% degli alloggi è gestito da host con uno o due annunci, il 33% da host che hanno da tre e nove annunci, mentre il 23% è controllato da host con almeno dieci annunci. Tra questi ultimi figurano anche 30 grandi operatori commerciali con oltre 110 alloggi ciascuno.
Questo dato suggerisce che i processi di gentrificazione associati a tale modello di ospitalità siano legati alla presenza di investitori con una significativa capacità finanziaria.
«La gentrificazione ha un impatto anche sull’aspetto architettonico della città», come ci spiega Hugo Gilberto Pérez Pérez, direttore della Scuola di Architettura dell’Università Justo Sierra, che in passato ha conseguito un dottorato di ricerca all’università di Genova. Lo incontriamo in un laboratorio dove sono esposti modelli tridimensionali realizzati dagli studenti: «Ai nostri ragazzi insegniamo che un intervento architettonico deve essere rispettoso della città e del suo passato. Purtroppo, invece, osserviamo spesso che molti edifici che dovrebbero essere conservati per il loro valore storico, vengono demoliti in un paio di giorni. Ne sorgono di nuovi con finiture moderne che non hanno nulla a che vedere con il quartiere in cui si trovano. Spesso sono più alti di quelli originari, in modo da ospitare più appartamenti, e quindi impattano strutturalmente sul terreno della città, che ha già un problema serio di subsidenza, cioè di abbassamento progressivo».
C’è un altro tema importante legato alla gentrificazione: la perdita di identità dei luoghi. «Se i messicani sono costretti ad andarsene, per lasciare il posto a persone che si alternano per brevi periodi, significa che la città si sta trasformando in una piazza commerciale che deve soddisfare i gusti dei turisti» continua Perez: «E questo lo si può già osservare nei ristoranti: la nostra cucina è tradizionalmente molto piccante, ma per compiacere il palato di chi arriva da fuori, lo è sempre meno».


Georgina Partida è una grintosa docente universitaria di arte e disegno grafico, innamorata dell’Italia e di Milano, dove viene ogni anno. Anche la sua auto, fino a qualche mese fa, era italiana: una Fiat 500 rossa con cui sfrecciava per Città del Messico. Da tempo si sta scontrando in prima persona con il tema della gentrificazione: «Abito in una periferia tranquilla. Ogni giorno, però, devo guidare tre ore nel traffico. Vorrei vendere la mia casa e acquistarne una simile in una zona più centrale, ma i prezzi sono impazziti. Quando chiamo un’agenzia, mi chiedono se cerco una casa per viverci o per fare un investimento. Se dico che è per viverci, riattaccano: sanno che troveranno qualcun altro disposto a pagarla di più, per poi metterla in affitto. I mondiali di calcio, come tutti gli eventi di portata globale, non faranno altro che accelerare questo fenomeno: gli agenti immobiliari mi ripetono che i prezzi saliranno probabilmente del 15%».
Partida ci accompagna da Matthew Phipps, un fotografo americano che da sette anni vive nella capitale messicana. Per arrivare a casa sua, attraversiamo una città in fermento: i cartelli pubblicitari di diversi brand richiamano l’evento calcistico e migliaia di operai sono al lavoro per realizzare piste ciclabili e ammodernare strade e stazioni della metropolitana.


Ha deciso di fermarsi qui e di vivere come un messicano: «Compero cibo e abiti a chilometro zero da alcune famiglie che abitano vicino a me. Ho scelto Città del Messico perché ci sono pochi luoghi al mondo dove, facendo pochi metri, puoi attraversare millenni di storia. Ogni giorno macino quindici chilometri con le mie due macchine fotografiche Leica al collo. Cartelli di affitti e vendita ne ho sempre visti, perché questa è una città di 20 milioni di abitanti, considerando l’area metropolitana. Quello che sta cambiando è l’aggressività del mercato immobiliare, ad opera di grandi gruppi che muovono interessi enormi. Non sono critico verso i tanti ragazzi stranieri che vengono a vivere qui: se una persona ha rispetto per la città e la sua cultura come cerco di fare io, non vedo problemi». Anche per quanto riguarda i mondiali, oltre agli aspetti negativi, guarda il lato positivo: «Tutti beneficeremo dei lavori di riqualificazione urbana che stanno realizzando».


Molto più critico il punto di vista di Natalia Lara, docente di Storia del Messico, che vive nella zona di Santa Ursula, vicino allo stadio Azteca (oggi stadio Banorte). Si tratta di un quartiere popolare, abitato in larga parte da famiglie di migranti, dove il problema dell’approvvigionamento idrico è particolarmente grave. «La poca acqua disponibile viene destinata ai complessi residenziali e ai centri commerciali, non alle abitazioni della gente comune» racconta. «Recentemente, inoltre, in occasione dei lavori di ristrutturazione dello Stadio Azteca, è stata concessa la gestione di un pozzo che prevede l’estrazione fino a 450mila metri cubi annui. Questo ha aumentato la pressione sulle risorse idriche della zona».
Lara ha una cisterna sotto casa che si riempie con l’acqua proveniente dalla rete pubblica in media tre volte alla settimana. Le famiglie che non dispongono di un sistema di accumulo sono costrette a raccogliere l’acqua in secchi. «Spesso l’acqua non arriva e bisogna ordinarla tramite autobotti, che hanno costi molto elevati» prosegue. «Da mesi protestiamo, anche attraverso dei murales, con cui cerchiamo di costruire una contro-narrazione dei mondiali, rispetto a quella celebrativa. Le nostre opere vengono spesso cancellate nel giro di 24 ore».
E così, mentre i murales vengono cancellati e le infrastrutture per il Mondiale continuano a crescere, la città sembra muoversi su due piani paralleli: quello della celebrazione ufficiale e quello delle tensioni quotidiane che restano ai margini. Una domanda resta allora aperta, da Città del Messico a New York a Milano: chi ha il diritto di abitare le nostre metropoli?
Video e foto di Diletta Grella
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Giacomo Poli
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